Emil Cioran e l’Amore

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In una delle sue ultime interviste, quella concessa a Michael Jakob, Emil Cioran dice:

«In ogni nostro atto c’è un retroscena, e proprio questo è psicologicamente interessante, noi non conosciamo che la superficie, il lato superficiale. Si accede a ciò che è detto, ma l’importante è ciò che non è detto, ciò che è implicito, il segreto di un atteggiamento o di una frase. Per questo tutti i nostri giudizi sugli altri, ma anche quelli su noi stessi, sono parzialmente sbagliati. Il lato meschino è camuffato, ma il lato meschino è profondo, e direi quasi che è quanto di più profondo ci sia negli esseri umani, e di più inaccessibile per noi. È la ragione per cui i romanzi sono un modo di camuffare, di esporsi senza dichiararsi. I grandi scrittori sono proprio quelli che colgono il «retroscena», soprattutto Dostoevskij. Lui rivela tutto ciò che è profondo e apparentemente meschino; ma è più che meschino: è tragico; questi sono i veri psicologi».

Qui è evidente l’influenza delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, ma in generale della cultura psicoanalitica. Questo è un concetto chiave in Freud (secondo il quale la coscienza costituisce solo la “punta dell’iceberg” dei nostri atti, che sempre trovano la loro autentica radice in un profondo sconosciuto), ed è il filo conduttore ad esempio di tutti i racconti dello scrittore austriaco Stefan Zweig.

Il retroscena, ciò che non è sulla scena, ciò che è dietro la scena, ciò che non è inquadrato da alcun faro, ma che fonda e giustifica l’intero percorso, poiché ne è il motivo principale, il movente sotteso, sconosciuto e incomprensibile: il sottofondo, il sotterraneo, il sottosuolo appunto.

Se prendiamo le opere di Cioran (sia quelle del periodo rumeno che quelle francesi), sulla scena, quindi sul palcoscenico si muovono sempre gli stessi “demoni interiori”: la solitudine, il cafard, la noia, la disperazione. Cioran è un “Maestro” perché è capace di descrivere tutte le sfumature di ogni stato emotivo, attraverso le pennellate della propria scrittura.

Ma non si limita a questo. In Cioran è decisivo il tema del corpo, della corporeità. La filosofia di Cioran è impensabile senza la fisiologia. Non è una filosofia astratta che parla di un Io impersonale, dell’esistenza come categoria generale. Qui chi parla è un io in carne ed ossa, che sente, che si sente, che soffre, che patisce, che ricorda, che piange, che rimpiange. È un Io che ama, che vibra, che si emoziona, che si appassiona, che si commuove, che desidera, che vuole. La filosofia di Cioran è quindi una filosofia della carne, del cuore, dei nervi, del respiro, degli occhi, dello sguardo e del silenzio. Non è una filosofia della mente astratta, ma una filosofia del cuore pulsante, che palpita, una filosofia dei sentimenti, delle emozioni che accadono dentro di noi e che ci avvincono.

Quella di Cioran è dunque un’anima straziata, un’anima lacerata, graffiata, squarciata come le tele di Lucio Fontana. Un’anima in pena, che ama profondamente la vita, ma che ha conosciuto ben presto “il sentimento tragico della vita”.

Leggiamo l’ultimo frammento di Lacrime e santi, opera del 1937: «Il paradiso geme al fondo della coscienza, mentre la memoria piange. Ed è così che si pensa al senso metafisico delle lacrime e alla vita come al dipanarsi di un rimpianto».

Cioran scrive quest’aforisma a 26 anni. Piange e rimpiange. I suoi occhi sono bagnati di lacrime, e queste lacrime si convertono in prosa filosofica. È una scrittura imbevuta, inzuppata di lacrime. Sono lacrime che scorrono sul viso o trattenute negli occhi… ma è una costante nella vita di Cioran, se solo sfogliamo i Quaderni:

«Ventitré anni fa (nel 1937) ho scritto un intero libro sulle lacrime. E da allora, senza versarne una sola, non ho mai smesso di piangere».

