L’America di Steinbeck tra “Furore” e speranza

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Il 14 aprile di quest’anno Furore, uno dei più importanti romanzi americani del secolo scorso,  ha compiuto ottant’anni. Una veneranda età che il capolavoro di John Steinbeck non dimostra, data la sua straordinaria capacità di rappresentare il periodo storico che stiamo vivendo. Attraverso le vicende della famiglia Joad, costretta ad abbandonare l’Oklahoma a causa degli effetti drammatici della grande depressione, Steinbeck racconta il dramma di una intera nazione alle prese con una crisi che oltre ad essere economica è anche sociale e spirituale. “The Grapes of Wrath”, questo il titolo originale del romanzo, poi tradotto semplicemente in Furore da Valentino Bompiani, racconta l’emigrazione di un popolo che attraverso la mitica “Route 66” viaggia verso la “Terra promessa” che nell’immaginario americano è sempre stata la California, la terra delle opportunità che rappresenta più fedelmente il sogno americano raccontato da poeti, romanzieri e cantautori statunitensi. Ma la California per i Joad, come per tutte le altre famiglie che dal centro America si spostano verso Ovest in cerca di un lavoro dignitoso, non sarà quel paradiso descritto sui volantini fatti circolare tra i contadini dell’Oklahoma. L’agribusiness californiano detta condizioni di lavoro disumane trasformando i migranti in raccoglitori stagionali sottopagati e privati di ogni diritto. In California i Joad non trovano la pace, la giustizia sociale e il lavoro che sognavano. Ma trovano l’ostilità di gente che li guarda con diffidenza e con disprezzo.

Furore è anche un romanzo sull’intolleranza verso lo “Straniero”. Lo straniero temuto e odiato perché visto come una minaccia alla stabilità economica e sociale di un territorio. Ed è questo uno dei temi di grande attualità affrontati da Steinbeck. Gli “Okies” (questo è il termine dispregiativo con cui venivano chiamati i migranti provenienti dall’Oklahoma) in California trovano solo odio. L’odio dei proprietari terrieri che temono la possibilità che i contadini, spinti dalla conquista di una coscienza di classe, possano unirsi contro di loro. L’odio dei negozianti, in quanto gli “Okies” non hanno denaro da spendere. L’odio degli operai californiani, convinti che gli “Okies”, affamati come sono, offrano i loro servizi per niente, causando l’abbassamento dei salari per tutti…

Steinbeck ci spiega come la condizione di povertà e schiavitù di un popolo possa generare frustrazione e rabbia. Quel “Furore” che ha ispirato Valentino Bompiani per il titolo dell’edizione italiana e che fa riferimento ad un brano del romanzo: «Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.»

In Furore però non c’è solo rabbia e frustrazione. C’è anche la speranza di una comunità che nonostante tutto crede ancora in un futuro migliore. La forza di questo romanzo  non è nella meta, ma nel viaggio. Un viaggio verso il West che rappresenta la voglia di riscatto di un mondo contadino soffocato dalle condizioni disumane in cui la crisi economia li ha fatti precipitare. Un mondo contadino che ha l’orgoglio di unirsi per combattere le ingiustizie sociali. Perché come dice il predicatore Casy al giovane Tom Joad: “Due sono meglio di uno, perché le loro fatiche trovano il giusto compenso. Se due cadono, uno aiuta l’altro a alzarsi. Ma sventura per chi è da solo, perché non ha nessuno per rialzarlo. ” Questo è lo spirito che spinge Tom ad abbandonare la sua famiglia per unirsi a chi si ribella contro chi sfrutta il lavoro dei contadini rendendoli schiavi.

Proprio questa parte, la più poetica e significativa del romanzo, è la più citata da scrittori e cantautori che si sono ispirati all’opera di Steinbeck. Bruce Springsteen, il poeta del rock americano, nel 1996 scrive un brano che riprende completamente il discorso di commiato di Joad rivolto a sua madre:

Now Tom said

“Mom, wherever there’s a cop beatin’ a guy

Wherever a hungry newborn baby cries

Where there’s a fight ‘gainst the blood and hatred in the air

Look for me Mom I’ll be there

Wherever there’s somebody fightin’ for a place to stand

Or decent job or a helpin’ hand

Wherever somebody’s strugglin’ to be free

Look in their eyes Mom you’ll see me.”

Tom Joad vive in ogni cuore nobile che nutre un desiderio di libertà e giustizia sociale. Questo è il senso del brano di Steinbeck, rappresentato magistralmente da Springsteen nella parte finale del suo testo.

Non solo Bruce Springsteen subisce il fascino e la potenza dell’opera di Steinbeck. Già nel 1940 Woody Guthrie scrive la ballata di Tom Joad e lo stesso anno esce nei cinema americani la trasposizione cinematografica di John Ford con un giovane Henry Fonda nel ruolo di Tom Joad. Alla sceneggiatura del film lavorano Nunnally Johnson e lo stesso Steinbeck.

La prima edizione italiana del romanzo, a cura di Carlo Coardi, risale al 1940. Un’edizione pesantemente tagliata e rimaneggiata dalla censura fascista. Finalmente nel 2013 Bompiani pubblica la prima edizione italiana in versione integrale, con la nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni che restituisce alla lingua di Steinbeck tutta la sua autenticità e il suo potere evocativo. È una grande occasione per rileggere questo capolavoro senza tempo. Un romanzo che, come tutti i grandi classici, non smetterà mai di offrirci importanti spunti di riflessione sul mondo in cui viviamo, e soprattutto un romanzo che non smetterà mai di emozionarci.

Daniele Muscò

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