“La forma delle cose”. I racconti di Truman Capote

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Spesso la grande narrazione nasce dal momento in cui il legame di umanità con le storie ascoltate, le situazioni vissute si è concluso. Isabel Allende ha quasi quarant’anni quando comincia il suo lavoro di scrittrice; è la morte di suo nonno (il tremendo e affascinante protagonista de “La casa degli spiriti”) che le permette di sceverare ciò che le serve dalla storia familiare. Gabriel García Márquez può terminare “Cent’anni di solitudine” perché nello spazio e nel tempo è remota, ormai, la magica infanzia a casa dei nonni; per questo è in grado di distillare, seduto allo scrittoio della casa che divide con l’amata moglie Mercedes e i figli, puro oro narrativo da quei ricordi. Paul Auster smette i panni piuttosto fragili di poeta e prende in mano il mestiere di romanziere, iniziando a scrivere “L’invenzione della solitudine”. E tutto comincia con la notizia della morte improvvisa del suo “ingombrante” e problematico padre.

Quando Truman Capote scrive le strazianti short stories “Il Giorno del ringraziamento” e “Un ricordo di Natale” Sook Faulk, lontana cugina e sua migliore amica che, a differenza dei genitori, è stata in grado di amarlo e di riconoscerlo, è morta da tempo; il mondo di cui parla, e che ha condiviso – incredibilmente – anche con Harper Lee bambina correndo attraverso i campi di granturco e cotone è da tempo sprofondato, scomparso sotto i suoi piccoli piedi di ragazzino di nove anni. Un bambino geniale e già eccentrico, che segue una madre seducente, causa per lui di angosce interminabili, sposata con un nuovo marito, verso New York.

Il distacco. Il controllo sia stilistico che emotivo esercitato sulle pagine di magnifici racconti. Lo stile: accurato. Precisione chirurgica del linguaggio, uso sapiente delle virgole e dei punti e virgola. La capacità di distacco di Truman Capote non indica per nulla carenza di ricettività nei confronti della realtà. Tutto il contrario. Capote appartiene alla schiera degli scrittori empatici, cassa di risonanza di voci, di sensazioni; appartiene a coloro che vibrano assieme all’esistente.

Molti straordinari racconti sono ispirati e solenni nella loro bellezza grazie alla rievocazione del periodo d’infanzia legato alla permanenza dalle cugine; abbandonato crudelmente da genitori inadeguati, Truman trovò pane per i suoi denti nelle strade polverose di Monroeville, in Alabama. La descrizione dei frutti, delle piante, dei caratteri umani, degli animali, persino degli oggetti sembra trovarsi, per Capote, sullo stesso piano; tutto è pervaso da un bios irresistibile.

Capote è capace di compiere il miracolo: la ricreazione sensibile di un mondo in cui il lettore può penetrare completamente, se ne ha la possibilità e il desiderio. Altrimenti ne resta fuori, deluso, stizzito, perché i racconti di Capote hanno uno svolgimento di trama poco convenzionale, non esplosivo, al rallentì; sono esplorazioni di flussi di realtà e di altri piani, sono sfaccettati come un caleidoscopio.  Non mancano gli elementi del grottesco, del gotico, del tragico. Qualche volta – ma raramente – si trovano nella scrittura passaggi briosi, solari.

Ma a poco a poco cominciamo a cantare, cantiamo insieme due canzoni diverse. Non so le parole della mia, soltanto: Vieni, vieni al ballo dei damerini della città. Ma so ballare, perché proprio questo voglio diventare: un ballerino di tip tap nei film. La mia ombra folleggia sulle pareti, le nostre voci fanno tintinnare il vasellame, ridiamo come se mani invisibili ci facessero il solletico. Queenie si rovescia sulla schiena e scalcia nell’aria; qualcosa di simile a un sorriso le stira le labbra nere. Dentro mi sento caldo e sprizzante di scintille come i ceppi che si stanno consumando, libero come il vento nel camino. La mia amica balla il valzer intorno alla cucina economica, l’orlo della sua misera sottana di cotone stretto fra le dita come un abito di gala. Mostrami la strada per andare a casa, canta, e le sue scarpe da tennis stridono sul pavimento. Mostrami la strada per andare a casa (“Un ricordo di Natale”).

Tutto, ripeto, narrato con lentezza; Capote crea una spirale perfetta, segnata dallo stile inappuntabile, la cura maniacale dei dettagli da cui è ossessionato.  I ventidue racconti raccolti ne “La forma delle cose” sono stati scritti in circa quarant’anni. Sono differenti, quindi, fra di loro e accostati con un’operazione puramente editoriale. Lo dimostra la presenza dell”asettico e poco significativo “Yacht e altre cose”, o di “Mojave”, una narrazione abbozzata, non completamente riuscita. 