«Dire che rimpiango tutto è poco; io sono un rimpianto ambulante, la nostalgia mi divora il sangue e divora se stessa. Non vi è rimedio in terra per il male di cui soffro…».

«Non ho mai scritto con il mio sangue, ho scritto con tutte le lacrime che non ho mai versato. Fossi anche un logico, resterei un elegiaco. Vivo ogni giorno l’esclusione dal Paradiso con la stessa passione e lo stesso rimpianto del primo esiliato».

Ora, perché Cioran piange e rimpiange? Cosa lo affligge? Di cosa è psicologicamente affetto?

Sul palcoscenico delle sue opere, come abbiamo detto sfilano le figure della solitudine, il cafard, la noia, la disperazione. Questo è il lato fenomenico, l’esteriorità. Ciò che appare sulla scena. Ciò che Cioran mette in scena, ciò che inscena come terapia di salvezza per sedare l’angoscia.

Sono questi gli attori principali, i protagonisti, le maschere che ci presenta. Ma cosa accade dietro le quinte? Nel retroscena? Qual è la “causa radice” che spinge Cioran a parlare del proprio dolore, della propria disperazione, della propria inquietudine e della propria in-sofferenza?

Per rispondere a questa domanda, cerco di avvalermi “metaforicamente” di una teoria matematica e fisica chiamata “butterfly effect”, che in questi ultimi anni ha avuto una certa risonanza anche in ambito cinematografico. Secondo questa teoria: “Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”. In altre parole, un evento apparentemente insignificante, può scatenare una reazione assolutamente imprevista, imprevedibile e sconvolgente.

E allora, qual è l’evento apparentemente insignificante che ha innescato una reazione a catena rovinosa nella psiche di Cioran? È difficile rinvenire nelle sue opere tracce biografiche oggettive in grado di sciogliere in via definitiva la questione. Quello che possiamo fare è seguire degli indizi

Ascoltiamo cosa dice Cioran, in un episodio che racconta con piccole variazioni 3 volte, nei Quaderni, nel Taccuino di Talamanca e in una lettera a Jaques Le Rider:

«Tutto ciò che in me è vero proviene dalle timidezze della mia gioventù. A loro devo quello che sono, nel senso migliore della parola. Senza di esse non sarei letteralmente nulla, e non conoscerei tregua nella vergogna di me stesso. Che cosa non ho sofferto, da giovane, per causa loro. E ora sono queste sofferenze che mi riscattano ai miei occhi.

(L’altro giorno mi sono ricordato di un momento capitale e particolarmente doloroso della mia adolescenza; amavo segretamente una ragazzina di Sibiu, Cela Schian, che doveva avere quindici anni; io ne avevo sedici. Per niente al mondo avrei osato rivolgerle la parola; la mia famiglia conosceva la sua; avrei potuto avere delle occasioni per avvicinarla. Ma questo andava al di là delle mie forze. Per due anni ho vissuto in preda a tormenti infernali. Un giorno, nei dintorni di Sibiu, nel folto di una foresta dove mi trovavo con mio fratello, scorgo quella ragazza in compagnia di un compagno di scuola, il più antipatico di tutti. Fu per me un colpo a stento tollerabile. Ancora adesso mi fa male. Da quel momento decisi che bisognava farla finita, che non era degno di me incassare il “tradimento”. Cominciai a staccarmi dalla ragazza, a disprezzarla e infine a odiarla. Mi ricordo che nel momento in cui la giovane “coppia” passava stavo leggendo Shakespeare. Darei chissà che cosa per sapere quale opera. Non riesco a ricordarlo. Ma quell’istante ha deciso della mia “carriera”, di tutto il mio futuro. Ne derivarono anni di completa solitudine. E io divenni quello che dovevo divenire)».

È questo a mio avviso l’evento apparentemente insignificante che innesca l’effetto domino negativo in termini psichici e che induce e conduce Cioran a parlare del dolore e ad abbandonare l’idea dell’amore, inteso come relazione pura con la persona dell’altro sesso.

