Uno scrittore nelle civiltà del disagio

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«La globalizzazione è un fenomeno brutale. Comporta migrazioni di massa, guerre, terrorismo, un capitalismo finanziario privo di controllo, disuguaglianza, xenofobia, cambiamenti climatici. Ma se la globalizzazione ha da prometterci qualcosa, qualcosa che possa spingerci ad accogliere a braccia aperte il caos che ne deriva, allora quel che ha da prometterci è questo: saremo piú liberi di inventare noi stessi».

Mohsin Hamid, lo scrittore pachistano autore del fortunato Il fondamentalista riluttante, così ci introduce nel suo nuovo libro dal titolo emblematico: Le civiltà del disagio.

Alle sue parole dà la forma di dispacci di un corrispondente che per diversi giornali attraversa il mondo e sul suo taccuino annota frammenti di opinioni e considerazioni per raccontare come va alla deriva il mondo e come sia giunto il momento di far nascere dal caos un pianeta post- civiltà, in cui tutto sia finalmente più civile e umano.

Qual è il ruolo dello scrittore nelle civiltà del disagio che abitiamo? Hamid con argomentazioni convincenti questo racconta in nel suo nuovo libro che tiene conto del suo desiderio di lasciare una traccia attraverso una lucida testimonianza.

Hamid nelle tre sezioni del libro (Vita, Arte, Politica) formula un invito al viaggio ai lettori: «Nei miei scritti, ho cercato di perorare la causa dell’evanescenza dei confini: non solo fra civiltà o fra persone di «gruppi» differenti, ma anche fra scrittore e lettore. La co-creazione, l’idea che un romanzo è fatto congiuntamente da chi lo scrive e da chi lo legge, è stata centrale nella mia narrativa. E la co-creazione è centrale anche nella mia visione politica. Io credo che noi co-creiamo le società sovrapposte, grandi e piccole, cui apparteniamo, e che dovremmo essere liberi di inventare nuovi modi di essere e interagire».

Non dimenticando mai di essere uno scrittore, Moshsin Hamid si muove tra letteratura e vita ( in proposito sono interessanti le osservazioni che fa nella prima parte del libro in cui si interroga sul suo personale rapporto con la scrittura e la letteratura considerando quest’ultima il modo migliore per fuggire da se stessi, ma anche il più efficace per capirsi senza mai comprendersi) senza mai ignorare le fonti del nostro disagio perché c’è in gioco il destino della nostra civiltà.

Lo scrittore ha un compito fondamentale davanti all’avanzare indecente del disagio. Riempire il caos.

Hamid guarda il mondo che ci circonda con gli occhi dello scrittore vissuto ovunque e non gli abbassa mai e davanti al disordine economico, culturale e sociale e non rinuncia mai a essere un narratore e romanziere che non si arrende all’impossibilità di accettare il mondo così com’è.

«Dopotutto, spesso un romanzo può essere una conversazione con se stesso di un uomo diviso». E la letteratura è sempre la possibilità di aprire gli occhi, vedere, riconoscere nelle civiltà del disagio la nostra solitudine, e allo stesso tempo scoprire di non essere del tutto soli.

Nicola Vacca

(Mohsin Hamid, Le civiltà del disagio. Dispacci da Lahore, New York, Londra, traduzione di Norman Gobetti, pagine 208, euro 19,50)

 

2 pensieri su “Uno scrittore nelle civiltà del disagio

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