Le parole di luce, terra e sangue di Carmen Yáñez

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Sempre, la biografia di un autore si connette potentemente alla sua scrittura; questo vale di più per Carmen Yáñez, in quanto la sua vita e la sua arte parlano esattamente la stessa lingua.

Carmen è una poetessa, una performer, una cantadora, un’attivista politica; e tutti questi livelli interagiscono continuamente in lei; si rafforzano l’uno con l’altro.

Il motore che la spinge a scrivere e ad agire nel mondo è prestare la sua testimonianza, prendere posizione, rendere giustizia prima di tutto alla memoria dei fatti terribili accaduti in Cile a partire dall’11 settembre 1973 con il golpe di Pinochet, la morte di Allende, le oltre trentamila vittime del regime, i seicentomila torturati. Lei, giovane militante attiva del Partito Rivoluzionario Comunista viene sequestrata dalla DINA, la polizia segreta di Pinochet nel 1975, imprigionata nelle fauci di Villa Grimaldi e seviziata; miracolosamente ne esce viva, passa i successivi anni in clandestinità, finchè, nell’81, prende la strada dell’esilio, si trasferisce in Svezia.

È in Svezia che pubblica per la prima volta poesia, i “Cantos del camino”, a cui seguirà una profonda e intensa ricerca artistica, mai interrotta.

In Italia conosciamo, grazie a Guanda, “Paesaggio di luna fredda”, “Abitata dalla memoria”, “Terra di mele”, “Latitudine dei sogni”, “Cardellini della pioggia ” e l’ultima raccolta, “Migrazioni”, tradotta da Roberta Bovaia, che è uscita nel 2017.

I versi della Yáñez sono di una bellezza straordinaria. L’autrice è attenta alla forma, al nitore di ogni parola; usa sapientemente le metafore, i simboli, ma al tempo stesso riesce a distillare contenuti espliciti, chiari, dotati di forte impatto emozionale sul lettore. I versi sono come raccolti dentro un incavo, una protezione d’argento puro. La sua passionalità è appena trattenuta nella forma e nella struttura delle liriche solo per fare acquistare al suo messaggio più forza.

La poetessa cilena riesce a esprimere concetti universali, filosofici (la presenza del destino nelle trame dell’esistenza; il premere struggente della memoria, il senso universale di fratellanza, l’idea di compassione, e così via), riuscendo al tempo stesso, a volte all’interno di uno stesso componimento a discendere rapidamente nella materia, rinsaldando il suo stretto legame con la terra e le sue manifestazioni naturali.

La natura è un grande tema della poesia della Yáñez; la Natura che travalica la Storia, la trascende.

“Il verso ferito”, una delle più belle poesie della raccolta, è uno dei manifesti della poetica dell’autrice, che vi riunisce nuclei di pensiero a lei molto cari – gli animali trasformati in simboli dell’anima, la natura personificata e accogliente, la forte e intima connessione fra paesaggio e nascita del verso poetico: in un equilibrio fra contenuti e stile dal tocco surreale, sognante:

Il cervo torna e sveglia la notte

a colpi di luna e di vento

ed è un lenzuolo la terra distesa.

Bevi dal pozzo, amica,

non c’è acqua più pura

che nello spazioo che crea il mio battito.

La parola traccia il suo linguaggio,

sorgono il paesaggio e l’essenza

feriti entrambi a morte malgrado la calma.

Vedi come spunta quella lacrima al canto?


Questa scrittura è un miracolo, perché preziosa e accurata ma mai ermetica, mai destinata ai soli “addetti del settore”. La Yáñez si rifà alla grande tradizione dei poeti spagnoli e cileni civili (e come Neruda, surrealisti), ma non dimentica i grandi classici greci e latini.

La sua poesia si nutre anche delle minime cose del quotidiano, qualità che mi fanno pensare anche ad Orazio, a Catullo; e a Tito Lucrezio.

Seguendo la necessità e l’urgenza di prendere posizione su temi civili, nella prima sezione della raccolta, che dà il titolo al libro, la Yáñez rappresenta i migranti.

Una metanarrazione composta da cinque componimenti che riguardano strettamente la questione migrante che sanguina e addolora oggi: quella del viaggio disperato dei profughi dall’Africa e dal Medio Oriente attraverso il Mediterraneo, che cercano riparo in Europa.

Carmen Yáñez apre il libro in modo concettualmente ampio, utilizzando come incipit il simbolo dell’uccello degli alisei “dal sapore estraneo”; adopera la metafora del volo irresistibile perché legato ai cicli della natura, alla bruciante necessità che accomuna uomini e animali: procacciarsi il cibo, i beni primari di sopravvivenza.

Vivere o morire, questo è il “caparbio” sentimento che sostiene il tragico, fragile, incerto viaggio migratorio.

