Un grammo di salvezza sul piatto della bilancia

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Almeno un grammo di salvezza è una raccolta poetica di Nicola Vacca, ripubblicata da L’ArgoLibro Editore di Agropoli, a sette anni dalla prima edizione. In copertina, una nota di merito va allo scatto, splendido, del fotografo Nunzio Ponte. Il poeta aggiunge, in chiusura, alcune composizioni recenti. È una coda amara: al termine della rivisitazione, solo il pungiglione del disincanto pare in grado di mollare il colpo e tracciare così una linea di non oltrepassamento per questa fase peculiare del cammino del poeta, calibrata sulle potenzialità espressive e rivelatrici del sacro. Gianfrancesco Caputo, nella colta, impeccabile prefazione, a commento dell’opera scrive di “speranza come possibilità e non come destino”. È un’annotazione pertinente. Nella raccolta i versi di Nicola Vacca cercano un appiglio nell’ordito sapienziale dell’Antico Testamento, in libri quali Proverbi, Salmi, Qoèlet, Cantico dei Cantici, e altri ancora. Da questi, l’autore estrapola passaggi di bruciante, aspra bellezza, promuovendo le parole, forti della loro inattualità persistente nei secoli, a sentinelle dei versi, custodi di verità ineffabili. La speranza non è mai certezza, ma solo una possibilità, appunto, sottoposta ad atroce vincolo, a condizione, per l’Uomo, di sostare nello spazio di frattura provocato dalla Morte di Dio, nella terra dell’Assurdo e della Domanda senza Risposta, ove l’Angoscia serra il fiato e restare vivi è una prova estrema, non dissimile da un martirio.

La potenza dei versi di Nicola Vacca deriva dal suo credo laico messo in tensione con l’Assoluto. Dobbiamo pensare a queste poesie come l’esito esplosivo di una riflessione intellettuale, che implica una ferita verticale. Il lettore avverte una fibrillazione costante tra le polarità opposte dell’immanenza e del misticismo, contrapposizione produttiva di liriche umili e affilate, una sfida alla trascendenza che conduce la poesia alla combustione. L’autore mantiene una posizione di franca laicità, una disposizione etica, e pubblica, antitetica agli atteggiamenti e alle grida scomposte dei cosiddetti ‘atei devoti’, losche figure del sottobosco pseudoculturale, impegnate a piegare strumentalmente la religione per ragioni contingenti, meschinità finalizzate alla costruzione artificiosa di consensi, anche elettorali. Nicola Vacca, all’opposto, coniuga fermezza e lucida onestà, e schianta le parole sulla pagina solo dopo averle fatte brillare nella fornace del sacro. Il Nulla seduce i viandanti e trasforma le vanità in falò. Da queste ceneri nasce la poesia, sorgente di luce intuita tra le costole del Verbo. Le antichissime Sentenze accolgono, non garantendo comodità alcuna, anche chi dubita della fede o si siede sul gradino dell’ateismo: esse toccano la radice delle umane debolezze a prescindere da adesioni e affiliazioni. Lo sguardo del poeta è puntato a un Dio altero, fuori scena, oscuro, eppure necessario all’Uomo, presenza remota, ombra luminosa, che annichilisce il demone quotidiano e sorpassa, per eccedenza di senso, di valore, tutte le ritualità codificate, liturgie, sacramenti, gerarchie. È un Dio afferrato nel dialogo, interrogato sull’insorgenza del Male, per verificare ciò che residua del Bene.

L’abitudine del male / ha nella paura il suo terreno fertile. / La scelta ricade sempre / sulle ragioni che tolgono il respiro. / Oggi è un giorno / in cui la sostanza ha abdicato. / Le mani tengono la stanchezza / di questo stare in equilibrio / sulle cose che non durano. La paura, sentimento animale, fa sragionare, sgretola il cammino, uccide la convivenza civile. Ma chi è Dio, se non l’Altro? La parola uscita dalla bocca di Dio non è forse la parola dell’altro uomo? Quello che manca è il pane / dello stare insieme e mani operose / che lo spezzano per donarlo / a chi ne ha bisogno. Fin dalla buia notte dei tempi il simile massacra il simile, con le armi o, sempre più spesso, con l’indifferenza (l’arma più potente, a ben vedere). Nei versi di Nicola Vacca risuona l’orrore per il deficit ancestrale, ontologico, di pietà, una pietra che la specie umana si tiene al collo a segnalare il permanente scandalo della colpa. Viviamo per caso, per caso siamo chi siamo, a caso spesso offendiamo, usiamo violenza, diffondiamo disgrazie. Nulla di nuovo, sotto il sole, che pure ci tollera paziente. Soffriamo di un’incredibile cecità, se consideriamo che L’alfabeto di Dio / è davanti a noi / nessuno lo legge / eppure è già rivelato. Niente ci ostacola, tutto si frappone. Quale maleficio è scritto in noi? Da dove proviene il crudele incanto? Il poeta non si crogiola nella tentazione nichilistica e tasta la resistenza umana a naufragio avvenuto. C’è sempre qualcosa che rimane / dopo lo svanire / dell’attimo fuggente. E ancora: La sofferenza ti fa capire se ti piomba addosso / che non puoi sprecare l’amore / per cui sei chiamato a vivere.

