Lo scricciolo (racconto di Luisa Bolleri)

G. Berengo Gardin

L’ho sentito, era un flebile lamento, ma che dico, un pigolio. Un misto di gemito e preghiera, all’inizio pareva emesso in una lingua sconosciuta o in un dialetto incomprensibile, poggiato su oscillazioni tremolanti, come il verso degli agnelli strappati alla madre. Con il trascorrere dei minuti ho capito che era italiano, filtrato dal dolore.

Solo la voce mi arrivava di lei, a ondate, a belati, mentre sedevo al capezzale di mio padre in un pronto soccorso come tanti, in cui ogni posto letto circoscrive la privacy con tende verdoline. Non era un piagnucolio qualsiasi, quello, no, strappava il cuore, così privo di difese e insieme disarmante. Era una richiesta di aiuto che conteneva in sé il rifiuto già sperimentato, abituale, a cui ci si è arresi da tempo immemorabile. Eppure, anche nella resa, si continua a sperare. Senza alzare gli occhi, senza aumentare il volume del pianto asciutto, si aspetta che il caso inciampi su di noi e ci rotoli addosso.

Aiutateemi-ohioi-aiuutoo-vipreegoo-pieeetà-pieeetà-pieeetààà. La vibrazione sussurrata continuava a trapanare l’aria, senza rabbia, senza urgenza, con il suo enorme carico di sofferenza fisica, di paura e disperazione.

A un certo punto non ce l’ho fatta più, mi sono alzata e mi sono avvicinata al suo letto per guardarla. Ciò che ho visto mi ha fatto tanta tenerezza. Un corpicino rannicchiato di non più di 150 centimetri per circa quaranta chili, un uccellino caduto dal nido, le spalle nude ossute fuori dalle lenzuola macchiate di sangue, la testa fasciata da una benda precaria, un occhio e il suo contorno nero-violacei per un’evidente botta. Non aveva nessuno accanto. Successivamente ho scoperto che non era sola, sua figlia era in sala d’attesa.

Gli infermieri avevano tabelle da seguire e lei non era contemplata tra le urgenze. Se le passavano accanto, le rivolgevano al volo una domanda alla quale lei non aveva mai la prontezza di rispondere. La sfioravano appena con la loro attenzione. Hanno fatto trascorrere tre ore per decidersi finalmente ad applicarle dei punti e somministrarle un antidolorifico, comunicandole poco dopo che era pronta per le dimissioni.

Più tardi, nel corridoio, mentre gli operatori del 118 si accingevano a riportarla a casa, teneva ritta la testa, sulla quale spiccavano i capelli bianchi, corti e sparati in tutte le direzioni, come hanno i vecchi dopo averci dormito sopra.

Sua figlia si rammaricava di lei per essersi voluta alzare da sola, sbattendo conseguentemente contro il muro con violenza, e il suo tono esprimeva forte contrarietà perché non aveva chiamato la badante, pagata appositamente per aiutarla, prima di lasciare il suo letto. Era inammissibile che la badante stesse guardando la televisione e che lei non l’avesse voluta disturbare, aggiungeva.

Io pensavo a quando le parti erano invertite, alcune decine di anni fa, e la figlia bambina avrà avuto bisogno dell’aiuto di sua madre.

Ah, questi vecchi, che vorrebbero essere autonomi e finiscono per fare male a se stessi e agli altri.

Questi vecchi, da controllare a vista, che fanno perdere le ore di lavoro, il sonno e fanno rabbia perché non danno ascolto.

Questi vecchi, uccellini in bilico sui nidi della vita. Che vanno tenuti forte perché altrimenti cadono nel vuoto e non sanno più volare ma non se lo ricordano, e a volte ci fanno precipitare insieme a loro.

Questi vecchi dagli occhi acquosi e i denti nel cassetto del comodino, che si sentono di peso, che forse chiamano e nessuno li sente.

Per tutto il tempo necessario a pronunciare poche frasi di consegna da parte della figlia – Mi raccomando, d’ora in poi devi sempre chiamare la badante prima di alzarti – lo scricciolo non aveva mai appoggiato la testa e aveva continuato a emettere quel lamento pigolante, che ora sembrava l’eco o il ricordo del dolore di poco prima. Mi faceva venire voglia di accarezzarla e dire: “Tranquilla, ora va tutto bene, è passato”, come fanno le madri con i bambini piccoli.

(in copertina: Foto di Gianni Berengo Gardin)

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