Carlo Pisacane: da Genova a Sapri e ritorno

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Era il 1975, Pier Paolo Pasolini, il giornalista profeta di quei controversi anni, veniva ritrovato, ucciso, all’idroscalo di Ostia.

Quello stesso anno, Ennio Lorenzini, un giovane regista esordiente, si occupava di girare un film tra Sapri, Rivello e Padula; un film dal carattere storico, incentrato su una figura (che molti, oggi, giudicherebbero marginale) del Risorgimento italiano: Carlo Pisacane.

Di lui e dell’impresa dei suoi Trecento, restano appena i versi di una poesia: La Spigolatrice di Sapri  e nemmeno più la menzione sui libri di storia; del resto se questa è scritta dai vincitori, Pisacane non lo è stato e l’eco dei suoi fallimenti ha continuato a seguitare nei secoli; ma la storia inventa i vinti per come li preferisce e quegli ormai ultraventenni che lo hanno studiato, hanno di lui un’idea completamente distorta.

Eran Trecento, eran giovani e forti e sono morti

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro

Un giovin camminava innanzi a loro;

mi feci ardita e presol per la mano

gli chiesi: “Dove vai, bel capitano?”

Vale la pena dirlo subito: Pisacane non era né bello (almeno non per gli standard moderni, e di certo non era biondo e con gli occhi azzurri), né giovane (bisogna pur contestualizzare i suoi 39 anni non ancora compiuti al 1857), ma, si sa, gli eroi son tutti giovani e belli cantava Guccini e quello che ci troviamo davanti, per come ci viene storicamente consegnato, è un martire di quell’importante progetto altruistico che si chiamava Unità d’Italia.

Ma Pisacane era più che altro un eroe della penna, dalla vita davvero travagliata e degna di un film.

Nato a Napoli nel 1818 dal duca Gennaro Pisacane, frequenta il Collegio Militare della Nunziatella con l’ambizione di diventare ufficiale del Genio Borbonico, intenzione diametralmente opposta a quella che poi lo porterà verso la conclusione della sua vita; a cambiare radicalmente il suo punto di vista, quello che in un film sarebbe l’incidente scatenante che dà il via alle vicende, interviene l’amore.

Il giovane Carlo s’invaghisce della coetanea Enrichetta Di Lorenzo, moglie di suo cugino Dionisio Lazzari, e i due fuggono in Francia e Inghilterra per poi fermarsi a Genova.

È proprio durante questo viaggio che Carlo potrebbe essersi avvicinato a quegli ideali ancora fortissimi che avevano portato alla Rivoluzione francese, i cui echi si facevano sentire in tutta Europa.

Tutto parte dalla rivoluzione industriale inglese, un evento dalla portata così forte da sovvertire persino l’ordine sociale, destituendo la nobiltà e assurgendo la borghesia a nuova tirannide di quel proletariato affamato e costretto a vendere il proprio tempo e i propri figli per non morire d’inedia.

Iniziano a nascere nuove scuole di pensiero che portano alla ricerca dell’uguaglianza e dell’inclusione da parte degli intellettuali: la Massoneria, nello stesso teatro londinese, la prima società regolata da una costituzione laica, in cui ognuno può progredire nella scala sociale in base alle sue capacità e non per la sua condizione di nascita; l’Illuminismo francese basato sui principi di tolleranza, libertà, uguaglianza e felicità in netta opposizione sia con i regimi totalitari instaurati all’epoca in varie regioni d’Europa, sia con i dettami della Chiesa; ma soprattutto il socialismo utopistico che auspica un’umanità in toto emancipata e un comune senso di fratellanza fra gli uomini: un’idea che Pisacane sposa più di quanto non faccia qualsiasi altro riformista italiano suo contemporaneo.

