Paolo Fiore e le ali spezzate della contemporaneità

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Che fatica per l’illetterato! Duecentocinquanta pagine, dieci giorni. Certo, non tutti i giorni, a causa di altri impegni, mi è stato possibile leggere. Diciamo una settimana buona. Una fatica rivelatasi affascinante, illuminante, meravigliosa. Certo, con una lettura un po’ superficiale, avrei potuto impiegare molto meno, non ho dubbi. Mi sono immediatamente reso conto che non era il caso, però, bisognava andare a fondo, comprendere quanto più mi fosse possibile, ogni singolo passaggio o citazione. Ne valeva, ne è valsa, assolutamente la pena.

Quante lacune le mie, informatico, conoscitore di linguaggi macchina. Quanto è difficile approfondire la conoscenza di uomini straordinari, profondi conoscitori di linguaggi di “programmazione” umana, invece, straordinariamente efficaci dopo millenni, come Paolo Di Tarso. Molto di più ho imparato, ora, grazie a questo romanzo, di lui e della sua infinita, comunque la si pensi, grandezza. Consultazioni del dizionario, dell’enciclopedia, piccole letture di approfondimento, questa è stata la fatica, ma alla fine ce l’ho fatta. Straordinario Paolo Fiore! Come può un medico, un bravo medico, che, già di per sé avrà letto migliaia di trattati di medicina, essere così erudito in materie come filosofia, letteratura, pittura, musica ed altro ancora! Me lo chiedevo continuamente durante la lettura. Un mistero? Forse no! Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente. Lo senti, quando gli stai vicino. Su ogni parola detta potrebbe aprirti un mondo. La sua umiltà, però, non glielo consente e, se lo fa, la parsimonia, la misura è percepita chiaramente. Non è, certamente, una persona qualunque. Egli, posso dirlo ora e con maggiore cognizione di causa, è speciale!

Quante sinuose curve nella sua narrazione. Dopo ognuna di esse, il lettore attento, scopre paesaggi mai visti, molti per me, del tutto sconosciuti, prima. Non preoccupatevi, però, eventuali lettori meno esperti. Il “pilota”, Paolo Fiore, guida benissimo, coprirete l’intero e straordinario percorso, in modo tranquillo e sorprendente.

Tutto è “Solo sabbia tranne il nome”. Tutto, infine, sarà sabbia, mentre il nome resterà, almeno fin quando ci sarà il nominante: l’uomo.

Nominare, dare un nome, è di per sé già un modo per snaturare, in qualche modo privare di immagine, secondo W. Benjamin, presenza costante, puro soggetto ispirante, direi, del romanzo.

 “C’è un passaggio segreto e oscuro tra il concetto e l’immagine. Un tunnel senza luce in cui si blocca tutto”

Marco, il protagonista, è un laureando in lettere, alle prese con la preparazione della tesi. Egli ama rinominare, dare un soprannome, alle persone che conosce. Lo fa con tutti coloro che incontra sulla sua strada.

È probabile che l’esigenza di Marco, quella di rinominare, appunto, sia il desiderio inconscio di scoprire di ognuno di loro, l’immagine vera, quella che a suo modo di vedere è prossima, il più possibile, alla realtà del personaggio e non alla figurazione, paradossalmente rappresentata dal nome reale, che lo stesso acquisisce nella “commedia” della vita. Insomma scoprire quella suggestione, chissà, forse placebo, che ogni suo conoscente ha affidato, magari inconsciamente, a sé stesso, ad uso esclusivo della propria necessità di sopravvivere.

Associa loro, quindi, il giusto simillimum. Nell’omeopatia, il giusto caso “patologico” e così rinomina, e sistematicamente, ognuno. Egli è condotto dalla madre, per ogni minimo disturbo e sin dalla sua prima infanzia dall’omeopata, certo dott. Calligaris. Per anni ne seguirà i discorsi, le riflessioni, le analisi, le somministrazioni terapeutiche. Si approprierà, infine, dello spirito e del linguaggio omeopatico e con esso comincerà ad osservare e rinominare chi lo circonda. Il dottor Calligaris, diventerà così: Nux Vomica. Il suo professore: Lycopodium. La donna “fatale”, bella affascinante, poliedrica, Renata: Platina. La figlia di Platina, Giulia: Tarentula. E così via per altre figure minori presenti nel romanzo.

È uno straordinario concento quest’opera! La grande capacità del direttore d’orchestra, l’autore, fa sì che a “suonare” non siano solo grandi musicisti, Monteverde, Schopenhauer, solenni ascolti del professore Lycopodium, ma anche autori letterari e con la loro “musica” delle parole. Geni del calibro del già citato, W. Benjamin, grande, importante presenza, nel romanzo. Ancora: Emil Cioran, Ernst Jünger, Søren Kierkegaard, Paolo Di Tarso, Fernando Pessoa. Pittori, poi, come Pablo Picasso e Paul Klee. Quest’ultimo pittore è il fulcro dell’intero romanzo, più esattamente, il suo stupefacente dipinto: Angelus Novus.

Tutto ruota intorno a questo quadro, ad una sua ermeneutica definitiva, la ricerca di una impossibile lettura unica del suo significato. Di quale affascinante e profondo messaggio, Klee, abbia inteso, infine, portarci a conoscenza. Una delle possibili, meravigliosa ed affascinante, è quella che ne fa lo stesso Benjamin, ampiamente esaminata e discussa da Marco e Lycopodium nel corso dei loro incontri.

 Gli Apax Legomena, le unicità, disseminate nel corso della storia: uomini, opere, singole parole. L’irriproducibilità è l’estenuante ricerca di Lycopodium. Un instancabile raccoglitore, conoscitore di apax, e non solo nel campo dell’arte. Egli estende i suoi studi finanche al mondo degli animali, gli insetti in particolare, straordinari ed “unici” esemplari di farfalle, apax naturali, dalle quali è letteralmente affascinato, meglio, certamente ossessionato.

L’ossessione di Benjamin per l’Angelus Novus di Paul Klee, è, nel racconto, l’ossessione per la ricerca di unicità di Lycopodium, così come la ricerca di perfezione, fisica e di vita, di Platina, altra figura centrale. Marco, passerà molto del suo tempo nel cimentarsi, nel tentare di comprendere, sino in fondo, queste due figure, che risulteranno in qualche modo legate da un filo di indefinibile spessore, resteranno chissà, forse, entrambe indecifrabili.

Una narrazione attraente, stupefacente, complessa ma fortemente stimolante. Non lascerà, mai, il lettore privo di interesse per quanto si dirà o accadrà nella pagina successiva. Si tingerà persino di giallo nella parte finale. Un giallo tenue, direi, ma sorprendentemente avvincente ed abilmente condotto.

Marco: “Quante facce, quanti visi, Platina”.

Lycopodium: “Ed io sono Faust, caro ragazzo, che incontra Madama la Civetta, settimo ed ultimo dei peccati”.

Quale misteriosa relazione tra i due?

 Un crescendo che riga dopo riga ci condurrà verso “l’unicità” di un finale, anch’esso un apax, come l’intero libro.

Assolutamente da leggere, parola di illetterato e pertanto, direi, apax legomenon di Zona di disagio.

Giuseppe Milite

(Paolo Fiore, Solo sabbia tranne il nome. Apax legomena, Manni editore)

 

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