Sovranismo democratico. È  possibile?

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Sovranismo è un neologismo relativamente recente, si riferiva originariamente ai movimenti che rivendicavano l’indipendenza del Québec dal resto del Canada subendo in tempi recenti, per fini politico-elettoralistici, l’associazione automatica ad ogni posizione politica che rivendichi la riconquista della sovranità nazionale e l’uscita dall’Unione europea.

Tuttavia non è improponibile oggi la necessità di riacquisire la consapevolezza che lo stato-nazione è la sola cornice in cui le classi subalterne possono migliorare le proprie condizioni e allargare gli spazi di democrazia, partendo dall’art.1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

La lunga stagione keynesiana è stata una parentesi felice nella storia del capitalismo moderno: ha garantito elevati tassi di crescita economica, alti livelli di occupazione, salari e profitti crescenti, un’estensione dei diritti sociali ed economici mai conosciuta nelle epoche precedenti, nonché una relativa stabilità finanziaria a livello internazionale, un vero compromesso fra capitale e lavoro reso possibile in funzione di uno specifico regime di accumulazione capitalista, il fordismo, associato a un modo di regolamentazione politica dell’economia fondato sull’interventismo statale.

Tuttavia il pensiero dei monetaristi come Milton Friedman ha determinato il tramonto del movimento dei lavoratori, indebolendo la capacità di opporsi alla controrivoluzione neoliberista, contribuendo così al diffondersi di teorie nate negli stessi ambienti di sinistra, come la tesi secondo cui una delle cause fondamentali della crisi era la spirale incontrollata della spesa pubblica, o come il mito secondo cui il successo delle multinazionali, nella misura in cui neutralizzava i poteri di regolazione dello stato-nazione, rendeva di fatto impossibile praticare le teorie keynesiane.

In Italia, benché nel nostro Paese la connotazione sociale delle politiche keynesiane fosse sostenuta dai principi contenuti nella nostra Carta costituzionale, come l’insistenza sui temi della tutela del lavoro, dell’uguaglianza sostanziale, della limitazione del diritto di proprietà,  è sempre stata presente una opposizione liberal-liberista che ha avuto i suoi interpreti più autorevoli nei vari Einaudi, Carli e Ciampi; costoro nutrivano grandi speranze nel progetto europeo, nel quale intravedevano  un’opportunità per depotenziare l’anomalia italiana.

A partire dagli anni Settanta anche in Italia si sono attivati canali di penetrazione del pensiero liberista nella cultura di sinistra: un economista come il premio Nobel Franco Modigliani è stato il predicatore del verbo monetarista all’interno del Pci, Enrico Berlinguer infatti tesserà l’elogio dell’austerità come strumento per rilanciare crescita e occupazione. Dai primi anni Ottanta all’ingresso nell’area dell’euro, l’arretramento dello stato sociale diverrà inarrestabile;  Carli,  Andreatta, Ciampi e il grande privatizzatore Prodi avranno mano libera per la demolizione della sovranità, l’annichilimento della politica,  lo svuotamento della democrazia italiana con l’adesione allo SME,  la separazione fra Tesoro e Banca centrale, l’approvazione del Trattato di Maastricht, fino al colpo finale ovvero la rinuncia al potere di emissione della moneta e all’integrazione nell’area dell’euro, che imporrà la costituzionalizzazione del neoliberismo e il divieto di adottare politiche keynesiane.

La nostra Costituzione è sempre stata considerata un ostacolo per gli interessi della finanza globale, i “robber barons” come JP Morgan odiano la Costituzione della Repubblica Italiana; il motivo è palese: l’esercizio della sovranità presuppone, oltre alla libertà e all’uguaglianza, la solidarietà: “solidarietà fuori dal mercato, attraverso il sistema della sicurezza sociale, ma anche nel mercato, con il bilanciamento della debolezza sociale attraverso la forza giuridica” (A. Somma, Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale, DeriveApprodi, Roma). Da qui discende l’attenzione della nostra Costituzione per la valorizzazione del lavoro e per lo sviluppo della democrazia economica.

Lo sviluppo della democrazia economica muta lo stesso concetto di democrazia, è qui che risiede il peccato originale della Costituzione italiana, cioè nel suo sforzo di superare i limiti della democrazia formale al fine di realizzare una democrazia reale che affonda le radici nelle forme del lavoro, che tende cioè ad includere gli spazi tenuti fuori dal controllo della sovranità popolare, come l’impresa o l’apparato amministrativo.

La democrazia economica è un principio intollerabile per il capitalismo speculativo finanziario quando si propone di riequilibrare il conflitto sociale consentendo al lavoro di contrastare senza compromessi il potere dello stesso capitale; la democrazia economica è pericolosa perché rischia di condizionare le relazioni industriali ma anche di influire sull’indirizzo politico del Paese.