Dove si rifugia Cioran per attutire il trauma vissuto? L’effetto è scioccante, deflagrante, devastante, destabilizzante. Cioran, per lenire il dolore, si rifugia in quegli anni nella lettura di Sesso e carattere di Otto Weininger, un’opera in cui la figura femminile è completamente disprezzata, e in seguito tra le braccia delle prostitute di Sibiu.

Leggiamo cosa scrive proprio nella lettera a Jaques Le Rider il 16 dicembre 1982:

«Leggendo il suo libro [Jacques Le Rider, Le cas Weininger] sul mio antico e lontano idolo, non potevo non pensare all’evento che fu per me la lettura di Geschlecht und Charakter. Era il 1928, avevo diciassette anni e, avido di ogni forma di eccesso e di eresia, amavo trarre da un’idea le estreme conseguenze, spingere il rigore fino all’aberrazione, fino alla provocazione, conferire al furore la dignità di un sistema. In altri termini, mi appassionavo a tutto, salvo che alla sfumatura. In Weininger mi affascinavano l’esagerazione vertiginosa, l’infinito nella negazione, il rifiuto del buon senso, l’intransigenza micidiale, la ricerca di una posizione assoluta, la mania di sviluppare un ragionamento fino al punto in cui si distrugge da solo e manda in rovina l’edificio di cui fa parte. Aggiunga l’ossessione del criminale e dell’epilettico (specialmente in Uber die letzten Dinge), il culto della formula geniale e della scomunica arbitraria, l’assimilazione della donna al Nulla e persino a qualcosa di meno. La mia adesione a quell’affermazione fu subito totale. L’oggetto della mia lettera è di farle conoscere la circostanza che mi spinse ad abbracciare quelle tesi estreme sul detto Nulla. Una circostanza quanto mai banale. Eppure dettò il mio comportamento per molti anni. Ero ancora liceale, innamorato pazzo della filosofia e di una… liceale anche lei. Particolare importante: non la conoscevo personalmente, benché appartenesse al mio stesso ambiente (la borghesia di Sibiu, in Transilvania). Come capita spesso negli adolescenti, ero insolente e insieme timido, ma la timidezza aveva la meglio sull’insolenza. Più di un anno durò quel supplizio che sarebbe culminato un giorno in cui, appoggiato a un albero, stavo leggendo non so più che libro nel grande parco della città. Improvvisamente sentii delle risate. Voltandomi vidi – chi? Lei, con un mio compagno di classe che tutti disprezzavamo e chiamavamo il pidocchio. Dopo più di cinquant’anni ricordo perfettamente cosa provai allora. Rinuncio alle precisazioni. Rimane il fatto che giurai all’istante di farla finita con i “sentimenti”. E così divenni un frequentatore di bordelli. Un anno dopo quella delusione radicale e comune, scopersi Weininger. Mi trovavo nella situazione ideale per capirlo. Le sue superbe enormità sulle donne mi inebriavano. Come ho potuto infatuarmi di un sub-essere? mi ripetevo continuamente. Perché quel tormento, quel calvario a causa di una finzione, di uno zero incarnato? Finalmente un predestinato era venuto a liberarmi. Ma quella liberazione doveva gettarmi in una superstizione che egli riprovava, giacché deviai verso quella “Romantik der Prostitution”, incomprensibile agli spiriti seri, che è una particolarità dell’Est e del Sud-Est dell’Europa. In ogni modo la mia vita da studente è trascorsa sotto il fascino della Puttana, all’ombra della sua degradazione protettrice e calorosa, persino materna. Fornendomi le motivazioni filosofiche per esecrare la donna “onesta”, Weininger mi guarì dall’“amore” nel periodo più orgoglioso e frenetico che io abbia conosciuto. A quell’epoca non prevedevo che un giorno le sue requisitorie e i suoi verdetti avrebbero contato ai miei occhi solo nella misura in cui mi avrebbero fatto rimpiangere talvolta il folle che ero stato».

