I molti libri dentro “La bambina dei salti” di Edgar Borges

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La bambina dei salti, “La niña del salto“, di Edgar Borges, scrittore di origine venezualana che dal 2007 vive in Spagna, è un libro e al tempo stesso molti libri. L’autore permette al lettore di scegliere il percorso da seguire, i corridoi della storia dove orientarsi.

La narrazione si svolge a Santolaya, il nome asturiano di Santa Eulalia, una piccola città con il suo municipio, la piazza la chiesa, il bar, un negozio di sartoria; l’archetipo di ogni possibile villaggio; un luogo che potrebbe appartenere a qualsiasi parte del pianeta, e che è attraversato e segnato in lungo, in largo, nel suo perimetro dai passi riluttanti o sognanti di Antonia, da quelli arroganti di Dicxon, da quelli anarchici, spiazzanti dei simulatori degli scrittori, dei divulgatori di poesia.

Il lettore può decidere di decifrare, o di godersi semplicemente i versi dei poeti, le citazioni tratte da romanzi, i riferimenti a opere pittoriche che costellano i capitoli del libro, a tratti in modo didascalico, corredati da chiose quasi accademiche; in altri momenti sussurrati da una presenza numinosa dietro le spalle di qualcuno. Sono anche il tramite dell’iniziazione di una donna, risvegliano l’eros precipitato dentro le macerie degli abusi ricevuti da anni dal marito. La letteratura, la cultura sono protagonisti in negativo nella lancinante distruzione dei volumi di una preziosa biblioteca privata; o quando si sottolinea l’inadeguatezza di un amministratore della cultura che “intrappola” il pensiero libero in recinti, e non favorisce la circolazione reale del sapere.

Molti leggono “La bambina dei salti” come una sorta di lungo e complesso libello sulla ferocia della violenza domestica; e senza dubbio questo tema occupa gran parte delle pagine. Lo scrittore utilizza descrizioni ripetute, dirette e oscene della violenza sessuale subita dalla protagonista del libro, Antonia, da parte dal marito-orco Dicxon.

Antonia imparò a trasformare gli spazi della casa in modi per ritardare l’entrata nella sua camera da letto.

La donna cerca di evitare la stanza coniugale, occupando la stanza della figlia, il bagno, con strategie comunque fallimentari: la vittoria è sempre in mano al marito, alla fine.

Dicxon non si accontenta di stuprare la moglie; con tenacia tenta di sradicare dalla sua mente ogni traccia della formazione umanistica che la connota come individuo. Simbolo estremo di questa caccia agli ultimi residui di pensiero autonomo di Antonia, la ricerca ossessiva – per distruggerlo – del quaderno dove lei annotava citazioni letterarie e scrittura quando, prima di sposarsi, studiava filosofia a Madrid, frequentava artisti, coltivava ambizioni letterarie.

Lui sapeva che c’era ancora della ribellione da calmare, della vita da sconfiggere, delle fantasie da far implodere, del sesso da governare.

Un labirinto letterario? Un testo engagé? Il libro è un viaggio dentro stanze ricoperte di specchi dove il lettore proietta le sue emozioni, sceglie ciò che più lo turba, o lo sollecita a riflessioni.

Potrebbe essere considerato anche un libro che parla della percezione soggettiva del tempo, che condiziona la struttura profonda del testo. A Santolaya il ritmo del tempo muta, spesso rallenta.

Ogni sorso diventa l’azione automatica di un corpo a riposo; lo sguardo che cerca per strada le prove del passare del tempo. Osservatori che vivono con la sensazione che un giorno abbia più di ventiquattro ore.

Quando nel bar entra un “forestiero”, persino la sua descrizione fisica è legata al concetto del tempo e posta in contrasto col tempo che scorre a Santolaya.

Martedì 4 ottobre, cinque giorni prima della seconda tragedia, un ragazzo entrò all’improvviso nel bar; il movimento nervoso di occhi e mani annunciava che veniva da un luogo in cui il giorno si contava in secondi.

Citlali – una componente del gruppo dei divulgatori di poesia – riesce a indurre una sorta di trance collettiva negli avventori del bar.

Signore e signori, vi invitiamo a partecipare a: Il gioco della durata!

Fatto il suo annuncio, cominciò a descrivere una serie di situazioni. – In questo momento non sta succedendo niente…non succede nulla…ma non è il tempo ad essersi fermato, siamo noi che abbiamo smesso di fare cose.[…]la gente del bar non osserva più l’orologio; il paese tutto ha preso le distanze dai fatti del bar. Il mondo non sa che questo posto ha smesso di muoversi.