Torna l’uccello degli alisei

porta nel ventre

il principio di un sapore estraneo,

il delirio di un colore assurdo

che scava la terra, la madre fortuita

Nel secondo componimento, “La fame”, la poetessa scende nel dettaglio delle miserie, nel disagio più profondo, nomina con precisione spietata “il pidocchio che si attacca alla pelle”, “gli occhi acquosi”, e maledice “l’ora algida dell’imbarco”.

La terza poesia, proseguendo come a riprendere in campo lungo il viaggio, dal titolo “Il mare, il mare”, entra letteralmente nel vivo della questione, venando i versi della sensazione dell’imminenza di tragedie che potrebbero accadere:

Sfumature del viaggio senza ritorno.

Calette e porti, dove si spera

attraccheranno

se la mano divina del complotto

non li raggiunge.

E ancora sentiamo nei versi il sapore classico che a tratti segna le pagine, se è la “Valchiria” a chiamare i disperati, a decidere chi vivrà e chi morirà, se dietro le trame agisce “una mano divina”; e nella scelta dell’aggettivazione, se l’ora dell’imbarco è “algida”.

Anche quando ricorda i momenti tragici del colpo di stato in Cile, la Yáñez si riserva, a tratti, di elevare il tono della rappresentazione a un principio aureo, classico: come a nobilitarla, a riempirla di dignità e di significato.

Così, nella raccolta “Terra di mele” (2006) aveva fatto con la poesia “Cenotafio”. Il titolo stesso, di matrice greca, annuncia la scelta dell’autrice di far assurgere il doloroso ricordo dei suoi giovani amici uccisi dai militari di Pinochet al colmo dei loro sogni e degli ideali più puri a uno spazio più grande, un olimpo degli eroi sacrificati, consegnandoli all’eternità.

Erano giovani i morti della mia generazione.
Ridevano, colmavano gli spazi,
bruciavano le loro candele,
nemmeno ci pensavano alla morte.
Nel ventre, il seme
nelle volontà, un’utopia.
Nell’ora dell’insolente daga
li sorprese l’odio negli occhi della bestia
Erano giovani i morti.
Poi se ne andarono chissà dove
con tutti i loro semini.
La verità è che mi restano solo
le loro risate quando accendevano le torce
per illuminare i sentieri.
E alla fine: un pozzo profondo d’oblio
un calcestruzzo di farisei
un altro foglio negli scaffali della storia
Loro perseverarono.
Tenaci nella loro morte senza resa
irrompendo per sempre nella memoria.

L’effetto che il lettore subisce è intenso: lo stile composto ed elevato della poesia non lo trattiene dall’empatizzare con quel dolore; al contrario, lo invita a legarsi più strettamente ad esso.

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Tornando ad oggi: in “Emigranti”, lo sbarco è già avvenuto, i migranti attraversano i boschi dell’entroterra, cercano di arrivare al confine. Pochi tratti del paesaggio, appena accennati, sono sufficienti a immergerci nella scena in cui i protagonisti si muovono.

La flora che nasconde i clandestini è “notturna e complice”, meno ostile della distesa marina, e offre dei frutti, seppure ci sia un prezzo da pagare per ottenerli:

la negritudine assalta la frutta proibita

con le armi del povero

e sulla spina affilata lascia la pelle:

una rosa in silenzio che sanguina.

La micronarrazione si chiude con “Sobborghi”. Ormai, i migranti sopravvissuti abitano nelle città europee; ma ora si rischia di perdere la dignità, elemosinando cibo, lavoro.
Ora il destino è affidato alla
mano dispotica degli uomini, non più alla pericolosità del mare, all’oscurità dei boschi.

Verso la fine della raccolta la poesia I Fernández” si ricollega idealmente a questa cinquina di poesie: la coppia di anziani rappresentata, ridotta alla fame, passa dalla condizione quasi agiata piccolo borghese a quella dei mendicanti di strada. L’osservazione puntuale dell’esistenza di un disagio generale, portato dal neoliberismo, modello vincente, non sfugge all’osservazione dell’autrice, che non può fare a meno di raccontare, di denunciare:

I Fernández una mattina

scoprirono che non gli restava nessuna

speranza

da mettere nel piatto

Tornando alle prime pagine del testo: senza creare una nuova sezione nella raccolta, la poetessa prosegue il suo discorso senza soluzione di continuità. alludendo alla sua propria condizione di esiliata dal Cile, con “Stoccolma”; accomunandosi in questo modo ai fratelli migranti che solcano il mare e la terra oggi.

Come loro, anche lei è stata ed è uccello migratorio, “uccello degli alisei”. Infatti le isole della Svezia (la terra che l’ha accolta come rifugiata politica) sono “meta di uccelli esausti e feriti”.

Molto presente, nelle successive poesie, il tema della nostalgia di un passato perduto, di una terra d’origine amata.