Qualora ve ne fosse bisogno, a conferma di ciò un’intervista concessa a Leonhard Reinisch nel 1974 Cioran dice:

«Quando ero giovane, in tutta onestà, adoravo le prostitute. Nei Balcani il bordello era un sostituto al salotto. A Sibiu andavo al bordello due o tre volte a settimana. In quel luogo mi sentivo accolto. La vita sessuale aveva per me un solo significato: andare a letto con le prostitute.

Lei considerava quindi le donne come prostitute?

Sì. Per me la donna era la prostituta. Una donna che non era una prostituta non mi interessava affatto».

Come non ricordare poi l’incipit della sua prima opera, il suo capolavoro letterario e filosofico: Al culmine della disperazione.

«Ho scritto questo libro nel 1933, all’età di ventidue anni, in una città che amavo, Sibiu, in Transilvania. Avevo finito gli studi, e per ingannare i miei genitori, ma anche per ingannare me stesso, feci finta di lavorare a una tesi. Devo confessare che il gergo filosofico lusingava la mia vanità, e mi rendeva sprezzante verso chiunque usasse un linguaggio normale. A tutto questo pose termine uno sconvolgimento interiore che finì col rovinare tutti i miei progetti. Il fenomeno capitale, il disastro per eccellenza è la veglia ininterrotta, questo nulla senza tregua. Per ore e ore passeggiavo di notte nelle strade deserte, o talvolta in quelle dove bazzicavano prostitute solitarie, compagne ideali nei momenti di supremo smarrimento. L’insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il paradiso stesso in luogo di tortura. Qualsiasi cosa è preferibile a quest’allerta permanente, a questa criminale assenza di oblio. È durante quelle notti infernali che ho capito la futilità della filosofia. Le ore di veglia sono, in sostanza, un’interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima. Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l’insolubile fino alla vertigine. Ecco in quale condizione di spirito ho concepito questo libro, che è stato per me una specie di liberazione. Se non lo avessi scritto, certamente avrei messo fine alle mie notti».

Ferito/trafitto nell’anima (deluso dall’amore), Cioran si abbandona ai piaceri del corpo. Il sentimento erotico represso (gli “abbracci spezzati”, parafrasando Pedro Almodovar) trova sfogo nell’edonismo sfrenato. Non abbiamo (sfogliando le opere di Cioran o le biografie scritte su di lui) altri nomi di donne nella vita di Cioran, prima del suo incontro a Parigi con Simone Boué.

Leggiamo cosa scrive ancora Cioran alla fine di Al culmine della disperazione:

«Solo il primo amore conta. Chi l’ha vissuto sino in fondo, in tutti i suoi aspetti e le sue seduzioni, può affermare di non essere in conflitto con l’eros. Ma se per esitazione e insicurezza interiore, se per mancanza di coraggio e di slancio durante la prima giovinezza non hai manifestato il tuo amore, ma hai represso in te ogni espansione erotica rifiutando di abbandonarti completamente, che cosa puoi ancora sperare dall’amore? Guai a coloro che non hanno scambiato nemmeno una parola con il loro primo amore!».

Cioran sia in giovane età, che in tarda età, riconosce che l’amore è una potenza che non va repressa, è un demone a cui dobbiamo dare voce e a cui dobbiamo prestare voce, soprattutto se si tratta del primo amore.

L’importanza del primo amore ci viene ricordata anche dalla poetessa polacca Wisława Szymborska:

«Dicono / che il primo amore è il più importante. / Ciò è molto romantico / ma non fa al mio caso. // Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato, / accadde e si è perduto. // Non mi tremano le mani / quando mi imbatto in piccoli ricordi, / in un rotolo di lettere legate con lo spago / – fosse almeno un nastrino. // Il nostro unico incontro dopo anni: / la conversazione di due sedie / accanto a un freddo tavolino. // Altri amori / ancora respirano profondi dentro me. / A questo manca il fiato anche per sospirare. // Eppure proprio così com’è, / è capace di fare ciò di cui quelli ancora non sono capaci: / non ricordato, / neppure sognato, / mi familiarizza con la morte».

