Cioran: itinerari di un apolide tormentato

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Emil Cioran. Itinerari di una vita (Mimesis 2017) è la biografia “ufficiale” del pensatore romeno-parigino, scritta dal connazionale Gabriel Liiceanu. Il volume, a cura di Antonio Di Gennaro e con la traduzione di Francesco Testa, è suddiviso in tre capitoli e rende omaggio ad uno dei maggiori pensatori e intellettuali del Ventesimo secolo: Cioran, autodefinitosi il “barbaro dei Carpazi”.

La prima parte illustra, con una prosa scorrevole e una precisione minuziosa, le principali tappe che caratterizzano la sua vicenda biografica: dall’infanzia “paradisiaca” trascorsa nella «maledetta, splendida Răşinari» (in Transilvania), passando poi per Sibiu (città dove inizierà a soffrire di insonnia e scoprirà il rapporto con le prostitute), ai viaggi per motivi di studio a Bucarest, Monaco e Berlino (in quel periodo Cioran era un fanatico della filosofia speculativa e al tempo stesso un esaltato per la politica nazionalista della Guardia di Ferro), sino ad arrivare ai vagabondaggi in bicicletta in giro per la Francia, alla vita da meteco sfaccendato a Parigi, alle difficoltà economiche, all’indifferenza degli esistenzialisti altezzosi (Sartre e Camus), all’inaspettato successo letterario (a cominciare dal Sommario di decomposizione, pubblicato nel 1949), per poi giungere, infine, alla “sospirata” morte, che lo colse nella capitale francese il 20 giugno 1995.

Una personalità complessa e poliedrica quella di Cioran, sempre “al culmine della disperazione”, oscillante tra un cronico cafard ed eccessi di slanci e di grande passione. Un uomo attratto dal nulla e dalla morte, che ha riversato sul mondo le tracce indelebili della sua immane sofferenza interiore, le sue lacrime amare divenute aforismi e prosa filosofica, intrise di ineffabile malinconia. Un “intellettuale senza patria” (non-filosofo di professione) che ha scelto come mezzo di espressione (e quindi di liberazione interiore) una prosa lirica (senza per questo fare poesia), e come approccio alla vita, l’indifferenza degli scettici, rifiutando di cadere nella rigidità statica, monolitica e fredda dei grandi sistemi filosofici, e che ha trasformato la propria vita in un’opera d’arte, fatta di solitudine e di libertà, al fine di resistere all’oggettiva tirannia del tempo (soggettivamente vissuto), all’inquietudine della coscienza (pugnale nella carne) e all’insensatezza di un mondo senza Dio, malvagiamente presidiato dal “funesto demiurgo”.

Grazie ad un folto apparato fotografico e all’ausilio di innumerevoli citazioni (tratte da lettere e interviste), Liiceanu ricostruisce il “mondo” o i “mondi” di Cioran, dalla Romania che amava follemente, ma di cui paradossalmente aveva una pessima opinione (era a suo avviso un Paese “rassegnato e senza storia”), alla Francia, una nazione in piena decadenza, simbolo di quel “tramonto dell’Occidente”, esemplarmente illustrato da Oswald Spengler. Un giovane dandy, affascinante e carismatico, che dopo gli studi di filosofia a Bucarest, visse di borse di studio alla Sorbona, frequentando la mensa universitaria sino ai quarant’anni. Schivo e indifferente, tanto ai successi quanto agli insuccessi, trascorse i suoi giorni in una piccolissima mansarda in Rue de l’Odéon (nel cuore del Quartiere Latino) insieme alla compagnia di una vita: Simone Boué (mon amie, così affettuosamente la chiamava), rimuginando sull’idea di “fallimento”, nonostante il suo nome brillasse già di luce propria nel gotha letterario europeo.

La seconda parte del libro è costituita da una testimonianza diretta di Cioran, grazie all’ultima intervista filmata concessa a Liiceanu tra il 18 e il 20 giugno 1990. “L’Apocalisse secondo Cioran” rappresenta la summa (ateologica e asistematica) di tutto il suo tragico pensiero, della sua Weltanschauung nichilista. Qui si racconta a tutto tondo spiegando l’origine delle sue insolenti provocazioni, delle sue irriverenti meditazioni: l’amico becchino nel cimitero di Răşinari, che gli consentiva di giocare a calcio con i teschi, il viaggio verso Sibiu, compiuto a dieci anni su una carrozza trainata da cavalli, le amicizie giovanili, gli anni di università, l’esilio parigino e la difficoltà di scrivere in una nuova lingua (il francese), l’angoscia dei suoi tormenti diurni e i tumulti delle notti in bianco. Parla della noia, vera e crudele nemica dell’uomo, del rapporto conflittuale con la religione cristiana (e con i propri genitori, credenti ferventi), e al tempo stesso della sua autentica venerazione per la mistica e le sante, del suo immenso amore per la Spagna.

Chiude il libro la bellissima intervista concessa da Simone Boué, artefice nascosta del successo di Cioran (è proprio il caso di dire che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna). I due si conobbero il 18 novembre 1942 in una mensa studentesca e da allora, per più di cinquant’anni, vissero insieme avendo cura l’uno dell’altra. Affiorano qui le parole dolci e profonde di una donna innamorata (sino alla fine) di Cioran; lei che condivise la stessa minuscola mansarda, ci descrive l’uomo gentile e premuroso che era, dallo sguardo «sempre imprevedibile» e «con un modo tutto suo di vedere le cose».

Dal tono pacato e descrittivo usato per le vicende biografiche (primo capitolo) a quello decisamente più colorito e intenso delle interviste (secondo e terzo capitolo), questi “Itinerari di una vita” restituiscono fedelmente la psicologia dell’uomo Cioran e il suo “cammino di pensiero”. Un libro che si apprezza dall’inizio alla fine e che, pagina dopo pagina, entusiasma e affascina il lettore, che scopre aspetti inediti e finanche simpatici aneddoti di quel «Nietzsche contemporaneo, passato per la scuola dei moralisti», che seppe affermarsi come uno dei maggiori prosatori francesi del Novecento. Chiaro e dettagliato, questo volume offre spunti di riflessione non solo per chi è avvezzo alle opere (e alle inquietudini esistenziali) di Cioran, ma anche ai neofiti lettori, che per la prima volta si avvicinano all’apolide tormentato, venuto dai Carpazi, per maledire e ingiuriare la vita, avendola oltremodo amata.

Anna Pomo

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