Per l’impianto dottrinale, ideologico e istituzionale anglosassone tutto ciò risulta essere un vero e proprio affronto, il che vale a maggior ragione per l’ordinamento di matrice liberale dello stato tedesco, la costituzione tedesca è l’unica priva dei caratteri tipici delle carte costituzionali accomunate dal principio della democrazia economica, essa è priva dell’enunciazione del principio di uguaglianza sostanziale e di un completamento dei diritti fondamentali attraverso una elencazione dei diritti sociali. Dalla costituzione tedesca alla non riformabilità delle istituzioni europee il passo è breve, considerato che tanto la prima quanto le seconde condividono le stesse fondamenta ideali e si propongono un drastico ridimensionamento della forza contrattuale delle classi subalterne.

Per i neoliberisti lo strumento più efficiente per ridistribuire il valore è il mercato stesso, per cui l’obiettivo dell’inclusione sociale viene ricondotto a quello dell’inclusione nel mercato, escludendo di fatto il principio di uguaglianza sostanziale contenuto in costituzioni come quella italiana. Infine l’attacco alla democrazia economica prefigura l’attacco della democrazia in quanto tale, che non è più intesa come fine in sé bensì come strumento per la selezione delle élites.

Questa scelta politica, che è patrimonio culturale delle istituzioni europee, è stata fatta propria dalle élites neoliberiste italiane, di destra e di sinistra, le quali vi hanno riconosciuto un elemento strategico per imporre dall’esterno quella disciplina economica che non riuscivano a imporre all’interno del Paese.

Con l’approvazione del Trattato di Maastricht è iniziato lo smantellamento degli aspetti incompatibili della nostra Costituzione con il mercato. La direttrice fondamentale di tale processo è stata la spoliticizzazione del nostro sistema istituzionale, ovvero i governi evocheranno sistematicamente il vincolo dei mercati internazionali per giustificare le proprie scelte impopolari.

Pertanto risulta evidente che a svolgere la funzione di una inesistente Costituzione europea in grado di condizionare le Costituzioni dei Paesi membri sono i Trattati, i parlamenti nazionali sono di fatto esautorati dal processo di costruzione europea, che viene diretto dai governi nazionali e dalla tecnocrazia europea. Il vero organismo politico unitario è il Consiglio europeo, cioè un vertice di Capi di Stato e di governo cui spetta fornire all’Unione gli orientamenti e le priorità politiche. L’Unione Europea quindi agisce come un’entità sovraordinata agli Stati che divora spazi di partecipazione democratica, spoliticizza il mercato e paralizza il conflitto redistributivo, ed è una costruzione evidentemente non riformabile, non tanto per il fatto che per modificare i Trattati, che è assolutamente necessario modificare, occorre l’unanimità dei membri, quanto in ragione di un vero e proprio mercimonio delle riforme imposto ad ogni membro.

I governi italiani hanno ignorato i profili di incostituzionalità relativi all’appartenenza all’Unione Europea, dal momento che quella che si è realizzata non è una semplice limitazione, bensì una vera e propria cessione di sovranità in violazione dell’art.11 della nostra carta costituzionale. Il risultato è che la nostra Costituzione mostra i segni dell’adattamento imposto dall’ortodossia neoliberista, come è stato confermato dallo sfregio dell’articolo 81 che ha costituzionalizzato i dettati del Fiscal Compact, stabilendo che i bilanci nazionali debbano essere in pareggio o in avanzo, aprendo un conflitto insanabile con i principi fondamentali della nostra Costituzione.

Il sovranismo democratico non può quindi esaurire la sua funzione solo nel recupero del principio di democrazia economica, infatti se è vero che solo le lotte dei lavoratori possono contrastare l’Europa dei mercati, e se è vero che ciò può avvenire solo nel contesto di una dimensione nazionale che è la dimensione naturale di ogni conflitto redistributivo, allora l’obiettivo dev’essere quello di andare oltre la restaurazione della democrazia neoliberista, pertanto l’obiettivo deve essere  la realizzazione del principio costituzionale di uguaglianza sostanziale.

Il controllo dei confini nazionali, sui flussi dei capitali, ma anche sulle merci e sulle persone, diventa necessario nella misura in cui questi entrino in contraddizione con gli obiettivi di democrazia economica. Pertanto se diventa necessario limitare la circolazione dei lavoratori extracomunitari che potrebbero essere causa di conflitti fra lavoratori disponibili a percepire salari inferiori e accettare condizioni di lavoro più gravose, rispetto a quelle previste dalle leggi e dai contratti collettivi, e lavoratori che difendono tali livelli, conquistati al prezzo di dure lotte, il sovranismo democratico, però, deve effettuare un recupero non nazionalista della dimensione nazionale, evitando cosi di cadere nella trappola della scissione fra il concetto di popolo ed il concetto di nazione messa in atto da chi  utilizza l’idea di nazione per esaltare i caratteri identitari quali cultura, lingua, religione, condivisi da un popolo che, sebbene siano elementi importantissimi, rischiano di far precipitare il sovranismo democratico e costituzionale in un nazionalismo che di fatto significa la prevaricazione della propria identità sulle altre annullandole.

Viceversa occorre difendere un concetto di popolo che è tale in quanto condivide un insieme di diritti e di doveri, la nazione è il territorio su cui lavorano, vivono e lottano tutte le persone che lo abitano e si riconoscono nell’ordinamento politico che lo controlla e governa.

Gianfrancesco Caputo

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