Il travaglio di un’anima

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Furio Monicelli, fratello minore del più famoso regista Mario, esordisce nel mondo letterario proprio con questo Il gesuita perfetto, nel 1960. Quasi quarant’anni dopo, Mondadori ripubblicherà questo testo cambiandone il titolo, optando per Lacrime impure. Figura defilata e suo malgrado interessante quella di questo scrittore. Una vera meteora nel mondo spesso vanaglorioso delle lettere. Sebbene questo suo Il gesuita perfetto (noi continueremo a chiamarlo con il titolo originale) abbia avuto, quando uscì, ammiratori del calibro di Cristina Campo, Elsa Morante e, soprattutto Goffredo Parise, Furio Monicelli regalò al mondo un solo altro libro, l’anno seguente, e poi sparì. Facendo altri mestieri, cambiando vita e rifuggendo dal frequentare quel mondo letterario che pure, taluno, gli consigliava di non abbandonare.

Torniamo un po’ indietro nel tempo, agli anni ’50, quegli anni di un esuberante dopoguerra in cui il senso di rinascita cominciava, per taluni, a divenire un “pericoloso” canto di sirena. Le tentazioni del mondo cominciavano a farsi e rifarsi sentire. Su taluni in particolare. Tra questi “taluni” anche Furio Monicelli che, profondamente segnato dal suicidio del padre, decide di intraprendere la strada del noviziato nella Compagnia di Gesù. Ordine, rigore, disciplina ferrea e crudele, sono ciò di cui Furio sente di avere bisogno. Forse. Ma l’esperienza si concluderà con la decisione di abbandonare i gesuiti. Tornato in abiti civili, Furio comincia a collaborare con il pannunziano Il Mondo, poi con la Gazzetta del Popolo, poi a Londra con la Bbc. Dopo un intermezzo che lo vede indossare i panni del portiere d’albergo e di impiegato in una agenzia pubblicitaria, Furio Monicelli torna a collaborare con Il Mondo scrivendo, tra le altre cose, alcune pagine, in chiave narrativa, proprio di quella sua non pacifica esperienza nella Compagnia di Gesù. Fu così che Goffredo Parise si trovò tra le mani quella pagine, ne restò folgorato al punto da farsi tramite tra Furio e la Longanesi che decise di pubblicare il libro. Nacque così anche forse l’unica vera amicizia che Monicelli ebbe con un altro scrittore. Scrive bene Franco Marcoaldi in un pezzo dal titolo Uno scrittore in fuga: “E’ ovvio che Monicelli provi un senso di gratitudine nei confronti dello scrittore vicentino. Ma se a differenza di tutti gli altri uomini di lettere, Parise sarà l’unico con cui instaurerà una lunga frequentazione, lo si deve innanzitutto (presumo) all’immediata sintonia nata tra questi due cani randagi.”

Il gesuita perfetto è dunque il diario, in chiave letteraria, dell’esperienza diretta di Monicelli in quello che, tra le sue pagine, appare davvero come un “olocausto della ragione” per usare un’espressione riportata in queste pagine. E la scelta delle parole, delle singole parole, forse più ancora della storia, sono ciò che più connota e colpisce di questo libro. Fuga, silenzio torvo, volontà, obbedienza, tensione, cupa malinconia, olocausto, sacrificio. Tutto il libro si gioca su parole che tagliano come lame affilatissime, in una tensione che non viene mai meno e che restituisce, con lucidità, tutto il travaglio di un’anima.

Andrea, alter ego letterario di Furio, fugge dal mondo convinto di trovare, nella Compagnia di Gesù, quella possibilità di disciplina e autodisciplina di cui sente di avere bisogno. Ma dopo un iniziale senso di pace le domande, i dubbi, le vere e proprie lacerazioni, cominciano a devastargli l’animo. L’amicizia con fratel Zanna, controcanto dello stesso Andrea e l’attrazione sessuale per il confratello Marco, saranno i dispositivi attraverso cui il percorso di Andrea si farà pura volontà, soffocamento dell’intelligenza, sopimento della critica e vendita dell’anima alla Compagnia. Ogni personaggio sembra incarnare le diverse ipotesi teologiche, gli aneliti dell’anima, le impossibili risposte, in un continuo gioco di rimandi.

Impossibile orientarsi, impossibile, forse, la possibilità stessa di una teologia, in un romanzo in cui anche la sessualità è nella parola, nei dialoghi rubati. L’omosessualità qui, detta eppure sempre quasi sussurrata, altro non è che la natura costretta a soggiacere alla volontà. In un continuo teatro di simulazione, di silenzio che non è ritmo del tempo ma, semmai, evitamento della parola.

È un libro potentissimo questo Il gesuita perfetto, attualissimo anche al di fuori del contesto che ci viene raccontato: “Adesso ancora, come i primi giorni, ne rimaneva impressionato e quel che s’imponeva ai suoi occhi non era tanto la loro singola personalità quanto quella forza derivante da un mero atteggiamento collettivo.” Pagine di sottile e drammatica, nel senso etimologico del termine, analisi filosofica prima ancora che teologica. Il racconto di un’anima dilaniata da una continua tensione, tra vita e morte, tra carità e violenza. Cosa diventa la misericordia quando la personalità viene soffocata facendola passare per personalismo? Vi sono, in queste pagine, momenti di dilaniamento profondo, di messa in luce di una strisciante e ambigua “volontà di potere”: “Entrare con la loro per uscire con la nostra, questa massima era quella che, applicata incessantemente, aveva fatto grande la Compagnia. Entrare cioè, sotto il velo dell’interesse altrui per ricavarne poi il proprio. Uno stratagemma quanto mai adatto per ottenere ciò che si pretendeva. Gli stessi direttori di coscienza raccomandavano questo santo trabocchetto per ciò che concerneva la salute eterna.”

Una fede impossibile, una vocazione tiepida, una violenza su sé stesso, condurranno Andrea al termine del noviziato e a divenire ufficialmente un gesuita perfetto, nonostante tutto. E in questo aggettivo c’è tutta la forza di questo libro.

Geraldine Meyer

Un pensiero su “Il travaglio di un’anima

  1. Tra i libri più belli che mi sia capitato di leggere.
    L’autore indaga il coraggio della libertà interiore, la sua espressione veritiera.

    "Mi piace"

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