JAMES LANDIS: A BRUCIAPELO

abruciapelo

Il cinema ha profondità, antri e doppi fondi spesso difficili da esplorare e, non di rado, si ha l’impressione di cogliere solo la punta dell’iceberg di un sistema che si traduce di volta in volta in linguaggi e prassi stilistiche più stratificate e polimorfe di quanto si creda. E comunque la parte nascosta, pur restando tale anche per lunghi periodi, spesso sembra emanare una radioattività tale da condizionare anche le terre emerse, modificandone il contorno. Questo viene da pensare guardando A bruciapelo, b-movie svelto e feroce di James Landis (non bisogna vergognarsi se non lo si conosce) da poco riedito in dvd e accompagnato dal prestigioso endorsement di un regista cinefilo come Joe Dante. Certo, parlare di A bruciapelo come di un’opera che ha influenzato il cinema del suo tempo è un esercizio che si fa con il senno di poi e con una buona dose di esagerazione. Film nato per una circuitazione minoritaria, per i Drive in e le doppie programmazioni, in ogni caso si rivela prezioso e per certi versi addirittura esemplare. Innanzitutto la trama: Landis, anche sceneggiatore, si ispira alla vicenda del pluriomicida Charlie Starkweather, come sappiamo figura amatissima dal cinema, diretto ispiratore dell’opera prima di Malick La rabbia giovane e di tanti altri film, tra i quali è giusto citare l’esageratamente sopravvalutato Natural born killers di Stone. In uno sfasciacarrozze in mezzo al deserto dell’Arizona capita per caso un terzetto di insegnanti con l’auto in panne. Stanno andando a una partita di baseball: il gruppo è costituito da un giovanotto aitante, un uomo più anziano dai toni saggi e dai modi paterni e da una bella ragazza piena di cautela e buon senso. Inutile dire che tra i due più giovani è in corso anche una schermaglia amorosa. Nella stessa officina però hanno trovato riparo anche un giovane sbandato e la sua ragazza. Lui è esagitato, in preda a un movimento frenetico e continuo, afflitto da una logorrea istrionica e, soprattutto, è armato. Lei, al contrario, se escludiamo attacchi di riso demente, è piuttosto silenziosa e ha lo sguardo opaco, capace di accendersi solo quando guarda il suo ragazzo. La radio, ulteriore personaggio della storia col suo sottofondo di cronaca (nera e sportiva) ci informa che si tratta di due folli assassini in fuga. E questo è quanto: rigorosa unità di tempo, luogo e azione per un gioco al massacro che contiene in sé qualcosa del cinema del futuro prossimo: le coppie criminali di Arthur Penn e i redneck inospitali di John Boorman, la giustizia privata di Michael Winner e i demoni meridiani di Tobe Hooper. Ma anche qualcosa del passato appena trascorso. I tre sfortunati protagonisti arrivano sul luogo della tragedia a causa di una deviazione forzata, un po’ come succede alla Marion Crane dell’hitchcockiano Psycho, giunta al Bates Motel per le stesse ragioni e in tempo per scoprire quanto assurdo (e mortale) possa essere il destino sulle strade meno battute.

Di A bruciapelo seducono i segnali di modernità: una rappresentazione cruda della violenza, resa ancora più impietosa dalla scenografia spettrale (ovunque carcasse di auto, quando non di uomini). Landis, con pochissimi soldi a disposizione, gira con un senso della suspense personalissimo e palpitante. Si prenda la scena di apertura. Mentre la coppia formata da Richard Alden (mascella quadrata e inespressività del volto sono di serie) e Helen Hovey (quest’ultima attrice bellissima e mai più rivista) flirtano accanto all’auto, Don Russell, il professore anziano, esplora lo sfasciacarrozze, l’officina e l’abitazione annessa. La macchina da presa accompagna l’uomo e si muove dentro stanze vuote, fino a entrare in una cucina dove, sul tavolo, sono apparecchiati quattro coperti, destando la sorpresa del visitatore. Quando Russell fa dietro front e torna dagli amici la macchina da presa, anziché seguirlo, carrella fino a un telefono posato sulla mensola per mostrarci il filo dell’apparecchio reciso. In meno di un minuto e senza una parola, ecco che la sensazione di pericolo incombente è confermata. E d’altra parte straordinaria è anche l’entrata in scena del maniaco (interpretato dal ghignante Arch Hall jr che IMDB ci informa essere protagonista di altri tre film sui sei complessivamente diretti da Landis), presentato con un effetto di sineddoche: la canna di una pistola automatica occupa tutto il lato sinistro dell’inquadratura mentre, grazie all’uso della profondità di campo, continuiamo a vedere i tre amici indaffarati nei loro tentativi di far ripartire l’auto.

A dare manforte a Landis c’è un giovane operatore ungherese al suo primo film americano: Vilmos Zsigmond (qui accreditato come William Zsigmond). Il direttore della fotografia, destinato a una carriera che lo affiancherà ad Altman, De Palma, Cimino, Spielberg, tra gli altri, mostra già la sua mano sicura nella composizione dell’inquadratura e nella resa vivida di un paesaggio bruciato dal sole.

Siamo nel 1963, la crisi dello studio system è già in atto. La serie B come sempre dimostra di avere antenne sensibilissime. A bruciapelo, opera periferica e minore, si divarica, nella sua illustrazione di tipi umani, su un’America idilliaca e ideale e un’altra brutale e sommersa. Il desiderio di fuga, l’insofferenza per l’autorità e il randagismo espresso nella sua forma più estrema, tutte sensazioni che già avevano trovato sponda nella letteratura più acuta (viene in mente A sangue freddo di Capote ma ancora prima il seminale Il termine della notte di John MacDonald) sbarcano nel cinema thriller. Intendiamoci, non è certo la prima volta: tutta la storia della cultura americana e quindi del suo cinema, è una storia di viaggio e fuga, civiltà contrapposta alla wilderness, ma qui abbiamo tutto formulato in sintesi estrema, data anche la povertà di mezzi, e con l’aggiunta di qualche richiamo simbolico (magari esageriamo: ma il ’63 è anche l’anno dell’omicidio Kennedy). Insomma, ancora una volta è nel cinema commerciale e d’intrattenimento, quello meno glamour (e quindi più libero) che pulsa in tutta la sua evidenza il cuore di tenebra di una nazione.

Fabio Orrico

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