Disturbi di luminosità: la carne trema

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Disturbi di luminosità di Ilaria Palomba è un’elegia del Sé sgusciato via dagli artigli del dolore psichico e che, abbattuti carcere e carceriere, si guarda alle spalle, libero, glabro, spaesato, sospeso nell’Assurdo. Un Sé in bilico, fragile, danzante dentro il caos della guarigione, che mai si assopirà in una comoda normalità. Un Sé perso nel cielo esorbitante di colori inediti e solcato da un arcobaleno incandescente dopo il nero pandemonio. Disturbi di luminosità non è un romanzo. È, piuttosto, una confessione talmente lucida, estrema, totale, da sembrare, nel suo nudo gheriglio di verità, una testimonianza allucinata. È un’opera di autofiction, certo, ma è prima di tutto un diario personale, lancinante, autentico fino alle soglie del soffocamento, è un’autobiografia abrasiva centrata sulla vita come malattia o sulla malattia che mastica e sputa fuori la vita. Al contempo, è una sfida lanciata alla definizione scientifica, da manuale diagnostico, del disagio: disturbo di personalità, identità borderline. Le parole di Ilaria Palomba, giovane scrittrice vincitrice del Premio Carver nel 2015 con Homo Homini Lupus, nascono ai margini, covano sotto la pelle per squarciare muscoli, tendini e anima. Ogni volta le parole incontrano il precipizio. Ogni volta innalzano una preghiera al sacro, al corpo che sa di morte. Ogni volta incrociano esistenza e resistenza, estasi e sfacelo. Si librano su una corda tesa tra la speranza e l’abbandono, nell’hobbesiana condizione dello stato di natura ove la preda deve farsi predatore. Ecco la carne infranta dalla violenza, ecco le ossa polìte dalla belva.

Disturbi di luminosità è letteratura dell’irripetibile. Per questa ragione è quasi impossibile da recensire. La singola parola qui azzardata rischia di apparire eccessiva, imprudente, inopportuna. È un testo sacro perché immola il pudore, un libro-tempio che si apre come una bocca famelica. Ilaria Palomba attraversa luoghi, Bari, Berlino, Bologna, Dublino, Milano, Roma, il Salento, e incontra maschere, Lui, Lei, l’Innominato e il Narciso. Simulacri, impostori, incantatori. Tra loro, un Oracolo, eco di una catarsi così lontana, così vicina. Disturbi di luminosità è la narrazione di una malìa. Vi è un atto primo: uno schianto dell’innocenza, una macerazione del ventre, un’iniziazione non desiderata, non necessaria, non richiesta, eppure accaduta. È un totem scolpito nel piombo, una catena stretta al collo del futuro. L’istante zero inaugura un pellegrinaggio nel tormento, trentatré quadretti narrativi schizzati con ardore da una penna talentuosa, trentatré brevi capitoli vergati con rabbia e disinteressata onestà: la ritualità delle droghe, la voracità ferina, i tagli reali e metaforici, la lotta contro l’Altro e per l’Altro, la sessualità divorante, le terapie per allontanare thanatos, il bagno nel fiume dell’ira, i lavori instabili, il rapporto con i malati psichici conclamati, il richiamo onnipresente dell’amore, le obliterate vie di fuga, i sentieri interrotti e ripresi, l’eterno ritorno a casa. Nel racconto c’è la tensione dell’autrice verso il balsamo ustionante della scrittura, c’è la sperimentazione attoriale, l’invenzione performativa, il calarsi in buchi di mondo che non attendono nessuno. E poi i romanzi, le poesie, le pubblicazioni. È un torrente che straripa, è polemos, è pulsione, è vitalità informe, infinita, immanente e spirituale. Il lettore avvista la coda del mostro che, inafferrabile, si china nell’ombra, presenza negativa, ospite inquietante.

