In viaggio con Corrado Alvaro

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“Sarà stata quella noia di cui parla Vitaliano Brancati in uno dei suoi più bei racconti, ma gli scrittori italiani, in quegli anni ’30 di dittatura e di autarchia culturale, viaggiavano molto; […] Benché perfettamente collocato nella migliore letteratura di viaggio nazionale di quegli anni, Itinerario italiano non può essere ben compreso, quanto alle cause e ai fini che lo hanno generato, se non si pone mente ad almeno una delle diverse strade espressive percorse da Alvaro sin dai suoi esordi: quella che attraversa, incrociandolo, il tema della grande guerra. […] se si dovesse scegliere un simbolo in cui ricapitolare un sentimento, prima ancora che un’idea, dell’Italia, questo non potrebbe non coincidere con la grande guerra, la quale sembra generarsi, come per moltiplicazione parossistica, da quella fatica a vivere, da quella fatica di vivere, che il popolo minuto delle nostre contrade si era trovato a sperimentare, quotidianamente, nella sua lotta per il pane e l’acqua.”

Queste alcune delle considerazioni che Massimo Onofri fa nella sua interessante introduzione a Itinerario italiano di Corrado Alvaro nell’edizione Bompiani. E sono considerazioni da cui è utile partire per leggere, non in modo univoco, ma certamente più articolato, un testo per tanti aspetti straniante e provocatorio. A legger alcuni brani di questo Itinerario italiano si fa fatica, di primo acchito, a riconoscere nelle parole dello scrittore calabrese la cifra del nostro attuale paese. Non sono solo fattori di distanza temporale a rendere così distanti alcune sue considerazioni dalla nostra sensibilità. Ma, semmai, esattamente il contrario: la straordinaria e visionaria lettura di Alvaro, che rende le sue pagine così immanenti alla nostra cultura, è proprio ciò che, d’istinto, ci porta a metterle in un rassicurante passato da cui, pensiamo, ci siamo staccati.

Invece le pagine di questo straordinario Itinerario italiano, ci portano per mano in mezzo a sentimenti, forze e debolezze che hanno indelebilmente segnato la nostra identità. Erano quelli della pubblicazione di questo libro, anni in cui il nostro paese ancora si portava sulla pelle la grande guerra e, nello stesso momento, respirava e intravedeva le ombre nere dell’ideologia che portò alla seconda guerra mondiale. Proprio per questo motivo acquistano un ancor maggiore potere dirompente pagine in cui Alvaro “pare non avere dubbi: il luogo d’incubazione di tutta la civiltà italiana – scrive ancora Onofri – da preservare e tutelare contro ogni eccessivo tentativo di accentramento, è la provincia.”

E non è particolare di secondaria importanza perché questa “insistenza” non solo racconta un dato di fatto difficilmente negabile ma, ancor più, preconizza uno scollamento che si vedrà in tutta la sua nefasta portata, a decenni di distanza. Ma “l’elegia della provincia” non assume mai, in queste pagine in perenne equilibrio tra letteratura e antropologia, un carattere di arcadico sentimento nostalgico. Gli angoli più defilati dell’Italia, come quelli maggiormente noti, nelle parole di Alvaro diventano semmai la lente o, meglio ancora, la cartina di tornasole di una caratteristica che è ipotesi di futuro, chissà, sogno di futuro. E in questo, rilette anche a distanza di decenni, si sente ancora tutta la loro immutata forza e attualità. Una provincia che diventa metafora di una artigianalità sottesa ad ogni gesto italico, che sa di sapienza, di fatica e di lavoro. Discorso che sconfina, anche se non lo si comprende immediatamente, nei racconti che Alvaro fa, in queste pagine, sull’emigrazione italiana nel mondo.

Forza e poesia insieme quelle che accompagnano Alvaro in tutto questo viaggio che, non a caso, dalla Calabria comincia e in Calabria finisce. Forze e poesia che sono le ancelle di una scrittura che disegna le persone fino a farne quasi degli archetipi ma senza che degli archetipi abbiano la fredda oggettività. Anzi. In un giro mirabolante che dalla descrizione storico-sociale torna nella letteratura per planare di nuovo nella storia, Alvaro riesce a cogliere la unicità delle voci facendola, proprio per questo, divenire una sorta di identità nazionale. Che non è cancellazione delle differenze ma, esattamente all’opposto, una loro esaltazione.

