Blake Butler e le mappe della catastrofe

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Nei racconti di Blake Butler il mondo che conosciamo è finito. Catastrofi immani l’hanno spazzato via, non prima di averne stravolto i connotati. Ciò che resta è materiale in disfacimento: leggiamo le gesta epiche di uomini e donne, superstiti irriconoscibili di ciò che una volta era la nostra specie, esseri fragili in continua de-voluzione, offesi dalle intemperie, in cammino lungo crinali di orrore crescente. In opposizione a questa peste universale, che deturpa anime e corpi, pare impossibile innescare un movimento contrario, una controtendenza significativa. Non è forse ciò che proviamo, oggi, di fronte allo scioglimento dei ghiacciai, allo sbiancamento dei coralli o alla dipartita dell’ultimo rinoceronte bianco? Il dado è tratto. I tentativi dei pochi volenterosi sono commoventi. Qualcosa ha sconfitto l’Uomo. Atlante delle ceneri è una poetica rassegna di disgrazie, da intendersi, alla lettera, come perversione sistematica del dono della bellezza. Il quarantenne scrittore americano compila, con la dedizione del testimone o dello storico a venire, pagine dense di profezie iperboliche e funamboliche. Lo sfacelo prossimo venturo, ecologico, ambientale, sociale e culturale, è descritto con puntiglio sadico e verve immaginifica. L’autore si nutre, e nutre il lettore, di fantasia postapocalittica dalle tinte nerissime, una performance da demiurgo del male, allucinata e veemente.

Dello stile di Butler colpiscono la coerenza stilistica e la cupa, gotica musicalità. Atlante delle ceneri è un requiem diviso in capitoli, una sinfonia di previsioni funeree, ispirata e dedicata alla morte dell’Uomo, evento che, in tutti i racconti, stanze di un’unica dolente via crucis, appare un fatto inevitabile, una colpa collettiva oramai sfuggita ad ogni ipotesi di redenzione. Materia decomposta e orrendamente ricomposta; fenomeni anomali assurti a normalità, a consuetudine; carni tumefatte, escoriate e mutilate quale standard fisiologico; piogge torrenziali di uccelli, di ghiaia, di vetro e di merda; cieli insanguinati (non è una metafora); invasioni di insetti e di larve; siccità ricorrenti e maree mefitiche. L’elenco di oscenità è troppo lungo da compilare. Le situazioni surreali, da inserire nella cornice scientifica di una nuova realtà, si accumulano ai limiti del parossismo. Eppure, i racconti non mirano al disgusto, al facile scandalo. In essi, vi è armonia. Un risultato del genere, considerata la materia maneggiata, si deve a una presa filosofica saldissima. La meraviglia per un mondo alieno, squilibrato e furente, ci spinge ad inoltrarci tra le rovine fumanti, con il desiderio di vedere in profondità, di spalancare lo sguardo sul carnevale di follia, di tagliuzzarci ancora, di respirare a pieni polmoni i veleni dell’Apocalisse.

Nevicarono fiocchi di carbone grandi come teste di uomini, dispersi da un qualche grosso incendio nel cielo. La cenere nera solcò come pioggia la sera, aggrappandosi al fango come una nuova, seconda pelle. Ogni centimetro di pelle fu stuccato e incrostato. Ogni inalazione colmava la bocca. Le strade intonavano affanni corali e singhiozzi rabbiosi. Creavamo maschere per i nostri volti usando vecchi giornali – le edizioni correnti non venivano più consegnate. Il sistema postale chiuse i battenti, il che di per sé era una piccola benedizione: smisi di ricevere le bollette.

È un quadro gotico e assurdo insieme, attraversato da sottile ironia, vicino agli sperimentalismi del Novecento. Non è certo un caso che Butler citi, in epigrafe, un passo tratto da Malone muore di Samuel Beckett. Le modalità di racconto spaziano dal diario alla confessione diretta, mentre il punto di vista oscilla tra la prima e la terza persona. Una rete di voci coglie l’umanità nel momento del trapasso, il punto di non ritorno oltre il quale la terra è un inferno di bizzarrie meteorologiche e climatiche. L’equilibrio è spezzato. La vita che fu, e che non sarà più, sta alle spalle. I più giovani non la ricordano affatto, gli adulti nuotano in spettrali pozze di memoria. I reduci sperimentano una riedizione del caos primordiale. In tempi di tecno-ottimismo in cui si vagheggia, con tinte ingenuamente messianiche, di singolarità, perfetta fusione tra umano e non umano, Butler ci presenta una sfumatura scandalosa del concetto: gli ecosistemi, giunti al collasso, generano al proprio interno impreviste varianti di sé, sempre nuove, imprevedibili, incomprensibili. La natura, estremizzando le tesi del romanticismo letterario, è mutata ed è implosa nelle forme di un organismo mostruoso, onnicomprensivo, onnivoro, un sistema che tritura le inutili creazioni tecniche, inservibili, divenute cimeli e sfigurati specchi di antichi fasti.

