Al Quiru Museum

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Paulo Lucetti si era sempre interrogato sulla complicata natura del suo carattere, aveva cercato di modificarlo, di «adeguarsi», persino «normalizzarsi», ma nonostante avesse raggiunto le più svariate soluzioni e malformate-bizzarre trasformazioni di se stesso non era mai riuscito a farsi accettare dalla società, dagli amici, dai parenti.

«Forse è l’aspetto fisico, il mio volto, il modo di camminare, o forse il tono della voce. Gesticolo troppo? Potrebbe essere il mio offendermi facilmente, oppure il fatto che sono un tipo eccessivamente selettivo. Dico sempre ciò che penso. Non dovrei farlo. Converrebbe, invece, chiuderla questa mia boccaccia larga. È il modo in cui saluto? Come mi presento, mi approccio?»

Domande assillanti, pronunciate ad alta voce durante le sue lunghissime passeggiate in riva al mare. La risposta delle onde era sempre la stessa, anche la natura sembrava robotica, meccanica. Passava intere giornate davanti allo specchio, conversando con il suo riflesso, scrutando possibili movimenti sbagliati, esagerazioni etc. Aveva corretto quasi tutte le potenziali brutture, i gesti inutili. Aveva indossato delle lenti a contatto blu per cancellare un castano forse troppo spento, aveva tinto i capelli bianchi ricolorando l’intera chioma di un biondo vichingo, per somigliare a quegli attori che tanto piacciono alle ragazze. Evitava di andare a mare per abbronzarsi, voleva rimuovere ogni possibile tratto meridionale, compreso l’accento calabrese. Ma niente, a parte gli inviti per lavoro, nessuno lo aveva mai tenuto in considerazione per mangiare una pizza, bere un drink. Nessuno gli aveva mai mandato gli auguri di Natale, di Pasqua, un «buon compleanno carissimo». Passeggiando da solo, la sera tardi, vedeva i suoi ex compagni di liceo e altri conoscenti cenare assieme, sorridere, scherzare sulla sedia di un ristorante, al bancone del pub davanti una pinta di birra o cose simili. Passava intere nottate sui social networks: ore e ore ad osservare amici e parenti alzare calici al cielo, condividere emozioni, momenti felici, attimi di gioia. Non ricordava quando fosse iniziato questo cronico menefreghismo e isolamento nei suoi confronti, sicuramente dopo il primo anno di università qualcosa era cambiato. «Forse è il lavoro che faccio.» Curava la sezione letteraria e scriveva racconti per un giornale locale. Invidia? Di cosa? Bassa considerazione? Perché? Le risposte che si dava erano contradittorie e allo stesso tempo plausibili.

«Fregatene! Guadagni quanto basta per viaggiare, per conoscere posti e persone diverse, trasferisciti in un altro paese!» Si diceva, ma rinunciava sempre. «Se mi snobbassero anche lì? Se il problema fossi io?» Si rispondeva guardandosi nello specchietto retrovisore, conversando con un se stesso in abiti eleganti, in viaggio verso la redazione.

«Provi ad ampliare il numero di attività in cui è coinvolto, scelga uno sport di squadra, frequenti il maggior numero di circoli letterari o associazioni di volontariato, è l’unico modo per aumentare la quantità di persone con le quali dovrà interfacciarsi.» Gli aveva consigliato il suo psicologo. La cura aveva dato, in un certo modo, i suoi frutti. Infatti, durante le conversazioni ai circoli, i dibattiti politici nel movimento rivoluzionario «I nuovi», e l’agonismo scambiato nelle partite di calcetto, il suo relazionarsi con gli altri era vertiginosamente migliorato. Purtroppo, quelle conoscenze erano appunto legate a uno scopo. Erano passate cinque settimane e quelle nuove amicizie continuavano ad ignorarlo nei momenti più importanti: nella condivisione disinteressata. Così Paolo Lucetti abbandonò la maggior parte delle attività intraprese, rimanendo coinvolto solo in quelle dalle quali poteva trarre beneficio per la sua attività di giornalista e scrittore, ma distaccato.

Un pomeriggio, durante l’abituale e solitaria camminata, si accorse di un bizzarro cartello «The Quiru Museum». La parola dialettale lo colpì: «quiru» era infatti un pronome indefinito e spesso dispregiativo con il quale la gente indicava una persona di cui si aveva gelosia, invidia o emozioni distruttive affini. Seguendo le indicazioni arrivò alle porte di un massiccio edificio. «E questo? Quando è stato costruito?» Pensò aggrottando le sopracciglia. Incuriosito chiese il prezzo del biglietto all’entrata. «Per lei è gratis, signore!» Lo liquidò schifato un vecchio. Rimase impressionato della grandezza di quel museo «Costruito in così poco tempo, come diavolo avranno  fatto?» Continuava a ripetersi. Lo stupore si trasformò presto in terrore quando all’ improvviso si ritrovò di fronte una tela enorme. Sopra vi era dipinto un guerriero Normanno con insegne crociate che possedeva il suo volto. Una didascalia diceva: «Paolo I di Normandia, condottiero mercenario al servizio del Regno delle Due Sicilie.»

