Naufrago di Simone Vignola. Il prometeismo esiliato

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Bentornati nella sua isola.

Simone Vignola ci offre il benvenuto nel suo universo incantevole di emozioni mai troppo frenate, mai troppo fraintese, fin troppo esplicite, seppur ingannevoli.

Il suo ultimo disco, Naufrago (Black Cavia Records), è un inno al proprio lavoro solista, che corre imperterrito da dieci anni, periodo focalizzato innanzitutto sull’ottima riuscita delle produzioni che si sono susseguite, quasi tutte curate dall’artista stesso (classe 1987), che intanto suona tutti gli strumenti, oltre a dedicarsi al canto e alla stesura dei testi.

Simone Vignola è un artista completo, concreto e universale, che non teme i cambi di rotta dell’esistenza, la quale ci indirizza spesso in territori non proprio agognati, dove i sogni rischiano di scomparire, adombrati dalle incombenze quotidiane, dal lavoro, dalla famiglia, dagli affanni.

Ebbene no, Simone su tutto ciò ci gioca (dato che to play in inglese significa anche suonare) e ci costruisce l’emblema della sua autorevolezza, oltre che dell’incantevole leggerezza del suo ego, profondo nelle trasposizioni dei pensieri mai inquinati dalle atmosfere blande e qualunquiste degli umori altrui, e ci invita a rinfrescarci sul bagnasciuga della sua isola, dove si immagina esiliato coi suoi pensieri più profondi, quelli che troppo difficilmente possono essere catalogati nella trasposizione del normale, concetto spesso più astratto che tale.

Il disco si apre proprio con la titletrack, ed è subito intesa la freschezza di una produzione moderna, con le tastiere in primo piano, con i jingles che strizzano l’occhio alle atmosfere anni 80, con la drum machine che ci sposta da terra, con un canto rilassato ma preciso, volutamente quasi stanco, come a dimostrare la fatica della comprensione indotta all’ascoltatore che si accinge all’impresa:

Mi sveglio ad un tratto e vedo distrutta la mia zattera

Ho perso la rotta alla deriva in questo oceano

Non ho più la bussola alzo la testa vedo un albatro

Il sole mi abbaglia la vista si appanna mi distendo un poò

Qualcosa che manca qualcosa che ho perso

E voglio andar via ma poi forse resto.

La scena fa intendere che l’uomo ha rischiato di annegare nell’oceano di inganni fraudolenti dei facili costumi, delle scontate ambizioni, e probabilmente egli stesso ha distrutto la sua imbarcazione per ritrovarsi con sé stesso, ancor prima del confronto con gli altri: è un’introduzione perfetta.

Questo è evidente perché il disco scorre veloce nel paradigma del proprio mondo, ma al riparo, e ce lo dimostra la seconda traccia, Ballo, dove un basso portante (il suo strumento per eccellenza) e una chitarra dagli arpeggi morbidi à la Andy Summers aprono le danze ad un classic rock, seppur rivisitato in chiave moderna e abbastanza radiofriendly, e la voce diventa più chiara, mentre le parole vengono scandite con entusiastica decisione sonora:

Un giorno magari faccio ciò che voglio

Ballo se non riesco a stare fermo

Mi accendo se non riesco a stare spento

E canto se non riesco a stare zitto.

La decisione, dunque, di non doversi fermare ad ogni costo, seppur senza lasciare il segno ci dice, e poi senza troppa pressione / senza neanche una traccia, senza uno stralcio di prova, ebbene sì, perché in fondo che motivo ci sarebbe a solcare dei percorsi già tracciati dalla storia di musicisti precedenti? Il benessere sta nello stare bene con il proprio ego, e sentirsi realizzati coi desideri, nonostante riscontri non sempre troppo incoraggianti. E allora? Cosa mai potrà succederci su quest’isola? Ma nulla.

Eppure nel terzo brano, Forse mi sono perso, comincia la presa di coscienza dell’uomo che incombe sull’artista, e forse inizia il periodo blu della sua coscienza, dove il ritratto senza pennellate fuorvianti, pressoché precise nella nettezza delle linee del suo profilo, spingono alla comprensione:

Forse mi sono perso, questo posto è diverso

Sono fuori percorso ma cammino lo stesso

Forse mi sono perso come in un labirinto dalle pareti spesse

In un buco profondo senza vedere niente.

La musica è elettronica, ora, e le atmosfere s’incupiscono nei migliori Depeche Mode, in Violator.

Sono cenere, la quarta canzone, è l’emblema del prometeismo di Simone Vignola, che qui figura come il titano in contrasto con Zeus che lo ha punito per avergli rubato il fuoco.

La chitarra, che qui si colora di power chords dai suoni puliti ma ritmati dalla tecnica del palm muting, riflette nei suoni e nelle atmosfere lo stesso esilio, la stessa perdizione dei Cure di A forest, e questa hit vera e propria, che non avrebbe nulla da invidiare al miglior gruppo post punk, è caratterizzata dai cori profondi e snervanti di un io costernato dal tempo che passa, in cui il Prometeo costruito dal mito della letteratura (e qui da Vignola) è cosciente della sconfitta morale che è in atto, e che probabilmente lo porterà alla resa, ma dove appunto tutto questo spinge al coraggio di poter proseguire nelle promettenti ambizioni, che durano il tempo che trovano, ma in cui ci si sente infiniti. Il tempo che brucia:

Brucio dentro, sono cenere

Questo tempo è ciò in cui credere

Brucia il volto, brucia l’anima

E poi invecchio e sono cenere.

