La fede e la necessità di parlarne con qualcuno

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Erano anni che ci passavo davanti a quella chiesa. Mi piaceva osservare il luogo e, ancor di più, le persone che lo frequentavano. Ero attratto dai quei volti, gli atteggiamenti, le mimiche di quella gente. Mi sorprendeva, a volte, quando notavo qualcuno di loro, uno di quei volti, lasciasse trasparire profonda tristezza. Avevo difficoltà, insomma, a comprendere perché, come mai, quella condizione, potesse affliggere anche loro.  Appariva paradossale a me, che al contrario di loro, sentivo non avere nessun probabile eterno futuro e non facessi alcun esercizio spirituale atto a farmi ambire grazia, avvertissi come la sensazione, di essere meno afflitto di quel qualcuno di loro. Insomma, mi era, mi è tutt’ora difficile, comprendere come un vero credente possa provare profonda tristezza. Cosa si può temere, cosa può indurre ad affliggersi, quando una solida convinzione mistica ti assicura, attraverso un corretto esercizio spirituale, la perpetua felicità? La perdita di un caro? Certo cosa gravissima che dovrebbe essere compensata, però, immediatamente, dalla certezza che il caro è fra braccia eternamente benevoli e che gode, adesso, del regno dei cieli. Egli è sereno nell’infinita beatitudine!

Oppure, magari, un grande problema di vita? Ebbene la risposta, pronta, immediata, dovrebbe essere, sia fatta la sua volontà, sono sereno, sicuramente null’altro che una prova di fede! Lui mi proteggerà certamente.

Ancora, sapere della propria morte imminente? Finalmente sarò tra le sue braccia, vivrò le infinite praterie, la pace eterna!

Quanto appena esposto è stato volutamente estremizzato, e nel contempo, evidentemente semplificato.  Farlo, mi è servito spero, semplicemente a meglio far comprendere il mio concetto.

È quindi, come dicevo, qualcosa non mi torna, un’altra ragione certo, mi sfugge. Escludo, devo escludere, in quanto appena sopra espresso, il caso in cui il timore del fedele, un’eventuale sua preoccupazione, dipenda da dubbi relativi ad un non corretto esercizio di fede. È questo un discorso personale, del singolo, estraneo quindi, a questo contesto. Dicevo quindi, passando, mi soffermavo sempre a guardare, a riflettere, su questi miei irrisolti interrogativi. A volte, mi capitava di essere fortemente attratto dai dolci canti corali che ne uscivano, mi avvicinavo, molto, finivo talvolta, con lo spingermi fin sopra il sagrato. Bello! Mi emozionava, tutt’ora mi emoziona. Mi sento coinvolto dal corale concento. Avverto un gran bisogno di infilarmi tra quella gente così teneramente unita nel canto, nella preghiera e nello spirito. Insomma entrare, abbracciarli uno per uno, dire loro vi amo, faccio parte di voi. Non ci riesco, però, non ci sono mai riuscito! Un giorno, in uno dei miei quotidiani andirivieni, come tante altre volte, ci passai. Come al solito mi soffermai a sbirciare dall’uscio, spesso semichiuso e che stranamente, però, quel giorno, era spalancato. Sembrava dirmi, dai entra, oggi è il giorno buono. Oggi puoi farlo. Diversamente dal solito, ancora, notai che il reverendo era solo, all’interno. Appariva come assorto, in un’attenta osservazione dello stato luoghi. Mi sembrava, mentre esaminavo le movenze alternate, ora qui ora li, dei sui sguardi, come se stesse elaborando qualche modifica imminente. Mi piacque immaginare pensasse a come migliorare qualche dettaglio dei luoghi, in modo da poter rendere ancora più attraente, agli assidui fedeli, la loro casa. Approfittai allora! Chiusi, virtualmente e momentaneamente a chiave gli indugi ed entrai.