Non è un caso che egli citi Proudhon, teorico del socialismo utopistico e primo ad aver attribuito un’accezione positiva al termine anarchia: Proudhon scrive – annota Pisacane negli appunti che andranno a comporre il suo saggio La Rivoluzione“La libertà di ciascuno, riscontra nella libertà altrui, non un limite, ma un aiuto; l’uomo il più libero è quello che ha maggior numero di rapporti coi suoi simili”. Quindi, se per un individuo o per una classe d’individui non si verifichi tale verità, è forza conchiudere che i loro rapporti con l’intera società non sono equi, ma v’è indubitatamente ingiustizia. Se da un uomo non richiedesi lavoro, mentre si costringe un altro a lavorare eccessivamente, havvi privilegio per quello, ingiustizia per questo, che sarà schiavo della società. Il solo lavoro, che ogni uomo senza distinzione alcuna deve per proprio utile compiere, è quello che le sue naturali attitudini indicano ed i suoi bisogni richieggono; con questa legge, e non altra, tutti gl’individui componenti una società dovrebbero contribuire all’accrescimento del comune prodotto. Inoltre, cotesta società, dovrebbe porre a disposizione di ognuno dei suoi membri, senza veruna eccezione, tutti quei mezzi che essa possiede, onde facilitare lo sviluppo delle loro facoltà fisiche e morali, e fargli abilità a riconoscere le proprie attitudini e scegliere un modo come impiegare le proprie forze, solo in tal caso dall’assoluta libertà d’ognuno risulterebbe massimo prodotto e massima felicità. Ma quanto siamo lungi da un simile stato!…

Parole scritte oltre 150 anni fa, ma che racchiudono in esse il lamento delle lotte di molti giovani ed intellettuali che hanno caratterizzato il secolo breve, portando avanti, tra le altre cose, la richiesta di un’apertura alla formazione universitaria anche agli studenti meno abbienti; oltre al seme di quella verga profetica che sarà appunto la cifra distintiva di Pasolini.

Dalle parole del suo illuminante (quanto occulto ai più) testamento politico sappiamo senza ombra di dubbio che Carlo Pisacane non era un martire, ma semplicemente un vinto già prima dell’eccidio di Sanza, perché s’innestava su quella linea di pensiero meno popolare tra i riformisti, la cui mancata attuazione ha costretto molti giovani ad avanzare ancora e ancora le sue medesime richieste.

Fra il contrastare la sovranità d’una capitale per non volerne alcuna, e contrastarla per diventar capitale, corre la medesima differenza che fra due individui, di cui l’uno attacca il governo per sostituirvi libertà, e l’altro l’attacchi per sostituirsi in sua vece; il primo è un eroe, il secondo è bassamente ambizioso, afferma ancora polemicamente l’ex ufficiale borbonico, scagliandosi contro la maggior parte dei suoi contemporanei, Mazzini in primis,  che non volevano altro che consegnare uno Stato, finalmente unito, nelle mani di un re o un parlamento, ma ciò, nell’ottica del riformista napoletano, non avrebbe cambiato l’andamento delle cose per il popolo, il quale solo attraverso il rafforzamento delle municipalità e il saldo patto comunemente accettato senza rapporti di forza tra tutte loro avrebbe potuto raggiungere quello stato di eguaglianza e libertà previsto dalla natura umana.

Un governo unico, pe’ più liberali emanazione diretta del popolo, responsabile, e revocabile, e per tutti poi, energico, compatto, distributore di cariche, premiatore del merito, è il concetto volgare. Ma se non vogliamo disconoscere l’umana natura, sarà facile scovrire le conseguenze di una tal forma di governo.

L’uomo o gli uomini componenti il governo, non potranno spogliarsi delle loro passioni, rinunziare a’ loro concetti, abdicare infine alla loro individualità […] Eglino, come tutti gli uomini, vedranno le cose sotto quell’aspetto che le loro passioni le presentano, ed adattando i provvedimenti alle loro convinzioni, opereranno coscienziosamente e faranno quanto ad un uomo è dato di fare; quindi i loro desideri, i loro concetti prevarranno su quelli dell’intera nazione, ed avverrà precisamente che, volendo il bene pubblico, conseguiranno uno scopo affatto contrario, imperciocché i desideri, i concetti, le passioni di pochi non potranno essere quelli di tutti, la parte non potrà uguagliare il tutto.