Impostazione che è la stessa, per esempio, con cui Alvaro mette lucidamente in evidenza l’essenza stessa, direi quasi la genesi dell’arte italiana. E lo fa passeggiando per Roma. Passeggiata che diventa il meraviglioso pretesto per cantare il vero e autentico legame tra natura e arte, elemento fondante di tutte le sue successive riflessioni tra queste pagine: “A Roma è una natura rielaborata, predisposta, umanizzata, di mille sottili parentele con le cose dello spirito e le finzioni dell’arte, ciò che è, infine, il senso dell’arte italiana” E della natura italiana, aggiungiamo noi. Basta passare, in un volo ampio, direttamente alle pagine in cui Alvaro ci parla del lavoro, che è arte, dei contadini della Bassa e la loro “lotta” con l’acqua per “strappare” ad essa la terra. Acqua e terra, elementi centrali per l’identità italiana, come ci ricorda lo scrittore, sono arte. E non sono parole da lasciarci sfuggire.

Come non sono da lasciarci sfuggire quelle dedicate alla cultura etrusca. Anche qui ci si permetta di intravedere una lettura anche politica. In un periodo in cui il fascismo si stava affermando anche con la sua retorica delle romanità, Alvaro esalta (ma non con esaltazione) la cultura etrusca con la sua natura quotidiana, fatta di cose minute e di ogni giorno. Lo stesso rapporto con la morte diviene quasi, nelle sue parole, una parabola contro l’uniformità ideologica che utilizza i fallici simboli romani, tutti rivolti al cielo e alla esaltazione dell’apparato pubblico. Gli etruschi, quasi consapevoli della caducità del tutto, costruiscono necropoli a guisa di città, ma tutte rivolte alla terra, alla discrezione, all’arte appunto della provincia: “A guardare dal Teatro Marcello, vengono a mente altre alture come questa, una roccia di questa stessa natura, questo stesso senso; i luoghi delle città etrusche; è un angolo alla fine, che attesta del primo nucleo di Roma, proprio quello di cui Roma si volle disfare fin dalla tradizione: un angolo etrusco.”

La stessa irriverente ma, proprio per questo, restitutiva visuale, Alvaro ce la regala parlando di un altro “mito fondante” dell’Italia e cioè la famiglia. Esempio altissimo di come il viaggio sia itinerario in senso etimologico, cioè non chiuso: “Non soltanto, ma il nucleo familiare è la formazione di combattimento dell’italiano: il panorama delle prime lotte del popolo italiano, cioè del tempo controllato, rappresenta un enorme afflusso di popoli tra i pericoli di un’odissea, banditi di strada e approfittatori e venditori di carne umana. Il lavoro italiano non trasformò soltanto la capanna affumicata in un dado di cemento, ma arricchì e alimentò categorie intere di persone per le cui mani passava cotesto lavoro come l’oro. […] Soltanto una formazione familiare, in questo torrente umano, rappresentava una garanzia di difesa dai pericoli.” La famiglia come strumento di difesa e offesa. C’è tutto in queste parole. Anche e soprattutto la mancanza di retorica, spazzata semmai, letteralmente da Alvaro che dice molto chiaramente come l’Italia fosse (e sia) un paese eternamente in bilico tra passato e cambiamento. Lo dice a proposito dello spesso sterile e spaventato mantenimento di tradizioni imbalsamate: “Bisogna diffidare di chi vuole richiamare in vita tutto quanto è colorito, sol perché è colorito ma non dice più nulla al cuore di nessuno.”

Itinerario italiano dovremmo portarcelo tutti quanti in tasca, sempre e ovunque, per leggerlo come fosse un breviario laico, un esempio altissimo di come uno scrittore vero non possa avere uno sguardo solo sui luoghi se davvero li vuole raccontare. Perché il viaggio, se diventa letteratura, è sempre un passaggio.

Geraldine Meyer

(Corrado Alvaro, Itinerario italiano, Bompiani, 2014)

 

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