Ratti. Le viscere si riempiono di ratti. I ratti mangiano lo stomaco, il fegato, l’intestino. Sale tutto su ma non esce. Non esce. Non esce. La pelle si riempie di crepe, si spacca. I muscoli vengono fuori. Mi separo. Dal corpo. Non sento il sonno, le sensazioni vitali cominciano a diradarsi, manca poco. Ci sto entrando. Le porte sono aperte, la fossa viene scavata, il rumore della pala che smuove la terra, il coperchio richiuso sopra gli occhi. Buio. Tachicardia. Un tripudio di singhiozzi. Avevo voglia di cambiare, di pensare ad altro, di occuparmi dell’altro, ci ero quasi riuscita al centro diurno, ma tutto va in frantumi. Mi taglio sotto i piedi. Non reggo il peso di me stessa. Sono incastrata nell’eternità. È un limbo. Non si esce e non si entra. Un bambino che non esce mai dall’utero. Tu sei una donna-ombra, mi ha detto l’Oracolo”.

Disturbi di luminosità ha una sua posologia. La somministrazione è consigliata, preferibilmente, nelle ore in cui l’attenzione è più sensibile ai tumulti interiori. Eliminiamo le distrazioni. Posiamo il telefono, spegniamo la televisione, disconnettiamoci e se è notte non pensiamo al giorno che verrà. Immergiamoci nel flusso narrativo, ripetiamo a bassa voce il mantra oscuro, ascoltiamo il battito asimmetrico del cuore: il sangue stillato è anche il nostro. Ilaria Palomba ci interpella. Benché il demone sia personale, irrevocabilmente suo, la letteratura compie il miracolo di unire: nessuno si senta al riparo dalla tempesta. La materia non è inerte, l’osservatore è osservato, il soggetto incide sull’oggetto e viceversa. Non vi sono risposte univoche alla lettura, solo un universale lamento che soffia sulle differenti corde. Quanti strati di vissuto, di noi, può disseppellire Ilaria Palomba raccontando di sé? Quei giorni di depressione da cui ci siamo allontanati come da un argine vischioso, la disperazione che assaporiamo al mattino, più amara del caffè, quell’ansia che stringe le costole in una morsa ostile, i cumuli di nefandezze che pensavamo sigillati nell’ambra, in amuleti apotropaici ideati mentalmente per separarci dall’orrore… Disturbi di luminosità appartiene alla famiglia dei libri-pungiglione, quelli che sgonfiano il chiacchiericcio quotidiano e sconfessano le banalità da rotocalco attorno al dolore. Il negativo è fissato sotto le palpebre: è l’inferno che abbiamo generato, è il male che esonda, è la ruota del tempo che, comunque, gira ancora. Si vive, si barcolla, si muore, si rinasce con un volto che non conoscevamo. E questo è vero dopo perpetua sconfitta.

Disturbi di luminosità lega corpo e anima della protagonista-narratrice allo svolgersi di un destino. Il corpo è sottomesso alla volontà di un carnefice, un bel Narciso, compiaciuto schiavista di donne, dispensatore di piaceri carnali e intellettuali. “Le dita serravano le labbra, tremavo. Con l’altra mano mi afferrava un fianco torcendo la pelle e s’insinuava in me lasciandomi sciogliere nel dolore più livido che al culmine estremo si traduceva in piacere. Un piacere oscuro, atroce, di una bellezza rovinosa e folgorante. Era il piacere dell’asservimento totale”. La mente è sfibrata da una Lei, doppelgänger sadica, alibi e complice di dialoghi insani, croupier di un gioco meschino che ha il nulla come montepremi. “Hai mai provato la sensazione di aver scelto di perdere? Ti è mai capitato di optare per la morte? Chiudi e riapri gli occhi. Chiudi. Riapri. Uno. Due. Tre. Dieci. Cento. Il reale si fa geometrico. Sotto le palpebre frattali lisergici. Nebulose. Universi intrecciati. L’orizzonte degli eventi. Lei, preferivi lasciarti abitare dai dubbi, lasciarli fluire nel piano di immanenza, alla fine avresti potuto diventare altro, te lo dissi una notte, quando ce ne stavamo sole, senza uomini. Mi carezzavi la schiena. Nuda. Vertebra per vertebra. E io sbriciolavo tra le dita i tuoi capelli. Era bello scivolare in quella specie di solipsismo, dove io ero lo specchio e tu eri lo specchio nello specchio. Vivevamo insieme in questa forma di simbiosi, che non era simbiosi ma un guardarsi attraverso, feritoie. Varchi”.

