Comportarsi da uomini in un mondo inutile

DICONO CHE DOMANI CI SARà LA GUERRA

Comportati da uomo è il secondo libro di racconti di Giovanni Battista Menzani dopo L’odore della plastica bruciata, entrambi pubblicati dalla casa editrice LiberAria. L’architetto-scrittore di Travo, paese della bassa Val Trebbia, nel piacentino, ci regala tredici storie di provincia, perché è attraverso la provincia che, oggi forse più di ieri, è possibile raccontare l’Italia. Comportati da uomo racconta lo sfarinarsi del nostro tessuto sociale con perfetta ironia. In mezzo alle macerie di una nazione sgretolata emergono uomini e donne impegnati in atti di eroismo quotidiano, mossi da sentimenti di pietà, tenerezza e solidarietà. È su di loro che si posa, con intelligente leggerezza, lo sguardo dell’autore.

Menzani inserisce i suoi racconti in una sorta di interregno tra piccola città (del nord) e campagna. I contorni sono sfumati, le linee di divisione poco discernibili: è un contesto ambientale e culturale ibrido, un nuovo ecosistema, direbbero gli urbanisti. Immaginiamo anonime case di ringhiera che si affacciano su campi incolti, immaginiamo orizzonti spezzati da ponti autostradali e barriere antirumore, e ancora stazioni ferroviarie semideserte e anonime pompe di benzina come punti di snodo di un reticolo complesso. Non più città contrapposta ad un fuori, un quid esterno alla cerchia urbana, non più campagna definibile per contrasto a ciò che rurale non è, piuttosto, seguendo la lezione anche terminologica del filosofo francese Marcel Hénaff, è “spazio verde”, tanto vale a dire “un interstizio di natura tra gli agglomerati”. Non si tratta solo di una nuova mappatura del territorio, ma, ancor di più, di una ridefinizione brutale dei valori interni a un gruppo sociale. È la comunità, sociologicamente intesa, a cedere le armi al ‘progresso’, a rifluire nel privato, a sciogliersi nel dogma ingannevole dell’individualismo. Proprio nel ventre del borgo, tra le sue strade, anfratti, botteghe, esplodono egoismi, vizi, vanità e incomprensioni. La modernità, declinata come modernizzazione senza sviluppo, per usare un’espressione pasoliniana, irrompe nei bar, nelle case, nelle piazze portando con sé elementi di disgregazione, tragiche evidenze del tracollo verticale dei rapporti umani. La tecnologia si modella a capzioso strumento predatorio e non ad occasione di crescita collettiva. Il consumatore, infine, è consumato.

Nel primo racconto, quello che dà il titolo all’intera raccolta, un barbiere fissato con la Bibbia viene smascherato. È una brutta abitudine, la sua: rubare dai portafogli dei clienti. Un autista di corriera lo concia per le feste, provocandogli undici punti di sutura sulla fronte. Il barbiere, messo alla gogna, è costretto comunque a lavorare per rifondare il danno alle singole persone truffate nel corso degli anni. Solo il protagonista, un nonno paziente e comprensivo, gli viene incontro. Non è forse vero che la Bibbia offre a tutti una seconda possibilità? “Mi ero rimesso in marcia verso casa e, non appena svoltato l’angolo, avevo estratto il borsellino dalla tasca interna del cappotto. Apertolo, avevo contato le banconote: mancavano dieci euro. Avevo accelerato il passo, respirando l’aria che odorava di pioggia”. L’unico, tra tutti gli avventori incattiviti nell’animo e inferociti con il mondo, a comportarsi da uomo. In Eroi, una volontaria di mezza età, sbiadita dagli anni e senza conforti sentimentali, avverte un interesse crescente per un immigrato dell’Est Europa, ospite regolare della mensa dei poveri. Troppo timida per avviare un discorso con lui, si affida all’immaginazione, destata da atavico torpore, un viaggio che la conduce sui terreni scivolosi del desiderio. Lo scruta, ne deduce una vita di minuti piaceri passati e sofferenze attuali, e la mette in consonanza con la sua, poi compie per lui un gesto inaspettato, rivoluzionario, che però le costa l’allontanamento dal volontariato. Finché… “Entrarono in casa facendo attenzione a non far rumore… Si infilò la vestaglia di raso, che teneva da tempo immemorabile in un cassetto dell’armadio, dopo aver nascosto il pigiama stropicciato nel cestone della biancheria da lavare. In bagno si osservò a lungo allo specchio. Si aggiustò la frangia. Si passò un filo sottile di rossetto sulle labbra”. Più dell’amore, può il sonno. Quando la donna torna in soggiorno, trova l’uomo addormentato, provato da una durissima giornata di lavoro.

L’abbraccio umanistico di Giovanni Battista Menzani si tinge a volte di humor visionario, come nel caso dello splendido Del tutto inadatto al volo. Un padre si rivolge a una figlia, chiamata in causa con un ‘tu’ coinvolgente, artificio letterario che introduce le gesta di un folle inventore deriso da tutti, ‘lo zio’. “Da lontano poteva sembrarti un gazometro, o uno stabilimento petrolchimico. Una fabbrica abbandonata. Un deposito di auto carbonizzate”. Invece è un’astronave assemblata dallo zio per andare su Marte. Non è un gioco. Non è una bizzarria senile. Al funzionamento di quell’inenarrabile abitacolo costituito da lamiere, tubi, scarti di ogni tipo, rifiuti raccolti ai lati delle strade, lui ci crede. Deve però anticipare i tempi, e decollare prima che l’ordinanza comunale di demolizione, promossa da un solerte notaio trasferitosi dalla città in un’antica casa padronale adiacente la ‘rampa di lancio’, abbia effetto. Sotto la trama avvincente, Menzani ravviva il fuoco della metafora. Nel terreno del desueto, dell’eccentrico, dell’inattuale, l’uomo ‘periferico’, invisibile ai centri di potere, può gettare un seme di rivolta, può innalzare un grido di speranza, o sperimentare un tentativo ingenuo di resistenza nei confronti di una modernità postindustriale aggressiva e insensata. È una condizione esistenziale d’inadeguatezza, narrata con taglio spietato nell’ultimo racconto, dove un operaio, Quello che si dice un brav’uomo, è costretto dai nuovi padroni della fabbrica, cinesi, a recitare il suo vecchio lavoro nell’ambito di una simulazione della civiltà industriale apparecchiata per le scolaresche in gita d’istruzione. Il degrado etico di una civiltà si misura in queste parodie assassine del valore e della dignità personale, e anche qui, a riconoscere l’onore del ribelle, la scintilla umana, è chiamato un testimone limpido, un figlio capace di misericordia laica.