In definitiva, per dirla con Pasolini, Pisacane portava il vessillo del progresso voluto da coloro che vorrebbero la produzione di beni necessari, ma la gran parte dei suoi contemporanei, invece, era animata dalla convinzione che sparirà la miseria, con lo sviluppo dell’industria, con l’aumento del prodotto sociale; uno sviluppo che Pasolini inquadrerà bene: questi nuovi padroni vogliono lo sviluppo, lo sviluppo […] vuole la creazione, la produzione intensa, disperata, ansiosa, smaniosa di beni superflui.

È il germe del consumismo quello gettato dalla rivoluzione industriale, che lascia che i contadini fino ad allora mai incatenati al denaro, ora inizino a desiderare gli averi appannaggio delle classi sociali più alte, in una spirale eversiva che li lascerà inevitabilmente sconfitti.

E dimostrammo come la miseria cresce al crescere del prodotto sociale. Finché i pochi, sono proprietari dei mezzi, onde soddisfare agli incalzanti bisogni de’ molti, questi saranno servi di quelli, qualunque siano le leggi; basta [il fatto] che esse riconoscono e proteggono il diritto di proprietà.

 In una società ove la sola fame costringe il maggior numero al lavoro, la libertà non esiste, la virtù è impossibile, il misfatto è inevitabile: la fame e l’ignoranza, sua conseguenza imediata, rendono la plebe sostegno di quelle medesime instituzioni, di que’ pregiudizi da cui emerge la loro miseria; rivolgono la spada del cittadino contro i cittadini medesimi a difesa d’una tirannide che opprime tutti. La fame imbriglia il pensiero, aguzza il pugnale dell’assassino, prostituisce la donna. La società intera viene abbandonata al governo di coloro che posseggono.

Una fotografia, quella pisacaniana della metà del XIX secolo, che è un po’ la storia del mondo dai tempi del divide et impera, ma che trova un riscontro illuminante nella succitata pellicola del giovane Ennio Lorenzini: Quanto è bello lu murire acciso ricrea alla perfezione il clima che avvolgeva il riformista partenopeo e il suo pensiero, molto più di quanto poteva sperare di fare un libro di storia fino a circa vent’anni fa, tanto da guadagnare al suo direttore la Targa d’oro al David di Donatello del 1976 e il premio come miglior regista esordiente ai Nastri d’argento di quello stesso anno.

Ennio Lorenzini ci restituisce con crudo realismo quanto distortamente fossero accesi gli animi degli uomini che avrebbero accolto lo sbarco dei Trecento; già dai primi frame è proprio la gendarmeria a mettere in guardia i contadini (nullatenenti, fatte salve le poche “gentili” concessioni del potere): i liberali altri non sono che nemici di chiunque possegga un appezzamento di terreno.

Una visione, come detto, distorta che nel suo tragicamente profetico saggio, Pisacane aveva già rilevato: il potere riesce a rivolgere la spada del cittadino contro i cittadini medesimi, e a far sì che siano proprio i designati beneficiari del progetto di libertà a decretare la fine di quanti stavano cercando di aiutarli; ciò ci è magistralmente mostrato da un’inquadratura dall’alto, nell’inseguimento che precede l’eccidio, e più la telecamera si allontana, più è difficile capire chi sono gli inseguiti e chi gli inseguitori, compattandosi questi in un’unica massa ugualmente abbigliata.

Da ultimo, un Pisacane ormai cadavere e disarmato, viene consegnato alla storia da un bozzettista come un pericoloso criminale armato fino ai denti; una distorsione della realtà che, forse, nelle intenzioni di Lorenzini andava a denunciare quella della storia fatta dai manuali, prima ancora che dagli uomini.

La pellicola è purtroppo relegata all’oblio, ma prima di Lorenzini e di Pasolini, le istanze portate avanti da Pisacane divengono vessillo di quella scuola genovese a difesa degli ultimi di cui è capostipite Luigi Tenco.

