L’armadio nero

due-vecchi

Paolo, 45 anni, approfittatore, inaffidabile, egoista, e soprattutto bugiardo, questo pensava di lui la gente. Camionista a tempo pieno per un’azienda di generi alimentari, separato, odiato dai parenti, dalle donne usate e scaricate, dal figlio Jonatan, che aveva visto solo quattro volte e mai riconosciuto, da colleghi e amici a cui doveva soldi e promesse mai mantenute. Collezionava guai, malefatte, fallimenti e odio, assieme alle centinaia di pacchetti di sigarette di ogni marca e forma che fumata e attaccata nei più svariati angoli del suo autocarro.

Quella sera era diretto al John and Rose, una locanda sul fondovalle. Avrebbe cenato e pernottato lì prima di ripartire la mattina seguente. Aveva scelto il John and Rose su consiglio di un suo collega «Si mangia bene e c’è bella gente» gli aveva scritto via WhatsApp Luca.

Bistecca al sangue, patate con zafarana (peperone rosso del posto essiccato e macinato) pane, vino e dolce casereccio. Tutto prelibato, come la giovane cameriera, una ragazza alta e leggermente in carne, dai capelli rossicci e i lineamenti celtici. Sara, così si chiamava, era di origini francesi e aveva risposto positivamente ad occhialini e battute, e Paolo si era fatto mille film in testa.

«Seno prosperoso, occhi azzurri e ci sta» scrisse a Luca.

«Non ce la vedo sopra di te, ti schiaccerebbe» ribatte il collega prendendolo in giro. Ma lui ci si vedeva benissimo, e in mille altre posizioni diverse con quella ragazza, sicuramente di dieci anni più giovane. Sbarazzina e ingenua era attratta da quell’uomo maturo, un po’ trasandato ma ancora attraente, il quale non avrebbe dato problemi o raccontato in giro di una storiella senza impegno, a differenza dei ragazzi del paese, troppo seriosi e allo stesso tempo chiacchieroni. Euforico ed eccitato da uno scambio sempre più frequente di sguardi e sorrisi Paolo decise di giocare la carta più alta, il solito: «Che ne dici di una birra dopo il lavoro?»

«Perché no? Ci vediamo fra un’ora al pub affianco. Servono una birra rossa alla spina favolosa. Prenota un tavolo da biliardo. Saprai imbucare, spero?» Disse lei provocantemente.

«So farlo, e molto bene!» Rispose lui con tono fermo ma un po’ infastidito dal sorrisetto di sfida della ragazza. Era eccitato. Non faceva l’amore da un mese, l’ultima volta fu con una donna di cinquantacinque anni che lavorava al MyFriends, un motel sulla diciottesima. Chiara, così si chiamava lei, era alta un metro e novanta, vedova e segnata nel volto da una vita crudele e piena di sacrifici. Puzzava di alcol ma era ancora molto bella. Paolo la considerava la sua migliore notte di sesso sfrenato. Non l’aveva più chiamata, come promesso, ma lei continuava a telefonare, a mandare messaggi, nonostante avesse capito che tipo di uomo aveva fatto entrare nel suo letto.

Mentre aspettava ripensò a quella notte sfrenata. Chiara lo aveva reso felice, soddisfatto come nessun’altra prima. Si eccitò. Bevve un rum e coca e si guardò in giro. C’ erano altri camionisti e qualche ragazzo. Finalmente Sara arrivò. Truccata e vestita in modo casual quasi non la riconosceva. Sembrava ancora più giovane. Un senso di vergogna lo avvolse.

«Quanti anni hai?» Chiese lui spedendo la numero dodici in buca centrale.

«Venticinque.» Rispose sorseggiando la birra provocantemente.

«Bene!»

«Troppo giovane?» Chiese lei sorridendo come un’oca.

«No, no.» Tagliò corto lui buttando giù un terzo rum e coca. Era irritato da quell’atteggiamento. Abituato a condurre il gioco si trovò spiazzato, a disagio. Decise allora di apparire il più grezzo e tamarro possibile, voleva disfarsi della ragazza. Sara però non mollò la presa e Paolo si promise di punirla, portandosela a letto, scaricandoci sopra tutta la sua foga.