Non è solo l’universo delle campagne del sud degli Stati Uniti a ispirare le storie, ma anche la vita frenetica, connessa alle alte sfere sociali che Capote frequenta, al jet set della grande mela, che lo scrittore vede come un’isola galleggiante su acqua di fiume come un iceberg di diamante. Scrive per molto tempo in Europa, dove con il compagno Jack Dunphy e con altri amici romanzieri fugge, per isolarsi, a volte in ruderi dall’affitto accessibile (non è ancora il ricco scrittore di “A sangue freddo”), creando virtuose piccole comunità di artisti dove vive i suoi anni migliori da tutti i punti di vista.

I primi testi della raccolta sono ben costruiti. Ne “Le pareti sono fredde” viene descritta una scena di vita quotidiana, il dialogo fra un soldato amareggiato dalla guerra e una “ragazza ingenua”; in “Un visone tutto suo”, ne “La forma delle cose”, ne “Il boccale d’argento” l’interazione vivace fra personaggi mostra una situazione ben definita, in cui la suggestione di uno spunto narrativo viene sviluppata in modo organico.

Invece, già ne “La leggenda di Preacher” la narrazione comincia a “smontarsi”, e la struttura sintatticamente a inanellarsi, a filare matasse di parole esatte e ricche; i contenuti attingono da elementi oscuri – che qui sono intrisi d’ilarità. E sorge in questo racconto la stordente, stupenda descrizione della natura che rende alcuni racconti indimenticabili, del taglio presente nel romanzo breve “L’arpa d’erba”, parente stilistico stretto delle novelle.

Il sole creava lagune di luce fra gli alberi, restava impigliato nei loro capelli, cambiava colore alla tilandsia, faceva baffi lunghi e flosci nei torrentelli.

Nella vera e propria perla “Miss Bobbit” ritorna potente il tema del sud, della terra dell’infanzia. Il lettore trova caratterizzazioni intense, esatte del luogo.

Qualche volta, dopo la pioggia, l’odore del carrubo dolce arriva fino alla nostra casa; e nel centro del cortile c’è una meridiana che Mrs. Sawyer ha eretto nel 1912 in onore del suo toro di Boston, Sunny, morto per aver bevuto un secchio di vernice.

Innervate, quasi senza soluzione di continuità, al ritratto profondo della protagonista, che è dotata di una voce morbida e infantile come un grazioso nastrino, immacolata e leziosa come una stella del cinema e le venature screziate dei “paesaggi naturali” alla Capote. Nel brano seguente la descrizione della natura e di Miss Bobbit sono messe in relazione proprio dallo scrittore:

Era quasi il crepuscolo, l’ora azzurra come un bicchiere di latte in cui compaiono le prime lucciole; gli uccelli sfrecciavano a stormi e scomparivano nel folto degli alberi. Prima dei temporali, fiori e foglie sembravano ardere di una luce, e di un colore propri, e Miss Bobbit, agghindata come una sottanella bianca che somigliava a un piumino da cipria con strisce di nastro dorato che le scintillavano fra i capelli, stagliata com’era contro l’oscurità incombente, sembrava possedere anch’ella tale particolarità.

In “Un albero di notte”, invece, il periodare si apre, le frasi si aggiungono l’una all’altra come spighe di grano affastellate. Il noir in cui intinge la penna Capote sprofonda nelle trame oscure dell’inconscio.

Era là, in piedi, con un’espressione di muto distacco, il capo inclinato, le braccia penzoloni lungo i fianchi. Fissando quel viso innocuo, Kay seppe di cosa aveva paura: era il ricordo dei terrori infantili che una volta, molto tempo addietro, si erano protesi su di lei come fantomatici rami di un albero di notte.

Come, volendo sintetizzare, a confermare che, ogni qualvolta la narrazione si svolge in una dimensione urbana, i personaggi sono afflitti da ragnatele di considerazioni inquiete, le descrizioni di fantasie e di sogni sono ricche di ossessioni: Capote evoca il perturbante.
Invece, se viene richiamato il tema della vita a contatto con la natura, l’armonia fra uomo e ambiente circostante è data per certa, o ripristinata da uno stato di distonia precedente; i conflitti interiori si dissolvono in scene di vita paesana e piccole zuffe semicomiche fra gli abitanti.

Basta leggere i folgoranti “Un ricordo di Natale” (1956), “Il giorno del ringraziamento”, un vero canto d’amore a Sook, e “Un ricordo del nonno” per percepirlo; si smarrisce al contrario qualsiasi brandello di speranza in “Un albero di notte”, la cui protagonista assomiglia troppo all’angosciata ragazza al centro di “Padron Miseria”. Nel bellissimo “Falco senza testa” l’atmosfera è tenebrosa, hitchcockiana; l’anziana signora del celebre “Miriam”, non fa altro che perdersi tragicamente nelle pieghe deliranti della sua mente. I dialoghi fra Mr. Ivor Belli e Mary O’ Meaghan in un cimitero in “Fra i sentieri dell’ Eden” non portano a nessuna redenzione. E così via.

Chi conosce la biografia di Capote sa che la città, sua grande fonte di ispirazione e centro di vita pulsante, gli provoca un profondo spleen, che torbido comincia a battere nel periodo che precede la sua affermazione come scrittore.