Buon giorno reverendo. Sono qui da lei, mi perdoni, solo per chiederle due minuti del suo tempo. È tanto che sento il bisogno di parlare con lei. Non mi rispose subito. Scrutava accigliato, intanto, la zona più profonda dei miei occhi e fino a farmi rivivere, per qualche istante, la stessa sensazione percepita qualche giorno prima, durante una tomografia assiale computerizzata, alla quale avevo dovuto sottopormi. Lì mi andò bene, ma qui adesso, cominciava ad assillarmi qualche strano, preoccupante dubbio. Compresi, poco dopo e da una sua impercettibile smorfia, quale fosse l’esito della sua personale t.a.c. portatile. Ero certamente un infedele! Prego si accomodi disse, mentre con la mano indicava il percorso che avrebbe condotto al confessionale. Reverendo, la chiesa è vuota. Non lo dissi, ma lo feci intendere con gli occhi, facendoli prima roteare opportunamente per le mura perimetrali e terminandone la rotazione, poi, quando essi raggiunsero la panca, lì, appena al lato delle nostre gambe. Arguto intuì e con un cenno della mano indicò, con un’occhiata che lasciava intendere una lieve seccatura, la panca da me suggerita. Ci sedemmo. Reverendo, dunque, sono anni che ci penso, vorrei parlarle. Confessarsi vuol dire, affermò di rimando. Non esattamente, reverendo. Sento semplicemente il bisogno di parlare con qualcuno. Con lei in modo particolare. Io la osservo da anni. Lei mi affascina, il suo lavoro mi affascina. Non dissi che in verità lo consideravo, purtroppo per me, benevolmente, alla stregua di un rassicuratore, forse rassicurato. È con lei che voglio parlare. Oltretutto con altri, certo, anche se non sarebbe la stessa cosa, i miei figli, i parenti, i vicini, i conoscenti, è impossibile parlare. Hanno sempre fretta, corrono. Non hanno il tempo di parlare con me, semplice, ormai vecchio pensionato. Guardi reverendo, è importante per me dirle, e prima di tutto, che  io per una vita intera ho fatto l’orologiaio. Se lei mi chiedesse perché glielo dico e subito, le risponderei che lo ritengo importante. Guardi, ho curato migliaia di orologi che non volevano più saperne di misurare il tempo. Capivo i loro difetti poiché, una volta guasti, mi assomigliavano molto. Diciamo entravano in un campo da me ben conosciuto. Io reverendo, sbagliando, ogni volta li ho aggiustati, maledizione! Oh, mi perdoni reverendo! Era il mio lavoro, si rivolgevano a me per questo; dovevo farlo! Avevo come la sensazione, quando ne aggiustavo uno, di aver aggiustato un pezzo di me stesso. Ecco, guardi io, in realtà, amo veramente molto gli orologi.

Voglio precisare, gli analogici, quelli di una volta, quelli del tic tac per comprenderci. Mi piace l’analogia. Le analogie implicano una relazione tra elementi. A me piacciono molto le relazioni tra gli elementi. Con le relazioni, le sinergie, si fanno grandi cose. Dicevo, chiusi la mia attività, reverendo, non appena cominciarono a portarmi in riparazione i digitali. Stupido quarzo piezoelettrico! Li apri e non si muove nulla. Cioè, qualcosa si muove lo stesso, ma non lo vedi. Quindi, non facevano per me. Il digitale mi sembrava rendesse le relazioni invisibili, che in qualche modo le rendesse occulte e quando le cose non le vedi sei portato a temerle, poichè non sai cosa aspettarti. Comunque sia, entrambi, stupide macchine. Gli analogici li conosco nei minimi dettagli, eppure, strano amore il mio, li ho sempre, oggettivamente, tenuti lontano da me, quando non ero al lavoro. Troppo precisi nel dovere, quando lo fanno. In realtà, poi, solo rotelle che si spingono l’un l’altra, per indicarci un senso che non esiste. Un senso che è solo una percezione terrena. Esiste solo se c’è spazio. Poi, per la verità, neanche questo è certo. Sa, noi qui, su questo pianeta, ci sembra averne da vendere di spazio. No? Ecco perché abbiamo bisogno del tempo e degli orologi! Questi ultimi poi, ossessivamente a ricordarci quanto manca a quello che noi pensiamo sia l’inizio, ma soprattutto la fine, di ogni singola cosa. Dicevo reverendo, sono anni che osservo la sua gente, i suoi fedeli. Io, non so bene perché ma vorrei essere uno di loro. Anche a me, perché negarlo e nonostante non ne sia fermamente convinto, potrebbe interessare la possibilità che si conservi, rimanga, qualcosa di me. Spero senza orologi, però, una volta oltre questa vita. Veda reverendo, io vorrei ma non posso! Vorrei esserci tra loro, i suoi fedeli, credere in un’opportunità diversa, ma non prima di aver trovato una logica per farlo. Vorrei poter capire perché attraverso lo svolgimento dei riti, le funzioni, le preghiere, le osservazioni precise delle regole, io dovrei, potrei ambire, diciamo aspirare, a quella che vedo, adesso, non altro che immaginifica: la vita eterna. Reverendo io di tempo me ne intendo, ecco perché ho tenuto e prima di tutto avvertirla circa il mio lavoro. Mi verrebbe di chiederle, adesso, cos’è, per lei, l’eternità. Eppure non lo farò. Reverendo la verità è che ai preti, durante la mia vita, l’ho chiesto cento, mille volte ed ho ricevuto, mi creda, sempre la stessa, medesima risposta. Prima parole, parole, parole e poi alla fine, il dono. Il tanto discusso e ambito dono della fede, che io purtroppo non ho ricevuto. Magari erano finiti, oppure non lo meritavo, non lo so e non voglio saperlo! Le assicuro, mi creda, non averlo, questo dono, è veramente una condanna. È quanto basta a costringerti a scavare tutta la vita, in ogni dove ed in qualsiasi circostanza; praticamente diventi un minatore. Dopo anni, poi, ti rendi conto che la tua vita è solo una gruviera e che non l’hai mai, neanche assaggiata.