Incredulo per ciò che aveva appena visto affrettò il passo ed entrò in una sala dove una decina di pittori erano seduti, curvi e cupi, dietro i loro quadri. Appena si accorsero di lui presero a fissarlo intensamente. Cominciarono a studiare il suo aspetto. Dopo qualche secondo intensificarono compulsivamente l’attività di pittura. Impaurito da quel grottesco atteggiamento Lucetti lasciò la stanza entrando in una seconda camera. Le pareti di questa erano ricoperte di specchi dove poteva vedere il suo riflesso muoversi sincronicamente. In mezzo alla sala era posizionato un cavalletto provvisto di rotelle sul quale era poggiato un enorme specchio incastonato in una cornice di legno dorato. Quasi divertito da quel gioco di riflessi cominciò a saltellare come un bambino verso il centro della stanza. Arrivato davanti allo specchio, due metri per due, si osservò attentamente, recitando uno dei suoi soliti monologhi correttivi. «Strano, non avevo mai notato questo difetto!» Disse migliorando la postura che gli parve meno dritta rispetto a quella alla quale si era abituato a vedere riflessa nel vetro del bagno di casa sua. La superficie riflettente più grande mostrava dunque tutte quelle brutture che non era mai riuscito a scorgere, questo lo avvilì profondamente. «Tutto quel tempo sprecato a correggere, ad eliminare storpiature, tempo perso!» Si allontanò a testa bassa, fissando il lucido pavimento smaltato scorrere sotto le scarpe da passeggio. C’erano molte altre stanze aperte, non osò entrarci. Da una di queste, leggermente socchiusa, proveniva un intenso vocio. «Solo una sbirciatina?» Rimase sconvolto quando si accorse che quella sala era piena di artisti, tutti indaffarati a dipingere e a contemplare in stato meditativo la propria tela, soggetto-oggetto da interpretare: Il volto di Paolo Lucetti. Ogni macabro dipinto era accompagnato da una denigratoria didascalia. Si avvicinò a un pittore dalla pelle olivastra e osservò il suo quadro. A pennellate malferme l’artista aveva disegnato un viso senza occhi, con una grossa e lardosa bocca che occupava gran parte del volto. Un naso piccolissimo, la pelle cadente e abbronzata. Capelli lunghi e ricci rendevano la faccia di Lucetti tonda e rugosa come la superfice di un pallone da basket. La didascalia in dialetto diceva: «Lucetti Paolo, u vucca larga ca parla tropp (Il bocca larga che parla troppo)». C’erano delle interpretazioni ancor più sprezzanti, come quella di un anziano basso e grasso che lo aveva dipinto calvo, senza orecchie e con la pelle bianca come il latte. La nota diceva: «L’ingenuo».

Una giovane pittrice dai capelli rossi lo stava rappresentando senza bocca, con i capelli lunghi fino ad un naso acuminato, la pelle gialla come quella di un ittero, piena di brufoli e pustole. La didascalia proferiva: «Spero gli prenda un male!»

Altre erano di gran lunga più malvagie, come quella di un professorone alto e magro che lo dipingeva con i denti da vampiro e con il viso sporco di saliva. «Non si accontenta mai» diceva la descrizione.

«Sono davvero così?» Lucetti pensò che quegli artisti erano volutamente cattivi, forse per scacciare la tristezza, la nevrosi generata dal loro frenetico e febbrile stile di vita inutile e malata. Qualcuno era invece malvagio per noia, per divertimento. Si accorse che le interpretazioni più maligne erano pennellate di sangue. «Forse è questo il responso alle mie domande. I quadri sono la risposta. È davvero così che mi vede la gente?»

Una signora gli disse: «Somiglia incredibilmente al personaggio del mio quadro, ma è completamente diverso da come lo sto dipingendo. Mi vergogno di me stessa, sono una demente, le mie pennellate sono nere come il pregiudizio che mi tarla gli occhi!»

Rabbia e panico lo avvolsero come uno stormo di corvi che volteggia vorticosamente intorno ai cadaveri sanguinanti distesi su un campo di battaglia. «Adesso basta!» Gli venne in mente una vendetta esemplare. Uscì di corsa. Ritornando dopo qualche secondo, gettò un urlo per attirare l’attenzione e con sorriso maligno invitò tutti a guardarsi nell’enorme specchio che con fatica aveva trascinato dalla sala adiacente. Grida di disperazione invasero lo spazio e tutti fuggirono all’esterno con le mani sul volto. Le tele tornarono bianche. Mentre quei matti scappavano via Paolo Lucetti strillò: «Avete visto? Sono peggio di come vi hanno inculcato, molto peggio. Siate coscienziosi. Alla larga !»

Il museo rimase vuoto, completamente. Vagò per lo stabile, piangendo ,singhiozzava. Una massiccia porta di legno lo incuriosì. Provò ad aprirla, era pesante. I cardini stridettero, un vento freddo invase i corridoi. Si ritrovò isolato, in una camera vuota, sporca e polverosa. Al centro del perimetro, per terra, giaceva uno specchio di piccole dimensioni. Lo raccolse, si osservò. Il suo riflesso sembrava lo stesso, quello di sempre, ma il pulviscolo offuscava l’immagine. Soffiò per cacciarlo via e una crepa emerse, iniziando ad allargarsi sul vetro, spezzettando gradualmente il suo volto in mille riflessi frastagliati. L’edificio cominciò a tremare, le mura a sbriciolarsi. E lui rimase immobile, a specchiare un’orrida frammentazione. Non si mosse.

Napoleone Dulcetti

 

3 pensieri su “Al Quiru Museum

    1. Ognuno di noi vive tutto questo giorno per giorno…alcuni ne rimangono integri e indistruttibili…altri magari si distruggono proprio come i frammenti di quello specchio..
      Complimenti “BRAVISSIMO”

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  1. Ci si rispecchia molto, per come è oggi la realtà, ognuno di noi è solo in mezzo a tanta ipocrisia, cattiveria dietro a tanto buonismo…. Alla fine si è soli e basta……
    Complimenti allo scrittore, si legge tutto d ‘un fiato.

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