Giacomo Leronni nell’abisso delle parole

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«La mia ambizione, o vocazione, è sempre stata un’altra: riuscire, attraverso la poesia, a scoprire, cercando la mia, la verità degli altri, la verità di tutti, o per essere più modesti e più precisi, una verità, una delle tante verità possibili che possa valere non soltanto per me, ma anche per tutti quegli altri mézigue o me stessi, che formano il mio prossimo del quale io non sono che una delle tante cellule viventi.

Il poeta è un minatore, il poeta è colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las secretas galerias del alma».

Queste parole di Giorgio Caproni sulla sua vocazione di essere poeta mi sono venuti in mente leggendo Scrittura come ciglio, la quarta raccolta di Giacomo Leronni (puntoacapo editrice, pagine 184, euro 15).

Come Caproni, il nostro poeta esce allo scoperto e scrive versi per osare dire e non per nascondersi dietro la consolazione menzognera di una metafora.

Per Giacomo Leronni la poesia è un sincero sporgersi dal ciglio, guardare dall’alto di un precipizio senza aspettarsi dalle parole alcuna consolazione.

Il poeta pugliese, già dai primissimi versi, chiarisce la sua posizione. Nella poesia dal titolo Avvertenza ci dice che la sua scrittura cercherà immediatamente lo schianto, la dissacrazione e che «la parola è più dell’opera / la parola è cruda».

La parola della poesia di Leronni è cruda e soprattutto cerca la nudità dei concetti.

Il poeta ha il coraggio di usare parole forti, dirompenti e deflagranti. La poesia è un vento dissacratore e il poeta è sul fondo della scena mentre intinge la penna nell’abisso dei giorni di cui in ogni poesia referta il suo nero.

Per Leronni la poesia oggi più che mai ha bisogno di parole che non hanno padroni e il poeta mentre le scrive deve tenerle a mente e non dimenticarle mai.

Buio, inferno, carne, acido, lacerazioni, inganno, lebbra, canile, sangue . Queste alcune delle parole che il poeta mostra senza veli nella sua scrittura affacciata sull’abisso.

In Scrittura come ciglio il suo autore si interroga sul senso della ricerca poetica, anche per metterla a confronto con la vita e con ciò che in apparenza sta fuori dai suoi confini.

«Quando il buio impregna / il volto e gli occhi / si curvano nel cielo dell’addio/ il nome sia il vessillo / inequivocabile, la prova».

Il nome è il linguaggio del poeta. Leronni in questi versi splendidi si avvale della facoltà di nominare, di chiamare le cose con il loro nome, perché questo è il principale compito della poesia.

Il nostro poeta nella patria delle frane innalza il nome. Qui dove non vediamo «nient’altro che sangue / sangue che s’aggruma» bisogna assolutamente chiedersi: ha ancora senso la poesia?

Questo è una delle domande capitali che Giacomo Leronni si pone in Scrittura come ciglio, mentre come un bisturi affonda la penna e la parola cruda (e quindi vera) non può fare altro che sanguinare per mostrarci finalmente la nudità della doglia in tutta la sua smembrata indecenza.

Nicola Vacca

2 pensieri su “Giacomo Leronni nell’abisso delle parole

  1. Nicola, ti ringrazio per le parole usate nei miei confronti e nei confronti della mia ricerca poetica. Continuiamo a percorrere insieme le vie impervie della poesia che, senza consolare, danno l’esatta contezza del nostro essere uomini…

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