ROBERT SIODMAK: LA SCALA A CHIOCCIOLA

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Nome di punta della pattuglia mitteleuropea trasferitasi a Hollywood alla vigilia del secondo conflitto mondiale e che, mescolando espressionismo e tradizione letteraria autoctona, ha di fatto inventato il noir canonizzandone forme e contenuti, Robert Siodmak ha al suo attivo svariate gemme.

Maestro dell’allusione e dell’ellissi ma anche di violente sintesi, Siodmak ha declinato il noir secondo moduli di desiderio e frustrazione, immergendo la verticalità delle metropoli americane in un’atmosfera da incubo. Un esempio: la scena della jam session a metà de La donna fantasma. Cercatela su Youtube.

Ella Raines segue Elisha Wood, batterista jazz losco e dalle intenzioni sicuramente non buone in una specie di sottoscala dove altri amici stanno suonando. Elisha si butta sul suo strumento e comincia a battere i tamburi. Ella si aggira tra gli altri musicisti, balla, poi inchioda gli occhi a quelli dell’amico che continua a suonare lo strumento in modo sempre più sincopato, in una specie di crescendo dionisiaco.

Allegoria del rapporto sessuale e caverna platonica, due al prezzo di uno. Per una manciata di minuti si entra in un mondo sotterraneo in cui le regole del vivere civile si polverizzano e i contorni della realtà si sfumano, capovolgendo la gerarchia tra ombre e corpi umani. Ancora: In Doppio gioco, sublime noir in cui Burt Lancaster (attore ricorrente in Siodmak) viene irretito da Yvonne De Carlo, rara dark lady con ambizioni piccolo-borghesi (sembra puntare più alla rispettabilità sociale che al denaro), ecco una delle scene di rapina tra le più belle della storia del cinema.

L’assalto al porta-valori viene immerso nei fumi di bombe esplosive; la nebbia avvolge gli interpreti, allaga lo schermo e rende parziale anche la visione dello spettatore, un po’ quello che, quasi sette decenni più tardi, farà Clint Eastwood con la bellissima scena della battaglia nella tempesta di sabbia di American sniper. E dopo la nebbia la luce: la lama di sole che, disegnata sulla parete del bar in cui Lancaster va a sbronzarsi, anticipa l’entrata in scena degli avventori. Segnali di stile.

Ma forse l’opera più densa del regista tedesco resta quel La scala a chiocciola, proto serial-killer movie nel quale Siodmak miscela in dosi millimetricamente esatte concretezza e astrazione. Helen (Dorothy McGuire) è la giovane domestica muta (ma il suo mutismo è la conseguenza psicosomatica di un trauma subito da bambina) di una famiglia agiata che ha la sfortuna di vivere in una cittadina del New England ai primo del 900 in cui imperversa un assassino specializzato in ragazze afflitte da qualche malformazione.

Fin dall’incipit che mostra l’assassinio di una ragazza zoppa abbiamo un saggio della violenza secondo Siodmak. L’omicidio della ragazza è risolto  attraverso l’uso esasperato del dettaglio e precisamente le sue braccia che annaspano occupando interamente l’inquadratura e creando un effetto surreale, l’immagine leggermente sbilanciata in un’incrinatura sottile ma già iconoclasta del plan. Ma tutto La scala a chiocciola è permeato di richiami al surrealismo, si vedano le visioni del killer, il volto di Helen con la bocca cancellata e le prospettive di ripresa sempre eccentriche come quando l’azione viene mostrata riflessa nell’iride di un occhio.

Prodotto dalla RKO, casa di produzione e reggia del miglior cinema di genere degli anni quaranta, il film ha al suo attivo anche Nicholas Musuraca, direttore della fotografia, tra le altre cose, del ciclo horror di Val Lewton (quindi a fianco di Jaques Tourneur e Mark Robson nei rispettivi capolavori Il bacio della pantera e La settima vittima), Musuraca è una sorta di autore – ombra la cui mano è avvertibilissima per come è in grado di dipingere l’oscurità, i radicali contrasti fra luce e ombra, il propagarsi di atmosfere cupamente oniriche da un secondo all’altro, all’interno di banali salotti borghesi come di solitarie stradine di campagne. In particolare qui abbiamo una passeggiata di Helen lungo la strada che la conduce a casa nella quale la natura campestre si chiude attorno alla ragazza con protervia licantropesca, rendendo minaccioso anche il solo vibrare di un filo d’erba.

Il cinema di Siodmak è, ancora oggi, modernissimo nella concezione e negli esiti, enormemente complesso e stratificato, molto ma molto più di quanto le mie parole appena spese riescano a dar conto.

Fabio Orrico

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