Classe 1938, il cantautore prematuramente scomparso doveva essere stato uno studente illustre del Mercantini, autore de La Spigolatrice di Sapri; forse aveva sognato, bambino, di quel viaggio di libertà iniziato proprio da Genova; forse con la fantasia aveva ripercorso i passi dei Trecento da quando avevano spezzato le catene della tirannide al carcere di Ponza, omologo della Bastiglia francese, fino alla fine; forse già da piccolo aveva guardato il mondo con gli occhi di Pisacane, quello che, tra i risorgimentali, con la sua anarchia e con la sua manifesta vicinanza agli ultimi, si avvicinava di più alle battaglie combattute a suon di chitarra da Tenco e colleghi.

Forse c’è questo alla base della genesi della versione che aveva preceduto la celebre Ciao amore, ciao, per poi essere pubblicata postuma nel 1972.

In quegli anni Luigi è un giovane ribelle agli abusi del potere; di bella presenza, grande cultura e acuta sensibilità, ci ha già regalato brani memorabili come Cara maestra che denuncia i soprusi dei potenti ed E se ci diranno che si scaglia ferocemente contro la ferita ancora aperta e sanguinate di un regime dittatoriale e intollerante che aveva prodotto le leggi razziali; non stupisce perciò che si sia interessato proprio a Pisacane per produrre un brano antimilitarista dalla bellezza struggente.

Li vidi tornare dà nuova linfa alla poesia di Mercantini (che entrambi gli autori si chiamino Luigi è una curiosa coincidenza) di cui riprende l’incipit: erano trecento, eran giovani forti, andavano al fronte col sole negli occhi; non ci si può sbagliare: è proprio agli sfortunati giovani approdati a Sapri con un sogno, nel 1857, che Tenco si riferisce.

Come avviene ne La Spigolatrice di Sapri è uno spettatore della vicenda che ce la narra in prima persona; questa volta è un bimbo saprese che, intento a giocare nel suo campo di grano, si trova davanti all’inusuale visione di una lunga processione di uomini armati, ma non ne ha paura.

Rispetto al Mercantini, infatti, Tenco non li idealizza, ma, al contrario, si impegna a restituirceli estremamente umani in una visione quasi filmica: avvolti dall’oro del sole e del grano, quasi rassegnati eppure sorridenti (Tutti avevano una lacrima e un sorriso, recita la poesia), sono consapevoli dell’alto rischio di essere uccisi, ma non perdono la gioia di cantare e cantavano tutti in coro “Ciao amore, ciao amore, ciao”

Riemergono  le suggestioni del Luigi bambino, quando sui banchi di scuola sognava le imprese dei Trecento e già il suo cuore sposava quegli ideali che sarebbero stati anche suoi: avrei dato la vita per essere con loro. Ma a differenza di quanto fa la giovane raccoglitrice di grano mercantiniana, il bimbo di Li vidi tornare non li segue: accoglie la loro promessa di fare ritorno l’indomani e attende.

In questo sta la grandezza poetica di uno dei passaggi forse più forti e meravigliosi dell’intera storia canora italiana: Luigi prende in prestito una tecnica cinematografica e non si limita a raccontarci, ma ci fa vedere, ci compone magistralmente davanti agli occhi lo scorrere di quest’attesa: aspettai domani per giorni e per giorni, col sole nei campi e poi con la neve; omettendo delicatamente qualsiasi crudo passaggio, ci informa che sono morti, poiché passano le stagioni (e dunque gli anni), la gente piange, ma loro non fanno ritorno, pur restando vivi nel cuore del bimbo che, crescendo, continua a cantare la loro canzone, finché una notte non comprende quanto orribile sia stato il loro destino e quella notte in sogno io li vidi tornare.

L’ultimo lascito di un cantautore mai dimenticato è di una tenerezza commovente anche per la perseveranza ad aprirsi a una speranza che in quel 1967 era esattamente la stessa di 110 anni prima: perché con Pisacane potessero tornare anche i suoi ideali; perché bastava avere qualcuno che non li dimenticasse e questi sarebbero sopravvissuti; perché non è mai troppo tardi per sognare un mondo migliore.

Roberta Manfredi

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