La poesia di una voce intensa

Tutte-le-poesie

Mango è stato un cantautore straordinario. La sua voce intensa e vellutata ha cantato come pochi lo stupore mediterraneo.

Le sue canzoni sono state e resteranno veri testi poetici. Autentiche e oneste incursioni nella liricità di un mondo che ha smarrito tutto il suo bagaglio di stupore.

Come cantautore e come poeta, Mango intinge la penna nell’inchiostro della vita per stupirsi attraverso le storie e le emozioni che racconta.

In vita, per i tipi di  Pendragon, il cantautore di Lagonegro ha pubblicato due raccolte di poesie: Nel malamente mondo non ti trovo (2004) e Di quanto stupore (2007). I gelsi ignoranti è il terzo libro a cui Mango stava lavorando e che aveva ultimato quando la morte lo ha colto l’8 dicembre 2014.

Pendragon rende omaggio a Mango pubblicando la sua opera completa(Mango, Tutte le poesie, pagine 190, 15 euro) che contiene anche  le ultime poesie del cantautore .

Questa trilogia, curata dalla moglie e dai figli, offre  ai lettori l’intera produzione poetica di uno straordinario e poliedrico artista che sa far vibrare le corde più nascoste dell’anima, non solo con la sua voce e la sua musica, ma anche con la scrittura, che, usata con sapienza, rispetto e profonda lucidità intellettuale, diventa riflessione sul senso della vita, pietra da scagliare, carezza d’amore.

Per Mango la poesia è un momento orgoglio intimo, dove le tragedie si mescolano con le storie dei sentimenti attraverso le commedie quotidiane, fino a rendere la fantasia il prezioso punto d’incontro tra i fiori nuovi e i fiori più consumati.

Nicola Vacca

Farfalle e parole

Farfalle e parole,

fiumi di stelle e notti sostegno di nuove pareti.

Farfalle e parole e sei già il mio “ti amo”

che cancella,

che riduce il perduto,

punto luce ululato di luna.

Io ti canto destino

con le speranze che bacio di terra e ragione,

ombelico accennato di paglia e prigione,

fra un dubbio costruito d’apposito affetto

e milioni di mani che affrescano il cielo

di nembi audacissimi fatti da dita nevose.

Capaci le mani e capaci i tormenti

d’un “sempre” mai prima visto

o d’un felice momento,

indumento levato è l’odore del corpo

e il mio ossigeno cerca farfalle,

farfalle di labbra, di labbra e parole,

parole di nuovo

e di nuovo la vita diventa,

prima di chiudere il tempo.

 

Così ci lasciammo noi

Così ci lasciammo noi

come un finale di messa cantata,

come un tragicomico addio rispettoso,

un vizio finito,

un adulto sollievo.

Lo vivesti il mio giro di vite

ed io vissi il tuo,

quasi come se il fato confondesse le storie.

Cazzone d’un fato.

Ma uno sputo lasciò la mia bocca

e da terra mi guardò senza fare domande.

Quante solitudini

Quante solitudini attraversano,

e quante lontananze uccidono,

eppure lo specchio che vivi

è acqua di nuvola

quella che s’annida nei denti da vecchi.

Come uno specchio che, del capitare satellite,

riflette di te, nel suo amore perduto,

ogni salivazione azzerata che lingua t’inventa.

E poi la mano nei calzoni

e poi il cuore nei calzoni

e poi la mano su di lei

in quel ripetersi cantilenante di strofe già scritte,

nel vuoto di stomaco,

che dagli occhi finalmente commuove i polsi.

E l’amore t’arriva, come lettera non spedita,

portafoglio rubato,

disegno senza matita.

Le parole sull’acqua

Le parole sull’acqua galleggiano,

a volte, però, qualcuna va sotto

e sei stanza che apro e che sento già carne

di cui m’appartengo sostanza.

Latitante mistero

quel restare poggiati di spalle.

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