Nei racconti in cui rievoca Monroeville, l’Alabama, l’elemento magico della vita ricorre sovente nella scrittura; il richiamo a “demoni”, “spiritelli”, figure mitologiche varie proprie dell’ambiente contadino, del piccolo paese in cui aveva vissuto; ritratti con l’ironia solo apparente di chi non ne nega l’autorità sul flusso degli avvenimenti se non per gioco, fanno profondamente parte della storia, danno forma all’idea di destino, nelle sue declinazioni amare e crudeli. In “Miss Bobbit” questa idea è portata avanti con la delicata ferocia di cui, in certi racconti, riusciva ad armarsi. Invece ne “La leggenda di Preacher” l’anziano ‘uomo di colore’ si ricollega a cicli vitali da aprire e concludere: l’uomo si è fidanzato in maggio, e nella rigogliosa natura dello stesso maggio spera di concludere il suo ciclo di vita. La sua tristezza è comunque legata a un senso di saggezza. La sua fattoria, benché in rovina, gli viene in soccorso. In città gli spiritelli si cambiano in mostri, e i demoni sono, in realtà, per lo scrittore, le profonde e crudeli disillusioni che si nascondono nell’alveo delle relazioni, dei venditori di fumo. La mercificazione delle anime attrae, seduce, ma al tempo stesso stordisce di angosce depressive lo scrittore.

In “Chiudi l’ultima porta”, trova largo spazio un sogno terribile:

[…] poi aveva fatto un sogno in cui erano comparsi suo padre, il signor Kuhnhardt, un essere senza volto, Margaret e Rosa, Anna Sytimson e una curiosa signora grassa con gli occhi di diamanti. Si trovava in una strada lunga, deserta; non vi era segno di vita all’infuori di una processione che avanzava, una processione di carri lenti, neri, simili a quelli funebri.

Nel capolavoro “Padron Miseria” i colori del paesaggio e le descrizioni di oggetti meccanici grotteschi, sottolineano la spersonalizzazione tetra dei personaggi.

Era una giornata fredda, grigia, con un vento gelido e tagliente; nelle vetrine dei negozi i ghiaccioli degli ornamenti natalizi scintillavano fra mucchi di neve finta: tutto le faceva tristezza, perché Sylvia odiava le feste, quelle giornate in cui ci si sente più soli. Un Babbo Natale meccanico, di grandezza naturale, si percuoteva lo stomaco e ondeggiava avanti e indietro, in preda a un accesso di frenesia elettrica.

“Padron Miseria” è un racconto intenso, ricco di significati e spunti narrativi. Il lento e progressivo deteriorarsi dell’esistenza, sperimentato dalla protagonista, priva di un contesto d’appartenenza familiare e sociale stabile. Il ritratto sarcastico delle attenzioni “sdolcinate” fra i coniugi che frequenta, la stigmatizzazione feroce, quindi, delle vuote cerimonie presenti in un comune matrimonio; la figura tenebrosa del signore Revercomb, descritto perfettamente nella sua determinazione a impadronirsi dei sogni degli esseri umani che riesce a catturare; la nostalgia atroce di una perduta felicità familiare:

Sylvia rientrò nella sua camera e mangiò un pezzo di zucchero per togliersi il sapore amaro dalla bocca: era il rimedio della nonna contro il cattivo umore. Poi si inginocchiò e prese sotto il letto una scatola di sigari che vi teneva nascosta. Quando si apriva, la scatola suonava una versione domestica e piuttosto stonata di “Oh, non mi piace essere svegliata al mattino” . La scatola musicale era opera di suo fratello, che gliela aveva regalata in occasione del suo quattordicesimo compleanno. Mangiando lo zucchero pensò alla nonna, ascoltando la musica pensò al fratello: le stanze delle casa dove avevano vissuto ruotarono intorno a lei, tutte buie, e Sylvia si muoveva dentro come una luce: su e giù per le scale, dentro e fuori, brezza di primavera e ombre di lillà nell’aria e lo scricchiolio di un altalena sotto il portico.
Tutto passato, pensò chiamandoli per nome, e ora io sono terribilmente sola.

Molti conoscono Capote per il suo bel romanzo, “A sangue freddo”. Ma i racconti, e il parente affine a loro, il romanzo breve “L’arpa d’erba” sono la parte misteriosa, profondamente poetica di questo scrittore adorabile, quella che si affratella, ad esempio, alla raffinata prosa di Virginia Woolf (anche lei fin troppo empatica) e alla narrativa breve di Karen Blixen che Truman idolatrava; anche la Blixen, come Capote è, purtroppo, celebre quasi solo per il romanzo “La mia Africa”, che non raggiunge nelle sue pagine, le vette incredibili dei suoi straordinari racconti.

Se non l’avete ancora fatto, leggete – centellinate – le novelle di Truman Capote. Riponeteli, e più avanti, negli anni, rileggeteli ancora. Fanno cantare l’anima; se gliene date l’occasione.

Patrizia Caffiero

(Truman Capote, La forma delle cose, Garzanti Editore)

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