Dalla semplice raffigurazione di una finestra o da una porta chiusa, sbarrata, da un dettaglio minore si apre all’improvviso un varco per la nostalgia, una nostalgia piena, immensa, senza fine, che rischia di divorare anima e corpo se la parola non la nomina, e la libera.

Nelle “Città di passaggio” del Nord Europa c’ è l’abitudine di tenere le finestre di casa “sbarrate per benino”; tutt’altro sbarramento di porte, molto più doloroso, irrimediabile trova la poetessa quando, nelle sue costanti rievocazioni del passato o nell’alveo dei sogni ricorrenti, cerca la casa della madre al “10!, senza trovare la porta al “civico 4751”.

La scrittura comincia con l’offrire al lettore due dettagli precisi, numerici, che finiscono poi per scontrarsi con la nebbia irrisolta del sogno, dove si smarrisce per sempre la possibilità di recuperare l’abbraccio della madre.

La visione si espande: dalla scomparsa di una porta si arriva alla percezione dell’assenza di un intero continente, sprofondato nella sua totale, disperante inaccessibilità.

Anche nell’ultima sezione del libro, che trae spunto dagli anni più recenti di vita dell’autrice, con versi più scanzonati di altri, ironici, più pacati – nella poesia “Sortilegio”- si trova descritta, nuovamente, la sensazione angosciante del ritrovare un luogo una volta fertile di vita e foriero di incontro, non più aperto, chiuso per sempre. Il tempo – stavolta circoscritto a un solo anno di distanza – ha annullato le possibilità di una complicità, forse con un’amica perduta:

Cerco quella stessa strada

quel civico.

L’insegna spenta,

la porta chiusa e dentro

la polvere copre la mia perplessità.

Le ragnatele ordiscono il nostro sogno infranto

su un piano disprezzato.

Molte sono le poesie di “Migrazioni” che aprono e chiudono le porte del passato.

Gran parte della raccolta è dedicata a un delicato celebrarsi del rito del richiamo alla memoria dei familiari, che vengono nominati ad uno ad uno.

L’autrice sembra fare la conta dei parenti perduti, o da ritrovare, ma soltanto con una telefonata, come in “Intercontinentali”, a cui alle domande di un padre si risponde in modo “trattenuto”, per non poter dire troppo, per non permettere a un pathos immenso di erompere.

In “Addii” l’accento è ancora più straziante, e si aggiungono dettagli di vita domestica, una sorta di vero e proprio paradiso perduto con “l’uva dorata che penzolava dal pergolato delle domeniche” e il baccano della festa familiare, in contrappunto con la desolata immagine di una madre separata per sempre dalla figlia, che fissa un ritratto ogni sera, devastata dal senso di perdita.

Ma per ricostruire tutta la storia non possono mancare i versi del golpe, della violenza cieca, racchiusi soprattutto, in questa raccolta, nei componimenti “Tempi grigi”, “Cella femminile” e “Quegli amori di allora!”; presenti in modo indiretto, frammentato non solo nelle raccolte precedenti, ma in quasi tutta la produzione dell’autrice, una vera e propria disseminazione di promemoria, per non dimenticare, perché non è permesso di dimenticare.

Cella femminile

Piena di cose,
mutande,
reggiseni,
calzini spaiati,
berretti di lana,
ginocchiere colorate
e bende,
molte bende insanguinate
e l’odore inconfondibile della paura
prima di inaugurare l’assenza.


Tangibile, come la vita che fluisce
parlava di storie
di sangue recente,
un cesto di vimini
grande,
con due manici al centro dell’orrore.

Il senso della nostaglia diventa un richiamo, un grido acutissimo che chiama all’appello tutti i fratelli, coloro che sono morti e coloro che sono sopravvissuti, come lei, a una imfinita ingiustizia.

Le parole di Carmen Yáñez sono colpi di tamburo, non lievi, non delicati, colpi che chiamano e riportano l’ordine della verità, della consapevolezza i cileni – che subirono un danno impossibile da risarcire – e l’umanità intera.

Invitano a sedersi attorno al fuoco delle parole ad ascoltare, a condividere.

Perchè l’11 settembre 1973 è stata una ferita enorme, uno squarcio nel cuore della terra che non può essere rimosso, coperto con il silenzio, come ribadisce Carmen in questa poesia tratta da “Paesaggi di luna fredda”

Quando si negano le parole
e non danza il verbo
sul polline della terra,
questo è il silenzio.

Come se la morte
intrappolasse i suoni
nella sua oscura confraternita.

Allora sono solita chiamarlo
e condividere i suoi muti cenni di trincea.

Sono la convitata di pietra
nel suo taciturno territorio
e lì faccio nidi di parole
in cui depongo le uova.

Patrizia Caffiero

(Carmen Yáñez, Migrazioni, Guanda, 2017)

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