Amore’ e ‘spreco’ (di tempo, di talenti, di occasioni) sono due temi ricorrenti nelle poesie qui raccolte. L’uomo baratta la sua felicità con piaceri perversi ed effimeri, inchioda i suoi anni migliori alla croce delle convenienze sociali, abbraccia l’egoismo santificando l’autodistruzione. Ogni mattina, al risveglio, l’uomo si è già tagliato le vene abdicando alla sua dignità. Dal suo sangue, gettato invano nella rincorsa dell’inutile, nessun fratello ottiene ristoro; dal suo corpo, idolatrato per puro narcisismo, non viene alcun pane da dividere tra commensali. L’uomo è soprattutto una bestia avara. A questo essere duro, isolato, avido, incapace di alzare la testa verso orizzonti lontani, invisibile per non dare qualcosa di sé e per evitare di chiedere, la poesia sfrega la corazza. Ogni attimo chiuso a chiave è una sconfitta del cuore. C’è bisogno dell’ascolto / che abbiamo sfrattato dalle nostre case. / Dobbiamo aprire le porte / affinché si compia il miracolo della bellezza. L’Amore è una forza primordiale che può scardinare la fortezza dove il pavido si è asserragliato e scalfire la superficie di un animo ostile, avvolto nelle nebbie della gelosia e dell’invidia. I tuoi occhi / siano la luce nella mia oscurità / il tuo viso l’orizzonte / nel mio sconforto. Se è vero, come scrive Emmanuel Lévinas, che “niente è lontano dall’Eros come il possesso… la voluttà scomparirebbe nel possesso”, allora è corretto l’invito del poeta a rinunciare, attraverso l’Amore, al possesso di sé e dell’altro, a cedere le armi di fronte all’irruzione di una Potenza espropriante. Quando il grido di Dio è forte / le sillabe della sua misericordia / scavano pozzi profondi.

La parola è una candela che incendia le tenebre, la poesia è un coltello che incide messaggi nel legno storto. Ognuno di noi vive il proprio esilio e sperimenta il tormento del continuo differimento della pace: perché il male? quando verrà la giustizia? Solo la parola e la poesia possono indicare la misura dell’accoglienza entusiastica del divino (entusiasmo come antitesi dei sentimenti neri, della depressione). Nella meditazione delle tenebre si rivela / il tempo felice di un cuore intelligente. La speranza è nell’azzardo di un nuovo nome, nell’incontro con l’angelo, nel cimento erotico, nella magia di un bacio che può tutto, nel richiamo della notte che prelude al giorno. Il nemico è la presunzione umana, anticamera di conflitti, causa di lacerazioni. Dio parla sempre / siamo noi che dovremmo capire / che il suo disegno ha delle ragioni / che la ragione non conosce. La consapevolezza della finitudine è condizione per non rimanere impigliati nelle sabbie mobili dell’ego. Gianfrancesco Caputo, sempre nella prefazione, coglie il significato di ‘redenzione’ affiorante nei versi di Nicola Vacca, ovvero “affermazione della santità della vita” e, contestualmente, inclusione della presenza altrui in sé attraverso Dio, sulla scia dell’insegnamento di Italo Mancini, filosofo e autentico uomo di fede annoverato dal poeta tra i suoi maestri.

Analogamente ai grandi mistici, in testa Meister Eckhart, Nicola Vacca insiste nel rappresentare il mondo secondo immagini di dispersione, frammentarietà, fuga, erranza, transitorietà. Prioritario dissolvere il fondo dell’anima: non un sostrato psicologico, ma un Grund indefinibile, comprensibile, per paradosso, nelle forme negative di ‘abisso insondabile’. Affermava il predicatore domenicano, nel lontano Trecento, in uno dei suoi celebri Sermoni tedeschi: “Se devo conoscere davvero l’essere, devo conoscere dove è l’essere è in se stesso, ovvero in Dio; non dove è diviso, nelle creature. In Dio soltanto è l’intero essere divino. In un uomo non è l’intera umanità, perché un uomo non è tutti gli uomini. Ma in Dio l’anima conosce l’intera umanità, e tutte le cose nel grado più alto, perché le conosce secondo l’essere”. Privi di vista, / orfani di lingua, scrive Nicola Vacca, ispirandosi alle parole di Isaia, e più avanti chiosa in questo modo l’accadere dell’Apocalisse: La distruzione dice / che sono presenti gli elementi del disastro. Il poeta offre al lettore atmosfere degne dell’iconografia tipica di un Ingmar Bergman o di un Carl Theodor Dreyer, su ogni uomo pesa la tribolazione / nell’inferno delle cose. E poi, la visione di moltitudini brulicanti, peregrine sotto cieli ingrati, feroci rasoiate di sole che dilaniano le ombre, lampi allungati sulle pareti, interni caravaggeschi. Scaviamo nel sottosuolo / con le unghie di chi non vuole arrendersi. È una lotta disperata, e quindi totalizzante, contro la prospettiva di resa, è uno squartare il ventre ingordo del mostro che ci ha inghiottiti.

Al pari di Charlie il bassotto, il fedele cane dell’autore evocato in una poesia in appendice, non ci rimane che fare la guardia alle crepe sull’asfalto? Così ristretto è il dominio dell’uomo? Ne Il funesto demiurgo, Emil Cioran scrive: “Il sentimento religioso emana non dalla constatazione, ma dal desiderio della nostra insignificanza, dal nostro bisogno di sguazzarci dentro”. Della felicità di esserci / facciamo una menzogna. Negare l’orrore è impossibile, ma perché non cercare un contrappeso all’incedere del male? Ognuno apra la mente e il cuore. Ognuno metta un grammo di salvezza sul piatto della bilancia.

Alessandro Vergari

(Nicola Vacca, Almeno un grammo di salvezza, L’ArgoLibro Editore, 2018)

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