Le amarezze  di Paul Celan

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Paul Celan è il più grande poeta di lingua  tedesca del XX secolo.Nella sua poesia c’è un’alta lettura disperata del male di vivere.

Quando Celan  si è suicidato a Parigi nel 1970, ha lasciato un corposo materiale inedito sul quale  studiosi e esegeti sono al lavoro. Di notevole interesse  sono gli scritti in prosa, raccolti in un’edizione critica nel 2005 (Aphorismen, fiktionale Prosa, theoretische Prosa).

Primo Levi definì la poesia di Celan oscura e nichilista. Il suo verso fa male come una ferita che non si rimarginerà più. Nello smarrimento assoluto e disumano della persona, il poeta intinge la penna nell’assurda irragionevolezza della condizione umana e redige la cronaca tagliente di un dolore che ha messo le sue radici nella tragedia della Storia.

La sua discesa personale agli inferi è una stradache percorre verso l’autodistruzione attraverso una poesia radicale che non lascia alcuna via di scampo alle sue scelte esistenziali.

Al di là del radicalismo formale, la poesia di Paul Celan ha una fortissima tendenza all’omicidio della parola che risente nella sua totalità di un disagio ossessivo che esprime ogni cosa della sua vita che si riserva in una grande amarezza che diventerà per lui una malattia morale irredimibile.

Nell’opera di Celan il destino individuale e quello collettivo insieme realizzano quell’itinerario verso il nulla che costituirà la sua condanna di poeta e soprattutto di uomo.

Grazie a studi approfonditi e a materiale inedito (pubblicato anche nella nostra lingua) adesso è possibile fare il punto definitivo sulla produzione poetica di Paul Celan

In edizione italiana, qualche anno fa, sono usciti  gli aforismi di Microliti (a cura di Dario Borso, Zandonai, pagine 174, euro 18). Si tratta di  frammenti scritti da Celan in punta di penna, in cui il grande poeta tedesco affida alla brevità dell’aforisma le sue considerazioni irriverenti sul disordine delle idee e sulla poesia.  «Microliti sono, pietruzze appena percepibili, lapilli minuscoli nel tufo denso della tua esistenza – ora tenti, povero di parole e forse già irrevocabilmente condannato al silenzio, di raccoglierli a cristalli?».

Celan, che considera i poeti gli ultimi custodi delle solitudini, e la poesia una questione dell’abisso, così definisce la sua scrittura appuntita che parla dell’irruzione del grigiore nella malinconia dei giorni e del difficile mestiere dello scrittore.

È  la «Verità della poesia», cui dedicherà un meraviglioso saggio, a interessare la sua sensibile riflessione.

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Il poetare e il mestiere del poeta nel rapporto complicato dell’accadere. L’importanza della poesia nel cogliere le cose nell’istante dall’anonimato nel movimento ancora aperto della lingua.

«Ogni poesia reclama dunque comprensione, voler comprendere, imparare a comprendere»;  «Il poetare non sta tanto in rapporto con il tempo, quanto a un tempo universale»;  «L’andare insieme delle parole nella poesia: non solo un andare insieme, anche un andare contro. Anche un andare verso e un andare via. Incontro. Contrasto e congedo in uno».

Questo è un florilegio delle pietruzze  che Celan  scaglia contro la società intellettuale del proprio tempo, da cui egli prese le distanze  ritirandosi in una solitudine pensosa, che è diventata una delle vocazioni poetiche più alte del Novecento. «I falsi amici li riconosci dal fatto che ti difendono quando è già troppo tardi. Ci fosse un barlume di sincerità in loro, farebbero autocritica e te lo farebbero sapere.

Invece, stanno seduti a lungo al tavolo dei tuoi annientatori e si godono gli innumerevoli errori che hai commesso per non lasciare disatteso il loro consiglio in quanto consiglio degli amici».

I microliti sono per Celan un modo perfetto per comunicare non solo i tratti essenziali del suo difficile mestiere di poetare («Poesia come mestiere? Come esperimento? Chi sperimenta, compie osservazioni. Il poeta guarda, contempla»), ma rappresentano soprattutto lo stratagemma lapidario per scrutare a fondo quell’abisso con cui  si è misurato e anche consumato.

Nel 2011  presso Nottetempo esce in prima mondiale, sempre a cura di Dario Borso, un’interessante edizione delle sue poesie sparse pubblicate in vita. Il volume comprende tutte le poesie pubblicate da Celan che non compaiono nei suoi libri.

Un altro tassello importante per entrare nella poetica complessa di un autore estremo che occupa un posto di rilievo nella cultura europea.

Chiude questo libro un intenso saggio di Andrea Zanzotto dedicato alla poesia di Celan. Le parole di Zanzotto fanno centro: «Celan rappresenta la realizzazione di ciò che non sembrava possibile: non solo scrivere poesia dopo Auschwitz ma scrivere ‘dentro’ queste ceneri, arrivare a un’altra poesia, piegando questo annichilimento assoluto,e pur rimanendo in certo modo nell’annichilimento. Celan attraversa questi spazi sprofondati con una forza e una dolcezza e un’asprezza senza paragoni».

Celan scrive che spesso ha creduto di scorgere nella parola  l’uomo; spesso ha dovuto ricredersi. Quel tuffo nella Senna, prima di abbracciare l’eternità, non ha sciolto i suoi enigmi, che nella sua poesia tornano a noi  nella forma di una letteratura disperata che non concede alibi alla lingua che la esprime.

I fulmini poetici di Paul Celan sono in ogni parola, cercano nuovi nessi, giungono alla lingua per disperdersi nell’epoca di un caos che nomina tutto.

Nicola Vacca

(http://www.galaadedizioni.com/vite-colme-di-versi/)

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