La storia di un uomo che trema

uomo

“…Non si ha nulla, tutto è compiuto,

Dove il desiderio si realizza, senza contenuto:

E’ meglio essere ciò che distruggiamo,

Che con la distruzione vivere in dubbia gioia”.

William Shakespeare, Lady Macbeth (atto III, scena 2)

 

Fino a qualche anno fa rifiutavo il modernismo letterario.

Non riuscivo a fidarmi degli scrittori testimoni della nostra epoca, e forse perché il distacco che pensavo di elaborare leggendo il passato nel presente contava di separarmi meglio dal resto che mi circondava, per il quale continuavo a mostrare una certa ostilità.

Tuttavia, e questo poco prima di iniziare a scrivere, mi sono per caso imbattuto nella confessione dell’unico autore moderno che davvero, istintivamente, naturalmente, amavo.

La verità derivava dalla sua improvvisa confessione su un canale scontato come quello dei social, in cui annunciava al suo pubblico di lettori, quindi me compreso, le sue consuete sedute dallo psichiatra, e anche se erano esposte in maniera scherzosa, in forma pressocchè light, egli si mostrava per la prima volta in tutte le sue debolezze.

La sua scrittura non era altro che il grido di aiuto che per forza di eccessi voleva a tutti i costi fuoriuscire dalla folla urlante di impegni, favori, passioni, amori, problemi, rumori, malattie…

Era scontato, pensavo tuttavia, che un essere così speciale come lui volesse in qualche maniera identificarsi come una persona non propriamente normale (in quanto normalità resta un concetto astratto decifrabile solo all’uomo mediocre), ma almeno sincera, anche debole dietro la sua corazza di bestsellers.

Con la scusa di un buon bicchier di vino offerto dal medico lì vi si presentava spesso, diceva.

E fu così che mi sono fidato, e proprio grazie a lui ho pensato che gli scrittori di oggi avessero la responsabilità di unire un passato glorioso col presente plastico usa e getta, quindi riunire tutte le forze possibili per cercare, non dico di equipararsi, ma almeno di aggrapparsi al filo interrotto delle gesta letterarie che ci avrebbero formati.

È stato più semplice unirmi così ai testimoni di oggi.

Ed è stato così, nella maniera più forte che possa esserci, appena mi sono immerso nella lettura de L’uomo che trema di Andrea Pomella (Einaudi).

Pomella non usa mezzi termini, e non gira a vuoto intorno a concetti scontati, e non si abbarbica alla speranza di essere compreso dietro frasi romanzate, costruite, costituite magari da abbellimenti che si autodichiarano tali perché coprenti brutture stilistiche; egli in  questo libro si confessa e pretende di essere compreso da chi lo ha letto, chi lo sta leggendo e chi lo leggerà a discapito di non averlo letto ancora.

La storia che ci circonda nei periodi che urlano disperazione, nelle condizioni povere di tenacia fisica ma non certo intellettuale, illumina invece il pensiero dell’uomo che scrive della lucidità dell’esistenza terrena in tutte le sue forme più drammatiche, e attenzione, perché non si tratta di speculare su processi personali vissuti e spiattellati in faccia a caso, ma di elaborare quanto il resto che ci circonda, e fa parte di noi, sia visto in tutti i suoi punti di sutura per cui gli siamo uniti.

La scrittura (confessione forse, ma che importanza ha?) di questo autore funge da estrema visione di momenti che altrimenti sarebbero concepiti con illusione, con la distrazione di chi si lascia dietro circostanze a cui non dà peso.

“L’intelligenza animale, il sistema logico che non prevede ansie e inquietudini, incorrotto dalle angosce, dalle dottrine, dal discernimento soggettivo della realtà, dotato di solo istinto, è la beatitudine originaria che abbiamo perduto. Con la nascita del pensiero critico e con il conseguente sviluppo delle capacità di speculazione filosofica, la razza umana ha conosciuto il peccato, la sofferenza e la morte. La depressione è il vero castigo per il peccato originale; è ciò che la teologia cristiana chiama << la caduta dell’uomo >>”.

Ma siamo davvero sicuri che la depressione sia una condizione fisico-intellettuale deleteria?

In linea di massima certamente, soprattutto se identificata da chi ne ha sofferto e da chi ne soffre, perché è anzitutto una malattia, e tra le più difficili da curare.

L’apertura mentale, però, a cui ci abitua Pomella nel suo romanzo diviene una condizione interpretativa a cui non sempre siamo abituati, nella quale si indagano fattori che più che riconoscibili a prima vista, sono proprio quelli millesimali, quei neutroni che stanno intorno, che nella sua lente s’ingrandiscono fino a divenire l’essenza della situazione; dove il materiale di secondo piano avanza fino a presentarsi come una massa abnorme dove tutto ha importanza, e dove niente può essere tralasciato, e dove la forma titanica che ne vien fuori ci schiaccia con la sua mole impossibile da sostenere.