La camera 110 del John and Rose aspettava i due amanti, spartana ma accogliente, fornita di poche finestre ma abbastanza grande. Paolo notò qualcosa che prima non aveva visto: un armadio in legno nero a doppia anta, uno di quei mobili vecchi e rimessi a nuovo tramite semplici ma efficaci lavoretti di restauro. Quella visione lo atterrì, un senso di ansia invase lo spazio, appiccicandosi addosso, come la canottiera bianca che indossava in estate durante le lunghe traversate da nord a sud. Vedendo però Sara spogliarsi l’eccitazione si riaccese e nonostante la strana sensazione di “essere osservato” pervase, fu pronto a svuotare su quella ragazza tutta la sua irritazione e il suo egoistico “una botta e ciao ciao”.

***

«Sei uno stronzo!» Disse Sara rivestendosi. Più volte gli aveva pregato «Piano!» «Non così!» «Non mi piace in quel modo!» «Stai attento a non sporcarmi. Dimmi quando…» e tutta un’altra serie di raccomandazioni mai osservate. Così quella ragazza dai capelli rossicci si rivestì e andò via, delusa e pentita, sbattendo la porta. Paolo osservò il tutto spaparanzato sul letto, fumando e sorridendo. Era compiaciuto. Si ritrovò solo, con l’armadio nero fermo, lì, ad osservarlo. Quella sensazione di ansia provata prima riaffiorò. Calò il freddo e ad un tratto il suo corpo fu avvolto da una paralisi. Cercò di liberarsi, niente. L’armadio traballò, emettendo un ululato assordante, poi si fermò. La porta si aprì lentamente e uno scheletro uscì, sorridendo. Man mano che si avvicinava si materializzò la figura della sua ex moglie. Paolo provò ad alzarsi, ma la donna si scaraventò sopra di lui.

«Bastardo. Sei un porco schifoso!» Gli urlò.

«Taglierò via la tua virilità!» Tirò fuori una forbice da cucina, la stessa che avrebbe voluto usare tante volte. Puntò verso i genitali. Il camionista implorò perdono, sudando freddo, con le lacrime agli occhi.

All’improvviso un altro scheletro uscì. Allo stesso modo si avvicinò, prendendo le sembianze di Marco, suo figlio, 15 anni.

«Eccolo, il grande uomo, il playboy, il macho man. Sei un vigliacco, un bugiardo. Per colpa tua nessuno mi ha dato un’educazione. Fumo e spaccio erba. Ho quindici anni e la mia vita è già sprecata. È colpa tua.» Tirò fuori un coltellino e si posizionò vicino la madre, avvicinando la lama ai genitali. Proprio in quel momento un altro scheletro uscì. Subito si materializzò Valerio, un suo collega, un uomo a cui doveva molti soldi.

«Mio figlio sta morendo. Ridammi i miei soldi! Devo curarlo, dammi ciò che ti ho prestato, dammi quello che mi spetta!» Urlò imbracciando una pistola.

Quelle figure si tramutarono di nuovo in scheletri. Un coro di urla e risate coprirono le grida di Paolo il quale si divincolava come un maiale pronto ad essere squartato vivo. Nel momento di massima tensione l’anta dell’armadio si spalancò veementemente. Uno scheletro di un metro e novanta si catapultò contro gli altri. Una lotta furibonda si scatenò nella camera numero 110. Alla fine, l’ultimo scheletro ricacciò gli altri all’interno dell’armadio, poi si avvicinò al camionista, prendendo le sembianze di Chiara, la donna matura, la sua migliore notte di sesso sfrenato.

«Sei contento? Mio stallone. È tutto finito. Domani però ricordati: rispondi al telefono, voglio rivederti. Chiamami!» Disse strisciandosi provocantemente su di lui. Si allontanò e sculettando rientrò nell’armadio nero.  Il freddo si dissolse e il peso che lo teneva fermo scomparve. Fu di nuovo libero. Convinto che fosse stato solo un brutto sogno fissò l’armadio. Si osservò il pene, tutto in ordine. Sollevato rimase, sudato e tremante, sul letto. Allungò il braccio e agguantò il pacchetto di sigarette lasciato sul comodino. Ne accese una ed emanando un sospiro di sollievo disse:

«Certo, ti chiamerò, contaci» e sorrise malignamente sapendo che non l’avrebbe mai fatto. Proprio in quel momento l’armadio si riaprì e tutti gli scheletri si catapultarono verso di lui. Lottò, aggrappandosi ad ogni oggetto disponibile. Non ce la fece. Fu trascinato all’interno e la porta dell’armadio nero si chiuse.

Napoleone Dulcetti

(In copertina: Francisco Goya -I due vecchi)

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