CRISTINA GALLEGO, CIRO GUERRA: ORO VERDE

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L’Oro verde del titolo del film di Cristina Gallego e Ciro Guerra è la marijuana, in questo caso occasione di ricchezza per la famiglia di etnia Wayuu al centro della trama che, quasi per caso, avvia un fiorente commercio con l’America aprendo le porte al moderno narcotraffico. Il titolo italiano, rispetto al più evocativo e metaforico Pajaros de verano, aggiunge un sottotitolo C’era una volta in Colombia che allude a certa tradizione gangsteristica. In effetti è uno dei motivi di originalità del lavoro di Gallego e Guerra (che girano su sceneggiatura di Maria Camila Arias e Jacques Toulemonde) quello di innestare lo schema del gangster movie (ascesa e caduta) su un impianto documentaristico di grande suggestione (ampie parti di dialogo sono nella lingua autoctona dei Wayuu), aprendosi a un altro sottogenere, quello della decadenza di una famiglia. È un po’ come se L’orgoglio degli Amberson incontrasse Scarface.

Scandito da cinque capitoli (Erba selvatica, Le tombe, La prosperità, La guerra e Il limbo) ambientati fra il 1968 e il 1980, Oro verde parte con una mezz’ora di accuratissima resa etnografica. Le usanze dei Wayuu vengono descritte con rigore documentaristico come dimostra la bellissima scena della danza prematrimoniale in cui si ha il primo incontro tra Zaida (Natalia Reyes, così a occhio e croce direi la donna più bella del sistema solare) e il futuro boss Rapayet. Superstizione e differenze di classe all’interno dei gruppi tribali sono un leit motiv della pellicola; in particolare le credenze ancestrali che informano la vita dei protagonisti rappresentano schegge di vita quotidiana che entrano negli affari criminosi, influenzando scelte e mosse. Ursula (la bravissima Carmina Martinez) è la matriarca della famiglia e anche la testimone del suo disfacimento. Depositaria delle tradizioni, Ursula è forse il personaggio che mostra una maggiore resistenza al cambiamento dovuto agli affari criminosi ma non certo per moralismo o perché le facciano schifo i soldi. Cosciente che il denaro è un agente del caos, Ursula coglie la fine di un mondo senza peraltro riuscire a fare nulla di concreto per impedirla.

L’impianto visivo di Gallego e Guerra punta sugli spazi ampi e luminosi della Colombia. I due registi lavorano con grande sapienza sul campo lungo e lunghissimo, catturando lo spirito di una natura leopardianamente indifferente e terribile. Oltre agli uccelli evocati nel titolo originale si stagliano sui cieli colombiani nugoli di cavallette, dense e scure, appropriatissimo correlativo oggettivo della tragedia incombente. Anche i segni del potere e della ricchezza sembrano soccombere inseriti nella bellezza minacciosa del paesaggio. Si veda ad esempio la villa di Rapayet, roccaforte nel deserto e grande invenzione scenografica. Un’oasi di modernismo nel nulla e per questo quasi grottesca. Oro verde si chiude sulle parole di un cantastorie del deserto e sulla solitudine di una bambina, unica sopravvissuta alla guerra fratricida. Alla dimensione antichissima dell’oralità viene affidato il resoconto delle gesta del primo cartello colombiano, di lì in poi si passa dalla marijuana alla cocaina e dai miti fondativi a una nuova e più capillare tecnologia di morte.

Fabio Orrico

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