Corpi di carne e corpi-statua postumani, una provocazione!

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Kamel Daoud, scrittore di origine algerina, è autore di una frase dal sapore provocatorio  che riassume in modo esemplare la storia del concetto di corporeità, concetto, che, del resto, ci racconta la vicenda dell’uomo più in generale. La concezione del corpo, infatti, è così centrale nell’avventura del pensiero che seguirne i cambiamenti durante i secoli  equivale a seguire i cambiamenti del pensiero stesso. 

Scrive Daoud: “Nel mondo arabo-musulmano si mette il velo sul corpo della donna. Nell’Occidente il corpo è il velo” lui aggiunge “della donna” ma potremmo anche omettere questa specificazione. In effetti, anche se in misura minore, quest’aspetto riguarda in modo sempre crescente anche il corpo maschile. E così conclude Daoud: “Nel mondo arabo bisogna liberare la donna dal velo, in Occidente bisogna liberare la donna”.

Per quale motivo è così fulminante questa affermazione ? Perché in modo efficacissimo e plastico ci parla contemporaneamente del nostro passato che è, poi, il presente del mondo musulmano: il nascondimento del corpo femminile, il suo velamento, la sua sottrazione alla vista

Ma se questo è il presente almeno di parte del mondo arabo, rappresenta anche un nostro passato non molto remoto: pensiamo soltanto alla condizione femminile ancora negli anni cinquanta in Italia ed in Europa e ai femminicidi del nostro tempo con frequenza quasi quotidiana !

La seconda frase ci parla del nostro presente occidentale nel senso che il rischio è che il corpo possa fare velo sulla persona, coprire la totalità dell’ individuo, la sua straordinaria complessità e contraddittorietà con una sagoma-macchina-corporea perfetta che diviene al tempo stesso menzogna e arroganza. E questo vale ovviamente tanto per il corpo maschile quanto per quello femminile

In questo caso quindi si vuol realizzare l’esibizione del corpo, la sua ostentazione ma in quanto simulacro, statua posta su un piedistallo, perfezione. E proprio in quanto perfezione, fuori dal tempo come una statua, incapace di relazionarsi.

Ma un corpo autentico, al contrario, si dà nel tempo, nella sua imperfezione: questo mio corpo, questo tuo corpo con il suo carico di gioie e dolori.

Una caduta nel tempo,  per dirla con Cioran come emergenza della coscienza in quanto consapevolezza ed espressione del dolore, della malattia.

Invece secondo questo imperativo si vorrebbe un corpo fatto salvo dal tempo ottenuto ovviamente con l’artificio: diete e palestramento estremi, chirurgia protesica, lifting che però, non allungano il tempo, ma appunto ne fanno un lifting: lo stirano. E ciò che è stirato è sproporzionato, dismorfico, irregolare. Si può produrre quindi non un corpo autentico ma un fantasma della corporeità, proprio in quanto sua rappresentazione falsa: un corpo postumano.

Questo fantasma perfetto, da un lato è realizzato per essere seduttivo, ma, dall’altro, tende a non concedersi alla relazione nel suo senso più globale.

Ciò non esclude forse addirittura un’iperattività sessuale ma spesso nelle modalità dell’automatismo della macchina. In definitiva narcisistico, autoreferenziale.

Potremmo quasi dire una seduzione nella castrazione !

Si mortifica, infatti, la dimensione del desiderio. Il de-siderio si gioca nel progetto  ( spazio ) che sa anche attendere ( tempo ), è quel “gap siderale”  che va colmato vivendolo non eliminandolo.

Mentre lo spazio-tempo del desiderio viene azzerato con la pretesa della coincidenza tra bisogno e soddisfacimento.

Queste caratteristiche di una certa idea occidentale della dimensione della corporeità, quasi una religione, costituiscono un primo movimento che dura finché il corpo reale che abbiamo regge il confronto con il suo fantasma di perfezione.

Ma quando, con il passare del tempo, il corpo effettivo presenta il conto della sua realtà fatta anche di rughe, di imperfezione, di errore, di approssimazione, di malattia, allora quella stessa religione impone un movimento opposto, una dinamica simmetrica.

Ed è una dinamica, questa volta, di sottrazione.

Progressivamente viene sottratto il corpo in quanto vero “corpo del reato” , laddove il reato, ovviamente, è quello dell’ imperfezione.

E poiché, in quest’ottica, la massima negazione di quel concetto di corpo perfetto è il corpo del cadavere si giunge fino alla Negazione radicale della negazione della corporeità. Si potrebbe dire con un’espressione quasi cinica che si mette in atto una vera e propria sottrazione di cadavere.

E allora il corpo vero viene progressivamente disceso dal piedistallo, portato dietro le quinte e ( termine massimamente asettico ) istituzionalizzato.

Ora, nella nostra società della velocità e della polverizzazione della realtà familiare non vi è dubbio che strutture come Hospis, Lungodegenze  e similari rappresentino soluzioni dignitose suppletive nella vita degli anziani ma è altrettanto vero che talora possono essere intese come tessere di quel puzzle di pensiero della sottrazione del corpo del declino alla vista della società. Ed infine la provocazione massima. Anche la cremazione, ora molto di moda, di fatto sottrae il corpo del defunto al confronto con il tempo.

Senza, ovviamente, un’avversione pregiudiziale contro questa pratica, che tra l’altro, era in uso tra molti popoli nell’antichità che però, bisogna non dimenticarlo, avevano chiarissima la dimensione di mortalità dell’uomo, è ironicamente appena  superfluo aggiungere che al morto è assolutamente indifferente il confronto con il tempo.

Allora il problema è chiaramente nostro, di noi che rimaniamo in vita. Non sarà forse per noi che sopravviviamo ad essere intollerabile che un corpo in disfacimento si possa confrontare con il tempo ?!

Dovremmo allora, forse, alla fine, accettare di fare i conti con la necessità di questo Habeas corpus !

A fare i conti con il tempo che passa ed accettare nietzschianamente di essere autenticamente il senso della terra imparando ( anche ) a tramontare !

Paolo Fiore

[In copertina: Tony Oursler, template/variant/friend/stranger, Lisson Gallery,  Londra, 2015]

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