Ecco allora e concludo, è possibile ipotizzare che il pensiero di Cioran sia il prodotto di un “effetto farfalla”, che un impercettibile fiocco di neve abbia prodotto una gigantesca valanga, che un insignificante battito d’ali abbia provocato un imponente tsunami emotivo. Cioran parla del dolore, ma se guardiamo attentamente, in trasparenza, al fondo del fondo, nel profondo rinveniamo una richiesta d’amore latente, un bisogno d’amore insoddisfatto.

È quella che lo psicanalista svizzero Peter Schellenbaum definisce “La ferita dei non amati”. In Cioran, questa ferita mai cicatrizzata si tramuta, nel corso degli anni e al costo di una vita intera, nella scrittura dolorosa delle lacrime.

Il desiderio assoluto dell’amore si converte in Cioran in preghiera, una preghiera insolente che accusa Dio, il funesto demiurgo, dell’inconveniente di essere nati, di aver vissuto una vita senza amore, inchiodata alla croce di una solitudine estrema.

È lo stesso grido lanciato da Ungaretti ne La pietà: «Non ne posso più di stare murato / Nel desiderio senza amore. […] Sono stanco di urlare senza voce».

Questo grido strozzato, di immensa e ineffabile solitudine, assumerà in Cioran la forma di «Incessante poesia senza parole». Cioran plasmerà questa lancinante ferita d’amore, questo lacerante squarcio della solitudine con il pharmakon della scrittura.

Sarà un palliativo per restare ancora in vita e resistere ad una morte struggente, vissuta quotidianamente, nel cuore della propria anima.

Ma la domanda resta pressante: «Senza amore, tutto è niente. Ma dov’è l’amore in grado di guarirci per sempre da noi stessi?».

Antonio Di Gennaro

Bibliografia essenziale:

  • Emil Cioran, Al culmine della disperazione, tr. it. di F. Del Fabbro e C. Fantechi, Milano, Adelphi, 1998.
  • Emil Cioran, Lacrime e santi, a cura di S. Stolojan, Milano, Adelphi, 1990.
  • Emil Cioran, Sillogismi dell’amarezza, tr. it. di C. Rognoni, Milano, Adelphi, 1993.
  • Emil Cioran, L’intellettuale senza patria (Intervista con Jason Weiss), a cura di A. Di Gennaro, Mimesis, Milano-Udine, 2014.
  • Emil Cioran, I miei paradossi (Intervista con Leonhard Reinisch), a cura di A. Di Gennaro, La Scuola di Pitagora, Napoli, 2017.
  • A. Di Gennaro, Metafisica dell’addio. Studi su Emil Cioran, Aracne, Roma, 2011.
  • A. Di Gennaro, Emil Cioran: coscienza, scissione, amore, in AA.VV., Cioran in Italia (a cura di A. Di Gennaro e G. Molcsan), Edizioni Aracne, Roma, 2012.
  • A. Di Gennaro, In conflitto con l’eros: amore e disperazione in Emil Cioran (Postfazione), in E. Cioran, Lettere al culmine della disperazione, tr. it. di M. Salzillo, Mimesis, Milano-Udine, 2013, pp. 87-92.
  • G. Liiceanu, Emil Cioran. Itinerari di una vita, a cura di A. Di Gennaro, Mimesis, Milano-Udine, 2018.

Antonio Di Gennaro si è laureato in Filosofia all’Università di Napoli Federico II. Tra le sue pubblicazioni: Metafisica dell’addio. Studi su Emil Cioran (2011) e Cioran in Italia (2012). Da anni svolge un’intensa attività di ricerca sui testi inediti del pensatore romeno, con particolare attenzione a interviste e carteggi. In tal senso ha curato i volumi: L’intellettuale senza patria (2014), Vivere contro l’evidenza (2014), Al di là della filosofia (2014), Tradire la propria lingua (2015), La speranza è più della vita (2015), Un’altra verità (2016), I miei paradossi (2017), Tra inquietudine e fede (2017), Emil Cioran. Itinerari di una vita (2018).

 

 

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