Borges utilizza spesso effetti di straniamento spazio- temporale che portano anche il lettore a un senso di dilatamento del tempo; apre dei varchi, descrivendo – ad esempio – la visione all’improvviso poco lucida di un personaggio tutto d’un pezzo come Dicxon, che vaga all’alba nel paese:

Voleva tornare per cercare sua moglie, ma non si ricordava il percorso. La stessa faccia di Antonia era sfocata. Ogni sensazione che gli veniva in mente si riduceva a una parola. Bambina, donna, percorso. La mente gli si era svuotata, condannata alla realtà della vista. O del ricordo.

Santolaya. Un paese che potrebbe essere qualsiasi paese del mondo. I cinque anziani seduti ad osservare i passanti. Lo sguardo dei paesani sulle vicende altrui. L’effetto caotico creato dall’arrivo di forestieri.

Se si sorpassa la chiesa, altro recinto delle convenzioni, ecco affievolirsi il potere della città, i primi alberi di un giardino fanno già pensare al bosco.

La natura, è tutt’altra cosa dallo spazio urbano. Se non lo spiegasse nei dettagli Borges con una citazione accurata, verso la fine del libro, tratta da “L’albero” di John Fowles l’avremmo compreso leggendo lo splendido passaggio che descrive il rapporto di Antonia adolescente con essa:

Prima, da adolescente, quando camminava per le strade del paese, era solita scedere fino ai giardini della chiesa. Lo faceva ad ore diverse dalla messa, forse per non incrociare le bigotte e non dover metter piede nel confessionale. Si dirigeva a sinistra per camminare tra gli alberi da frutto. Più di una volta fantasticò che gli alberi, al suo passaggio, le imploravano sussurrando di non essere classificati. Non meli, non aranci, non limoni. Gli alberi erano solo una parte sottratta al bosco, una pallida copia trasformata in uno spettacolo utilitaristico. Una porzione dell’enorme fragranza. Lei, davanti a quei richiami, apriva le braccia e passava ore ferma in uno stesso punto, serena, profumata, incorruttibile, mitologica, seminata nella terra. Quieta, silenziosa.

Identificandosi con la natura, Antonia ne trae conforto. Anche gli animali sono figure benevole, soccorritrici.

La donna liberò la pelle, il viso, la bocca, le mani, la pancia. Il morso degli anni recuperò il corpo e l’abbandonò. Si lasciò pervadere dal sereno senso dell’esistenza. Smise di essere lei. Divenne un gatto.

E, naturalmente, Antonia ha una preziosa alleata nella figlia, un personaggio appena tratteggiato, una bambina di quasi sette anni con il viso che mostra perennemente stupore festivo, che nella narrazione non sembra avere una vera e propria autonomia, ma sembra essere il daemon della madre, il suo prolungamento energetico.

Per qualche strana ragione, la bambina aveva sempre avuto bisogno di saltare, non riusciva a camminare per più di due passi senza fare tre o quattro salti di seguito. I medici sostenevano che fosse un atto involontario dalla nascita. Fin dai suoi primi passi, invece di camminare, aveva cercato di saltare. Per lei il salto rappresentava il miglior strumento di gioco, ma era anche il suo modo di muoversi nella vita.

Il libro di Edgar Borges stupisce, appassiona, apre a molteplici direzioni di pensiero.

E’ un omaggio esplicito a molti grandi autori, un notevole richiamo a “Pedro Páramo” (seppure Rulfo sia citato solo con il cognome, una volta, quasi di sfuggita)

Il primo giorno del suo arrivo immaginò che gli abitanti di Santolaya fossero in realtà morti che imitavano testimonianze di vita

Questo libro enigmatico sceglie come titolo proprio la bambina dei salti; lo voglio leggere come un invito a non rinunciare all’allenamento del pensiero, a non rassegnarsi al catastrofismo; di fronte all’inabissarsi progressivo dell’influenza della letteratura sulle sorti del mondo, occorre non dismettere il desiderio incessante di aspirare a un livello più elevato di consapevolezza, conservando lo stupore festivo della bambina.

Patrizia Caffiero

(Edgar Borges, La bambina dei salti, Musicaos editore, 2018, traduzione di Antonio Boccardo)

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