Luciano Canfora, lo studio degli antichi e la democrazia moderna

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Luciano Canfora è stato ospite lunedì 28 maggio in un incontro al Liceo Scientifico Ricciotto Canudo di Gioia del Colle. Uomo di vastissima cultura, capace di spaziare dall’antichità classica nel senso più stretto fino all’attualità, Canfora è noto per adottare, in uno dei modi migliori che possa ricordare la tradizione gramsciana in tempi recenti, un “approccio multidisciplinare”. Con esso non si deve intendere affatto un banale eclettismo, con collegamenti più o meno coerenti, ma la capacità di giungere a dei risultati attraverso vari strumenti di ricerca. Passato, come l’antichità classica, e presente, come i tanti interessi a sfondo politico toccati da questa straordinaria figura di studioso, formatosi a Bari e a Pisa, non potevano fondersi meglio nel tema principale dell’incontro con i ragazzi e i professori di Gioia del Colle, cioè l’utilità della letteratura greca e latina nelle società democratiche. Luciano Canfora ha presentato la questione, da brillante conoscitore di fonti e della Storia, partendo da un particolare esponente liberale dell’Ottocento: Alexis de Tocqueville. Il contributo culturale di quest’uomo, francese, che lo ha collocato fra i più rinomati uomini del suo tempo è senza dubbio “La democrazia in America”, opera in cui Tocqueville racconta il suo viaggio negli Stati Uniti (gesto anomalo, date le sue convinzioni liberali) ed i suoi studi ( Canfora ha osservato anche l’importanza dei suoi “Taccuini”) sulla nascente democrazia americana. Ad un quadro politico diverso risale invece l’altra opera di Tocqueville, meno nota al grande pubblico ma comunque importante: “L’Antico Regime e la Rivoluzione”. Entrambi questi lavori hanno lo stesso filo conduttore, ovvero l’esperienza democratica. L’aspetto più interessante delle riflessioni di Canfora riguardano un tema delicato, e caro non casualmente alla tradizione marxista, come quello della schiavitù: Luciano Canfora ne ha parlato sia a proposito della situazione in America, dicendo che la situazione fosse serena al tempo del viaggio di Tocqueville, ma meno successivamente, durante la presidenza di Abrahm Lincoln.  Il giudizio di Tocqueville sulla democrazia americana non è dei più ottimisti: da convinto aristocratico, ritiene che anche l’Europa diventerà democratica, ma che questo porterà omologazione e conformismo, tanto da definirsi in pagine inedite un amante della libertà che ha il terrore della democrazia vista in America. Ed è proprio a questo proposito che in un breve capitolo de “La democrazia in America” Tocqueville fa delle osservazioni sullo studio dei classici: poiché i licei classici portano ad una ricchezza intellettuale senza potere effettivo, Tocqueville sostiene che ci sia bisogno di poche scuole classiche, e molti tecnici. Secondo Canfora in realtà l’opinione di Tocqueville è condizionata dall’esperienza dei giacobini, che hanno provato a riprendere i classici come modello ma in modo troppo approssimativo. Sarà dopo la morte di Robespierre che si passerà ad uno studio dei classici meno strumentale ma più approfondito: Canfora cita quindi Benjamin Constant, celebre per la sua opera “La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni”, in cui sostanzialmente respinge sia i Greci che i Romani.  Successivamente Canfora si è soffermato sul ruolo della scuola e dei classici, contestando una certa impostazione che ha portato all’affermazione di un canone letterario: se per Aristotele lo schiavo era addirittura una macchina, Seneca aveva un’idea dello schiavo totalmente diversa.  È stata inoltre interessante l’affermazione di Canfora secondo cui il mondo antico è stato uno dei momenti in cui si siano presentati certi conflitti: sulla questione dell’organizzazione politica, i classici hanno dato varie risposte, con argomenti considerati anche oggi. Luciano Canfora ha poi ricordato l’esperienza storica dell’Unità di Italia, laddove per la decisione di unire il Regno nel 1861 si ricorse ai plebisciti, mentre per  eleggere il Parlamento ci si rivolse solo ad una piccolissima porzione della popolazione: l’Italia raggiungerà il suffragio universale maschile solo nel 1919. Canfora ha quindi usato quest’episodio storico per ritornare a parlare del problema della schiavitù, di cui noi ci illudiamo di esserci liberati: differentemente da Marx, Canfora ritiene che la schiavitù esista ancora nel XXI secolo, ma ha cambiato volto, e non appartenga solo al mondo antico. Canfora per schiavitù intende la delocalizzazione, la tratta delle persone, il commercio di stupefacenti.  Discutere con gli antichi sulla schiavitù,  è quindi un nostro problema.

Non avrà stupito i più attenti lettori di Canfora il fatto di avere nominato Tocqueville: l’intellettuale francese dell’Ottocento non è comparso a caso nelle riflessioni del professore barese, ma risale ad un libro di oltre quindici anni fa dal titolo: “Noi e gli antichi. Perché lo studio dei greci e dei romani giova all’intelligenza dei moderni.” Come in ogni questione, spetta secondo me alla decisione del singolo comprendere da che parte schierarsi. Di Canfora personalmente condivido l’idea che il giudizio di Tocqueville sui classici sia orientato dal suo gusto ma anche dalla sua formazione: molto probabilmente Tocqueville temeva di vedere nei classici la riproposizione degli anni del Terrore. Questo giudizio, a mio avviso, non è equilibrato: come ha insegnato Immanuel Kant i fatti storici vanno visti con distacco, e se non è lecito approvarne la violenza, va tuttavia ricordato che grazie alla Rivoluzione le masse popolari hanno fatto irruzione nella Storia, e non solo nella Bastiglia. Delle masse popolari, però, si deve tenere conto in modo non retorico, né strumentale: un rinomato storiografo antico come Polibio ricordò con la teoria ciclica delle forme di governo che la Democrazia (parola nobilissima) possa degenerare nell’Oclocrazia. Aprendo una breve parentesi sul mondo politico odierno,  secondo me l’Oclocrazia è quella che ha portato a quell’alleanza di governo definita “mostruosa” dallo stesso Luciano Canfora quale sarebbe l’alleanza Lega-Movimento Cinque Stelle. L’equilibrio del cittadino ideale dovrebbe portarlo a difendere legittimamente i suoi diritti, e non a farsi guidare dai vari demagoghi . Risulta altrettanto opportuno per il vero politico non solamente fare appello alla testa, più che ai sentimenti di repulsione dei suoi elettori, ma cercare di non ricorrere alla meschinità pur di mantenere il proprio potere. Tocqueville, lo si voglia o meno criticare per le sue posizioni, fu un convinto aristocratico ed un politico liberale, ma secondo me anche con delle contraddizioni il suo modello è sostanzialmente positivo. Non a caso i suoi due libri citati da Canfora, come dei veri classici, sono sopravvissuti a tante epoche di terrore ed ancora oggi vogliono interrogarci.

Leonardo Donvito

 

 

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