Eliot e la grande poesia

eliot.jpg

Ci sono poeti che vanno incontro al lettore, nei loro versi offrono chiaramente al mondo quello che il mondo già sa, ma non è capace di dire; Thomas Stearns Eliot, però, non è tra questi, non regala nulla, al contrario pretende un’attenta analisi e una solida base culturale da parte di chi si approccia alle sue opere. Qualora si riesca a uscire indenni dalla lettura, avendo individuato almeno in parte il complesso quadro di rimandi che il poeta aveva ben chiaro in mente, il lavoro non è terminato, segue una lenta ma necessaria “digestione”, alla fine della quale, come se di nascosto le parole avessero scavato nicchie per accoglierli, ci si ritrova con frammenti di immagini limpidi e indelebili.

È quasi scontato far notare che un simile metodo, senza dubbio, potrebbe scoraggiare il lettore abituato al consumo fugace di versi e non certo alla complessa dimensione poetica che è invece capace di creare Eliot.

Chiuso il libro che raccoglie i versi di questo controverso autore, che ebbe accorati sostenitori – basti citare Ezra Pound e Virginia Woolf – ma anche accaniti, feroci detrattori, resta una sequela di immagini, come se, invece di essere state semplicemente lette, le poesie avessero preso forma. Resta la figura del rude e scimmiesco Sweeney, in piedi a radersi la barba, mentre una donna, nel letto vicino a lui, è colta da un attacco di epilessia.

Sweeney eretto è una poesia scritta tra 1918 e 1919; l’incipit regala un incantevole paesaggio mitologico, quasi un quadro, nel quale dominano il mare, le rocce e il vento e fanno la loro comparsa Eolo, Arianna, Nausicaa e Polifemo. Immediatamente i richiami al mito sono sostituiti dalla scena poco edificante che vede protagonista Sweeney e la donna epilettica, presumibilmente una prostituta. È un passaggio rapido e shoccante, un salto dalla bellezza all’ordinaria lordura, che quasi sembra voler ricordare al lettore che la vita umana è proprio questo continuo salire e scendere, questa alternanza tra grandezza e miseria.

Di simili traumatici salti Eliot ne riserva molti al suo lettore; cambia il dislivello, l’intensità del senso di vertigine, ma la tecnica resta la stessa.

La terra desolata, poema pubblicato nel 1922, dopo che Ezra Pound l’ebbe ridotto di circa la metà, destò profonde perplessità nel pubblico: il critico inglese Frank Laurence Lucas considerò l’opera un rospo adornato di gioielli presi in prestito, laddove i gioielli erano i numerosi riferimenti dotti, dalla Bibbia a Dante alla letteratura contemporanea. A dispetto del giudizio di Lucas, La terra desolata si apre con alcuni dei versi più evocativi della poesia del Novecento, sicuramente tra i più noti di Eliot: “Aprile è il mese più crudele, genera / Lillà da terra morta, confondendo /Memoria e desiderio, risvegliando / Le radici sopite con la pioggia della primavera”.

Anche ne La terra desolata è possibile cogliere balzi continui che vedono l’alternarsi di sublimi visioni e immagini tratte da un presente arido, appunto desolato e desolante, sebbene qui i due poli siano separati in maniera meno netta: fiori e fango iniziano a contaminarsi e appare più evidente che dal secondo possano nascere i primi.

Eliot scrisse questo poema in un periodo di profonda depressione; lo stato d’animo di fondo è evidente, ma non compromette l’universalità dell’opera: la singolare condizione del vero poeta, infatti, prevede lo straordinario potere di trasformare il particolare in universale.

Si può dire lo stesso dell’opera del 1930, Mercoledì delle ceneri, che ripercorre in forma lirica la conversione dell’autore all’anglicanesimo. Colpisce in questo poemetto la maggiore solennità rispetto ad altri scritti, quasi che il poeta non abbia osato sporcare l’elevato argomento, trattato in maniera impersonale, con schizzi di quotidiana bassezza. Mercoledì delle ceneri ha lo stesso tono di una preghiera e la limpida oscurità di un’illuminazione, alla quale solo chi scrive ha avuto accesso. Al lettore resta tutto il fascino dell’inafferrabile.

Questo senso di inafferrabilità, d’altronde, accompagna la lettura di tutti gli scritti poetici di Eliot e dà l’impressione di muoversi all’interno di una selva irta di significati nascosti; come non pensare, infatti, al ben noto “correlativo oggettivo”, elaborato nel 1919 dal poeta stesso? Emozioni e sensazioni sono lì, pronte a esplodere nella testa e sulla pelle di chi legge, basta solo seguire le faticose tracce lasciate da Eliot sotto forma di oggetti, situazioni e catene di eventi.

Nel 1943, dopo la pubblicazione del volume Four Quartets, Eliot si dedicò principalmente al teatro, alla critica letteraria e alla saggistica.

Nel 1948 gli fu conferito il Nobel “per il suo eccezionale e pionieristico contributo alla poesia contemporanea” e, ripercorrendo i suoi versi, non si può che riconoscere la veridicità di tale motivazione.

Angela Nese

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...