Disturbi di luminosità è scritto in una prosa forte, spontanea, magnetica, impressionistica, vivificata da spunti filosofici, riferimenti letterari, invettive liriche, affondi poetici, squarci introspettivi. Ilaria Palomba seduce i suoi interlocutori, ne atterra e suscita i sensi. È un diario provocatorio, trasgressivo, politicamente antitetico al ripiegamento ultraegoistico nella sfera del privato, tipico della nostra epoca castrante, terrorizzata dal diverso, dalla sofferenza, dalla potenza dell’eros, avvilita sotto il tacco del politically correct. Disturbi di luminosità è un anti-romanzo di formazione, un intreccio di monologhi che toccano l’indicibile, di autodiffamazioni e di delazioni della coscienza infelice. La prosa non nasconde episodi estremi, riportati in una luce caravaggesca. Ilaria Palomba, nell’epilogo, ringrazia il lettore per la fiducia concessa, ma dovrebbe essere il lettore a ringraziare lei. Disturbi di luminosità è un dono etico, un inno coribàntico alla tragicità dell’esserci, un peana alla Vita, orrenda, meravigliosa, aperta a felicità insperate e a tonfi fatali. È un invito a percorrere le strade dell’esperienza, fino alla gioia, fino al pentimento, a superare le rovine, a calpestarle, a costruirvi il proprio altare.

Come accade con alcuni libri, concerti, dischi o film, è difficile immaginare un dopo, un oltre che segua alla visione, all’ascolto o alla lettura. Restano dei residui di idee che rimandano a insiemi culturali, a suggestioni, ad accostamenti leciti e illeciti. Il mio elenco di libere associazioni, collezionate durante la lettura:

James Joyce, Diamanda Galas, Scott Walker, Derek Jarman, Albert Camus, Einstürzende Neubauten, Friedrich Schiller, Alberto Giacometti, Ingmar Bergman, George Bataille, Paul Celan, Robert Bresson, Italo Svevo, Aphex Twin, Sarah Kane, Guido Morselli, Fëdor Dostoevskij, Thomas Bernhard, Lucio Fontana, Ingeborg Bachmann, Agota Kristof, Giacomo Leopardi, Throbbing Gristle, Robert Walser, Bela Tarr, Joy Division, R.W. Fassbinder, Suicide, Nagisa Oshima, My Bloody Valentine, Agostino, Brian Eno, Lars Von Trier, Michael Haneke, Curzio Malaparte, Bauhaus, Cesare Pavese, Arthur Schopenauer, de Sade, Jean Genet, Chemical Brothers, Edgar Allan Poe, Antonin Artaud, Allen Ginsberg, Nick Cave, David Foster Wallace, Jon Hopkins, Francisco Goya, Salvatore Toma, Velvet Underground, Amelia Rosselli, Emil Cioran, Luigi Tenco, The Cure, I tragici greci, Friedrich Nietzsche, Søren Kierkegaard, Fernando Pessoa, Popol Vuh, Il libro tibetano dei Morti, Sylvia Plath, Carl Theodor Dreyer, David Bowie, Egon Schiele, Lydia Lunch, Martin Heidegger, Antony and the Johnsons, Michel Foucault, Mogwai, Joris-Karl Huysmans, Talking Heads, Johann Heinrich Füssli, Osamu Dazai, Leonard Cohen…

Alessandro Vergari

(Ilaria Palomba, Disturbi di luminosità, Gaffi editore, 2018)

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