Menzani muove i suoi personaggi a cavallo di più racconti, in alcuni sono figure ai margini della storia, fantasmi provvisori, in altri sono protagonisti diretti. Ognuno di loro occupa una nicchia, percorre un cammino, tesse un destino individuale, senza che emerga un senso di comunità o un afflato unitario a marcare un perimetro vitale. In questa apoteosi relativista, la prospettiva può ingannare. Il notaio è un implacabile cerbero o un padre amorevole (Il canelupo)? Il collezionista di tartarughe di ceramica in Mercoledì è un accumulatore seriale di ninnoli inutili o un pendolare conscio del suo status di solitudine, desideroso di stabilire un minimo contatto empatico attraverso quel semplice manufatto? I racconti di Comportati da uomo sono sferzati da silenzi che bruciano la gola, urla inespresse che assediano la mente. Chi o cosa ha frantumato la bellezza dello stare insieme e la magia del condividere esperienze? I circoli, i luoghi di ritrovo, le sedi di socialità sono retaggi di scommesse perdute, centrifugati nella logica nichilista del profitto e smaterializzati nell’abisso della rete. Dov’è finita l’umanità? Solo il singolo può battere il colpo e affermare una fierezza non appassita. Uomini e donne espongono i propri sentimenti nella magia dell’incontro casuale dettato dalle circostanze, come nel surreale Cenere, oppure si affidano alla capacità affabulatoria di disegnare un altrove, esemplare in questo caso il barista del dostoevskijano Fragola, etc., deciso a strappare un giocatore patologico di slot machine al vizio che lo sta distruggendo. “Con il nuovo anno, mi trasferisco in riviera a curare i reumatismi… Potresti venire a pescare con me sul molo, all’aurora. Ci sarà tanto pesce da doverne buttar via. Hai mai visto il mare all’aurora?”

Non mancano sfumature grottesche, affini alla poetica distopica della serie cult Black Mirror. Nell’agghiacciante La strada che attraversa la pianura, degno delle cupe intuizioni letterarie di Cormac McCarthy, Menzani stigmatizza la riduzione a merce del nostro bisogno di sicurezza e denuncia il trionfo delle tecniche di finzione nella costruzione politica del consenso. Nel sarcastico Il dolore degli altri un agente, appartenente alle Squadre per la Liberazione dai Sensi di Colpa, organismo parastatale “finanziato da un intreccio di politici, lobbisti, imprenditori e alti prelati”, si imbatte in un osso duro, un contabile reo di aver rastrellato fondi dai conti di ricchi correntisti della banca dove presta servizio, al fine di trasferirli ad un signore bisognoso di cure. In Vedove, tanto simile, per la tematica affrontata, a Marjorie Prime, film del 2017 girato da Michael Almereyda, un’anziana rimasta sola per la morte del marito è contattata da una start up specializzata in ologrammi. Non gradirebbe, la signora, una replica tridimensionale del caro defunto? Il finale riserva una sorpresa esilarante ed angosciante. Vuoi vedere che, nel futuro prossimo venturo, ci si potrà innamorare dell’ologramma di un emerito sconosciuto? Infine, degno di menzione speciale è Tu rovini sempre tutto, racconto atroce, una vera pugnalata, un piccolo capolavoro sulla mistificazione del reale che piacerà agli estimatori di Westworld e dintorni.

“A volte il canelupo si infilava in un boschetto di robinie o in una macchia fitta di vegetazione, scomparendo alla nostra vista. Mio figlio temeva che non tornasse più, e urlava a squarciagola il suo nome, urlavamo a squarciagola il suo nome. Qualche minuto più tardi tornava ansimante da una curva che delimitava il campo di stoppie. Accaldato e con la lingua a penzoloni, si immergeva fino al garrese e annaspava con le zampe per tenersi a galla. Il fiume era un pericolo, con quell’acqua melmastra e quei mulinelli ti trascinavano a fondo. Ci si poteva annegare”. I racconti di Giovanni Battista Menzani tentano di decifrare i codici dell’arcano e di immergersi nel miracolo della fragilità umana. La natura è minacciosa, la tecnica seduce per abbandonare, la presenza dell’altro è un’ombra enigmatica. Al centro, stanno sempre persone ferite, esposte come petali al vento, sul punto di volare via. La sensibilità non salva, né redime del tutto dalle miserie morali di un’epoca infelice, la sensibilità, anzi, affonda il coltello nella piaga, rende pazzi, acceca per troppa luce. Eppure, in questo mondo inutile, cosa vi è di più potente, reale, coraggioso, eternamente presente, di una carezza?

Alessandro Vergari

(Giovanni Battista Menzani, Comportati da uomo, LiberAria Edizioni – Collana Meduse, 2018)

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