Il padre è il nume che ci sfama. La poesia di Nicola Vacca e la pluralità al nome

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«Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.» (Ge. 2,19)

Ci sono buoni e numerosi motivi per ringraziare il poeta Nicola Vacca per aver raccolto in un libro la poesia del suo distacco terreno dai genitori e cercherò di esprimerli come meglio posso.

Nella raccolta Tutti i nomi di un padre (L’Argolibro Editore), la poesia di Nicola Vacca matura come il frutto della creazione artistica che raggiunge dimensioni tanto sublimi perché trasfigura il dolore, la sofferenza della perdita dei genitori, in estetica ed etica.

La lettera P, che nell’alfabeto greco, ha la forma di un uncino, deriva da una lettera fenicia (la Pe): sembra un amo da pesca e pare discenda da simboli che nelle forme di scrittura precedenti all’alfabeto fenicio volessero dire bocca. Anche in ebraico ed aramaico le lettere corrispondenti alla P hanno la forma dell’uncino.

“PA” è anche una radice ariana che significa nutrire, in sanscrito la radice “PA” ha il significato di pascere.

Il dio Pan, con corna e piedi caprini, era un pastore, protettore degli animali, suonatore, custode del riposo meridiano durante il quale si ritenesse fosse capace di infondere il timor panico. E Gesù è il pastore che ricerca le pecore smarrite.

L’etimologia della parola poesia, d’altronde, è da ricollegare al produrre, fare, creare e, in senso più ampio, al comporre. Si risale alla radice sanscrita pu- che ha il significato di generare, procreare.

La poesia, quindi, nella sua radice, compie la stessa azione del genitore e Nicola Vacca lo svela senza reticenze puerili.

D’altronde gli dà ragione l’etimologia della parola padre, che è strettamente legata a quella di pane: fulcro di questi termini è la radice sanscrita pa-, legata all’idea primordiale di protezione e nutrizione, da cui pati,  “antenato” del latino pater.

Il padre è, quindi, colui che si assume l’onere di provvedere alla sopravvivenza dei figli e al loro sostentamento, ma la radice sanscrita pa- significa anche protezione. Quindi padre non è solo colui che dà da mangiare ai figli, ma è anche colui che li protegge da ogni tipo di pericolo esterno e interno a loro.

Padre, in latino pater, trae origine dal sanscrito pitar, da cui il latino petra e l’italiano pietra.

Padre è la pietra preziosa, lo Zolfo Puro, l’Oro.

Noi, che invochiamo il Padre come nostro, e non come mio, perché il plurale estingue quel singolare che è abisso: l’Ego, che è vortice.

L’Ego scompare in un qualcosa di sublime, il noi che è il fulcro della poesia di Nicola Vacca.

Nella raccolta di poesie non c’è un solo nome, infatti, ma TUTTI I NOMI DI UN PADRE. Un plurale di nomi imprescindibile per comprendere l’universalità della parola poetica, per entrare nello spasmo della voce lirica di Nicola Vacca. In quel canto che incanta, il poeta fa i conti con il dolore della perdita, non può fare diversamente, questo è un gesto necessario tanto per sé tanto per chi legge.

Per accostarsi e accogliere gli intensi versi di Nicola Vacca, bisogna partire dall’etimologia del termine nome che è oscura, eppure ha la stessa radice in quasi tutte le lingue indoeuropee, perché il Nome è l’essenza segreta delle cose, l’idea demiurgica, che vivifica la materia, mettendo un ordine e, soprattutto, conferendole un’anima.

Conoscere il Nomen equivale a conoscere tutto di una cosa o di una persona e, dunque, capirla, comprenderla.

Per quanto riguarda nomen è fondamentale l’assonanza con numen, il cui significato iniziale di cenno divino, e quindi di volontà divina, si estende a esprimere il concetto proprio di divinità.

Imporre un nome alla realtà è il gesto fondamentale della poesia di Nicola Vacca, significa nominare ciò che abbiamo davanti, quindi quasi crearlo e, non a caso, basta anche solo un nome per capire di cosa si parli.

Da questa angolazione, si fa più chiaro il riferimento alla interpretazione latina, infatti, quando gli antichi hanno sentito la necessità di identificare la potenza divina l’hanno semplicemente e sorprendentemente chiamata “nome”, manifestando una profonda consapevolezza della potenza creativa di questa parola essenziale, che esprime un concetto talmente esteso dal quale non è possibile non essere affascinati.

La ricerca delle origini di ὄνομα (onoma) trova riscontro negli scritti di Platone, il quale ipotizza che esso derivi addirittura dalla contrazione di un’intera proposizione “ou hou masma estin”, cioè “ente di cui si fa ricerca”, interpretazione screditata dalla diffusione indoeuropea e non solo ellenica della radice nomn-, ma che ci è utile per comprendere proprio questo lavorio di ricerca delle radici quando l’albero intero crolla e le rende esposte, visibili, nude, essenzialmente emerse, riaffioranti.

Le radici sono braccia di scheletro che cercano abbracci.

La parola poetica di Nicola Vacca è l’invito esplicito a passare dal raggruma, dall’accumulo, al liquefa, alla semina, al lasciare andare, perché il povero trattiene, il ricco dà.

E il poeta ricco è. E ricco ti rende, anche per questo bisogna ringraziarlo.

Milena Esposito

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