Ed ecco che si entra nel vivo della scena con Un mondo per me, dove pian piano si abbandonano le ansie di ciò che è già passato, dove l’inizio del lavoro ci sembrava tentennante nei pensieri e nelle parole, e dove nel presente, ormai messo in evidenza dalla propria sicurezza di una buona riuscita, seppur momentanea ma estatica ed entusiasmante, lì, esiliato sull’isola che inizia ad essere un’amica, e dove l’amore, sembrerebbe assurdo dirlo, comincia a prendere piede e apre la coscienza al possibile, anziché all’improbabile, e la musica diventa a dir poco frizzante:

E mi va di sognare, e mi va di sperare

E riesco ancora a immaginare un mondo per me

Ecco che la storia prende un altro senso

Prima di incontrarti mi sentivo perso

Mi sentivo frutto della contaminazione

Nella mia nazione non c’è rispetto del diverso.

Il disco, come si è ben compreso, è un concept album che disegna il percorso dell’artista che si presenta, oltre che nei propri timori, nelle intime confessioni di un eterno innamorato.

Qui è un po’ come entrare nel rifugio che da qualche giorno il nostro Ben Gunn ha costruito sulla sua isola del tesoro, con salde fondamenta di personalità, e dove il bisogno d’amore concretizza la scelta, come è ben descritto in Un’altra occasione, dove il cantato ritorna dolce e sincero, e dove la musica accompagna la tematica, e un morbido effetto phaser ammorbidisce gli arpeggi:

Ho dato per scontato che la vita fosse questa qui

Ma ti ho desiderata così tanto che

Sei apparsa nel mio letto come un sogno diventa vivo

Incolli le due dimensioni come un adesivo

E’ così semplice parlare d’amore quando è l’amore che mi parla di te

Ora riesco a dare un senso al dolore perché il dolore mi ha portato da te.

E continua la stessa intensità con il brano Sarà l’amore che provo per te, dove le tecniche dei cambi di tempo, associata alla maestria del musicista compositore, ci portano ad un atmosfera da Police, e quasi ci tange l’influenza di Sting su Vignola, da sempre affascinato dal genio inglese, che ora ci inebria di ritmi incalzanti, ora ci culla in autentiche canzoni d’autore, come nel caso di Improvvisamente e, soprattutto Laia, dove ritorna la coscienza di Prometeo, e dove il suo periodo rosa pian piano, oltre che aprirsi nel concreto, va scemando nella possibilità di un ritorno alla lucidità; la musica continua ad essere quella d’autore, compressa tra i freni della coscienza:

La nostra storia è una scritta sbiadita, un’illusione che al mattino è svanita

E’ l’attrazione di una calamita, come una strada che non ha via d’uscita

Ma non mi arrendo, per me non è finita e passa il tempo e scorre la vita

Cammino lento, cammino in salita, Laia.

La canzone Sei qui è uno dei momenti che segnano di più, innanzitutto perché c’è un fraseggio di chitarra e tastiera che all’unisono intonano una melodia da applausi, e dove il cantautorato, sempre più promettente nel Simone Vignola degli ultimi anni, fonda le radici nel suo background, dando vita a qualcosa di autorevole ma delicato.

Quanto ci sembra giusto associare questa parentesi ai Bluvertigo? Tanto.

L’album Naufrago abbandona le atmosfere amorose e si lancia in un brano/denuncia, Angelo, che ostenta l’odio nei confronti delle autorità politiche in doppio petto, il politically correct meschino e venduto, causa fra le tante che hanno spinto all’esilio volontario, dove l’artista sottolinea la voglia di suonare come emblema della personalità non ovattata dai gesti di un pubblico esigente, e lo fa con Funky malamente, altro j’accuse al falso mondo dei musicisti di oggi, che badano al copione anziché allo spirito guida della coscienza, che nel nostro Simone / Prometeo è drammaticamente seppur fortemente esposto alla sua rupe.

Ecco, dunque: il naufragio è diventato un modo di essere, un modo in cui essere, una dimora.

E si lascia intendere col pezzo di chiusura, Oggi sto bene, dove i periodi rosa e blu si fondono nella constatazione dell’esporsi alle intemperie dell’autentica via d’uscita, che non è altro che il saper prendere la vita stessa nelle sue inspiegabilità e nelle imprevedibilità, che mostrano sorprese spesso ancora più inaspettate anche agli spiriti ambiziosi, e dove tali novità evidenziano una conquista del proprio spazio rilevato sull’isola, che spesso viene erosa dalle onde violente, che probabilmente inondano le spiagge, ma difficilmente risalgono la china della rupe dove il titano ammira, poi si esprime, poi soffre soprattutto, ma dove ha trovato la sua dimensione appropriata nello spazio e nel tempo conquistati.

Oggi sto bene, tra poco mi vesto e scendo

E vado in giro a guardare il mondo.

Carmine Maffei

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