In Atlante delle ceneri la civiltà è crollata spettacolarmente. La mente dei naufraghi vaga tra le macerie. La famiglia è l’unico nucleo di aggregazione superiore all’individuo, ultimo bozzolo di sentimenti da coltivare, da preservare, nei modi che restano a disposizione dei simulacri umani. In nessuno dei racconti si notano vestigia di apparati statali o di enti intermedi. L’individuo è spesso solo, sguarnito, nel fronteggiare una liquida, anonima ferocia. Tra le righe è sottesa una lezione di filosofia della storia. Il progresso ha creduto di poter camminare sulla linea retta dello sviluppo, prima di precipitare con fragore nell’abisso. Illuminismo e positivismo hanno perso le proprie scommesse, e il tavolo da gioco è ora deserto. L’impatto con l’incredibile succedersi degli eventi genera nel singolo scintille di vitalità residua, nuove organizzazioni della materia, modificazioni fisiche e psichiche sui generis. Prima della resa, l’uomo saggia in sé una grandezza morale sfuggente alla morsa espropriante delle mutazioni genetiche. Un canto del cigno lirico e disperato. Blake Butler si affida al grottesco, coltivando uno stile non troppo distante dal cosiddetto post-esotismo, distopia letteraria postulata, e praticata, da Antoine Volodine, grande scrittore francese.

La madre mangiò fili e merletti per quattro settimane perché la figlia avesse un vestito. Era stanca di non essere in grado di dare a sua figlia le cose che tante altre ragazze davano per scontato. La loro famiglia e le dita della madre erano così doloranti per l’artrite che non riusciva a cucire. Invece masticava le lenzuola dei letti finché non diventavano abbastanza morbide da deglutire. Mordeva le tende e maciullava il cuscino. Passava un dito bagnato sul pavimento per raccogliere la polvere. Dio lavorerà a maglia un vestito nel mio ventre proprio come ha fatto con te, mormorava. Accecherai il mondo quando lo indosserai.

È lecita un’ulteriore chiave di lettura: e se i racconti di Butler fossero delle cosmogonie rovesciate? In queste pagine non ci accostiamo al mito della creazione ma della fine dei tempi. Lo scrittore ci propone, da diverse angolature, l’immagine di una conflagrazione epocale? L’umanità si sta avvicinando al termine del ciclo cosmico ipotizzato, ad esempio, dagli stoici? Difficile, d’altronde, pensare a un esito puramente nichilista: dopo, si intuisce in molti passaggi, ci aspettano tempi nuovi, caratterizzati da una radicale sospensione, o sovversione, delle regole valide da millenni. In Bruchi, dieci miliardi di farfalle fuoriescono all’unisono da un’infinità di crisalidi che hanno ricoperto prati, strade e città. In La casa del fumo è il diluvio, provvidenziale senza essere salvifico, a spegnere i fuochi che divorano misteriosamente una casa e la famiglia che la abita. In Il letto dell’oceano è il ritorno implacabile delle maree a invertire una stagione siccitosa che sembra eterna. Gli echi biblici, veterotestamentari, affiorano a mo’ di tracce, di piste di senso, frammenti mescolati ad elementi eterogenei e a suggestioni afferenti al pensiero di altre civiltà. Butler indica, nelle sue parabole postmoderne, l’approssimarsi di un big bang al contrario: le architetture economico-sociali, le sovrastrutture culturali, i gusti delle moltitudini, le propensioni al consumo non stanno già convergendo, a partire dalle mode registrate fin negli sperduti angoli del pianeta, in un gigantesco vortice che le comprime, e le fagocita, per sputarle poi in un minaccioso altrove? Atlante delle ceneri, allora, potrebbe essere un compendio di favole politiche del XXI secolo?

Ora, nel mezzo della marea morta, il muro divideva il cielo devastato – monolitico, blu e senza bordi, che si distendeva infinito da entrambi i lati e in alto, fin dentro qualsiasi cosa fosse quella lassù. Il sole si trovava ancora, spegnendosi e accendendosi sotto le nuvole eruttate; ma l’altra metà di tutto – dove un tempo si trovava il centro commerciale, dove mia nonna affogò con la sua enorme massa di capelli, dove per così tante notti avevo guardato da sola la luna che tentava di brillare – era sparita. Persino dalla mia distanza vidi le macchie dove gli uccelli si erano scontrati sulla superficie piatta. Sotto, i loro corpi galleggiavano.

Blake Butler dispiega sotto i nostri occhi le mappe della resilienza estrema. Stipati in album fotografici degradati, mangiucchiati dalle muffe, sorridono parenti e amici in posa, sullo sfondo di un’altra era, fantasmi inghiottiti dall’orrore montante. Atlante delle ceneri è un tour guidato nel disastro che ci attende. La casa editrice Pidgin, con un tocco di humor nero, regala al libro una veste grafica conforme al testo. Un gioiellino letterario, un’opera necessaria affinché qualcuno recepisca il segnale di allarme.

Alessandro Vergari

(Blake Butler, Atlante delle ceneri, Pidgin Editore, 2018, traduzione di Stefano Pirone)

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