Molto probabilmente quello a cui saremmo esposti, se depressi, favorirebbe occasioni malevoli nei nostri stessi confronti, come se riuscissimo a identificarci  estranei al nostro stesso campo visivo, molto più esteso, a tal punto da ottenere un panorama che riesca a guardarci anche al di fuori.

Risulterebbe, a tal punto molto più semplice raggiungere il male estremo, infierendosi contro, farla finita.

Ho riaperto per l’occasione Psicoanalisi della società moderna di Sigmund Freud e, nonostante la lettura del romanzo in questione, ho ripensato a ciò che potrebbe attanagliare uno scrittore, spettatore e mentore di questi tempi moderni asfissianti, spesso disgustosi, e sono rimasto sorpreso da ciò:

“Tanto più sorprendente e addirittura sbalorditivo, deve apparire quando, in qualità di medico, si scopre che la gente talvolta si ammala proprio quando si è realizzato un desiderio profondamente radicato e a lungo nutrito. Sembra allora come se queste persone non possano tollerare la loro felicità; ché non può esservi dubbio ci sia una connessione causale tra il loro successo e il loro ammalarsi”.

Il protagonista s’interroga sui suicidi eccellenti come David Foster Wallace in letteratura ed Elliot Smith in musica, e riconosce che in ambedue i casi gli artisti si siano sentiti come all’ultimo giro di boa, e si siano uccisi per paura di continuare, e non di certo per paura di aver esaurito le scorte, anzi, è proprio una visione talmente estesa come si può guadagnare in menti così espansive, che alla fine il tutto ha un peso esagerato e grava inevitabilmente sulle loro spalle, annientandoli.

La loro superiorità intellettuale, inoltre, li distanzia sempre più dall’ambiente che li circonda e tale condizione alimenta l’estrema decisione, perché nella presunta pazzia, nell’avanzamento emotivo della presa di coscienza, si sentono isolati seppur circondati da individui, questi ultimi dissimili.

Vi prego, dunque, non gridate allo scandalo, ma cosa differenzierebbe Cesare Pavese e Kurt Cobain? E, ammettiamolo, anche se le sostanze stupefacenti acutizzano ancor più la visione di un mondo orrorifico, portando il soggetto ancor prima alla conclusione di non farcela, quasi sicuramente i talenti di varie dottrine, come sollevano il pulviscolo del polverone di successi che hanno raggiunto, sanno che quella stessa coltre prima o poi ritornerà giù, ricoprendoli del grigiore che ha catturato nello smog circostante.

Peggio.

Ho aperto questo scritto con una frase di William Shakespeare, e non a caso la stessa viene citata da Sigmund Freud, nella Psicoanalisi della società moderna,  il quale subito dopo ammette che la tragedia Lady Macbeth è “cosparsa di riferimenti del rapporto padre-figli”.

E dunque, ancora un punto di svolta nella parziale risoluzione del problema che alla fine avverrà nel protagonista (un certo A. P., per l’appunto), che consiste nel primo abbandono della famiglia da parte del padre, che ha scatenato uno scoordinamento sociale nel protagonista, ancora bambino, e che lo ha spinto a sua volta al rifiuto del genitore appena quest’ultimo ha tentato di riavvicinarsi al figlio, quando nello stesso manuale di psicoanalisi leggo qualcosa di simile.

Spiega Freud:

“Questa ragione può essere di vario genere. Nei casi da me studiati sono riuscito a scoprire una caratteristica comune nelle prime esperienze di vita di questi pazienti. Le loro nevrosi erano connesse a esperienze o sofferenze subite nella primissima infanzia, rispetto alle quali sapevano di non essere colpevoli, e che consideravano un ingiusto danno arrecato loro”.

Si chiama deficit parentalespiega lo psicanalista ad A. P.- ed è da ricercare appunto nel tipo di accadimento ricevuto nel corso dell’infanzia-, e i conti tornano.

Oltre a Grazia, sua moglie, inesauribile fonte di conforto, sarà Mario, il figlioletto, che gli garantirà la buona riuscita, almeno il primo passo verso le giuste relazioni interpersonali:

“Io, con la mia anima amputata, prendevo appunti mentali mentre lo guardavo scorrazzare nel campo, facendosi chiamare per nome da persone che conoscevano lui e non conoscevano me, ossia quel che succede normalmente in una vita competitiva a cui io, invece, avevo abdicato”, spiega A.

Quando poi ci sarà il riavvicinamento col padre, sempre quasi voluto da Mario, parte della depressione finirà per attenuarsi, e il libro si chiude con una speranza.

Nei figli risiede la resistenza nel saper andare avanti, e nonostante gli abbattimenti consueti che potrebbero terrorizzarci nel nostro percorso oscuro, avremmo sempre una luce nel loro sorriso innocente, e grazie ad essa possiamo farci guidare nelle risoluzioni che prendono vita nella riuscita della loro felicità che, per fini consequenziali, non potrebbe che essere anche nostra.

Carmine Maffei

(Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi editore, pagine 216,  euro 18, 50)

Pubblicità

Un pensiero su “La storia di un uomo che trema

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...