Io la mia, la gruviera, per anni, l’ho curata attentamente e comincio a gustarla solo adesso e nonostante sia così piena di fori, da rimanere veramente poco da mangiare. Mi creda reverendo, che comunque, da quel poco che rimane e di cui mi cibo, ricavo che l’eternità è una singolarità, esattamente come l’infinito. Mi spiego meglio. Quando le scienze umane incontrano un elemento, un fattore, un effetto che non comprendono, lo considerano semplicemente definendolo, una singolarità. Questa definizione equivale a dire non so, non comprendo. Io ti ci metto, singolarità, ma non so chi sei e cosa vali. La mia modesta verità, reverendo, è che, eternità ed infinito, non esistono. Piuttosto al massimo siano singolarità. Al massimo sconosciuti, quindi! Forse non altro che semplici, ma necessarie appercezioni a cui ci costringe la realtà ed alle quali siamo costretti, comunque, a dare un nome. Veda reverendo, semmai esistesse un altro mondo, il vostro mondo della beatitudine, in quel mondo il tempo non può esserci! Sarebbe troppo simile al nostro e, quindi, troppo banale, e non solo per me, misero orologiaio. Insomma, l’elaborazione di quell’al di là è troppo piena d’immaginazione umana, è troppo descritta umanamente, per essere credibile.

Pensi reverendo, miliardi di anime a fare cosa? Rivedersi, rivedersi, rivedersi, cioè vedersi sempre, stare insieme sempre, per fare cosa, dire cosa?

È poi l’amore? Che fine farebbe l’amore, quando l’amore è mezzo di conquista fondamentale della vita eterna, e noi, lì, già la si avrebbe. Insomma finirebbero, per forza, l’amore è il sempre! Almeno certo, cambierebbe profondamente il senso che gli diamo noi adesso.

Banale troppo banale. Perché allora, dovrei aspirare a quella che non riesco che a considerare altro che una banalità, così come qualcuno terrenamente la descrive. Va bene mi dirà, lei non mi ha convinto, e comunque questo non è tutto. Mi dirà della preghiera, che la preghiera è importante, che unisce, fa bene allo spirito e che non si sa mai, potrebbe aiutarmi a comprendere, potrebbe illuminarmi, darmi una ragione. Reverendo nella mia vita non ho mai pregato. Ho sempre avuto l’impressione che avrei sottratto tempo al mio impegno civile. Ho aiutato chiunque ho incontrato e che ne avesse bisogno. Ho sottratto a me stesso, a volte l’indispensabile, per donarlo a chi ritenessi averne maggiore necessità. Reverendo non è strano io l’abbia fatto, pur non avendo nessuno da ingraziarmi? Nulla da garantirmi? Io provo ogni giorno ad essere giusto, semplicemente perché ritengo giusto provarci. Amo tutti! Avverso sì, legittimamente, i miei nemici, ma li amo. È difficile descriverlo ma io so che devo amare persino loro. So che debbo, anche a loro in fondo, ciò che sono oggi e di cui vado stupidamente fiero e non tutti i giorni per fortuna. Non sento, per questo, la necessità di alcuna “singolarità” in cambio. Non posso ambire, far parte di un’incredibile, geniale invenzione umana, tesa come una trappola. Fatta dagli uomini, con il solo scopo di tentare di sottrarsi, egoisticamente, alla morte definitiva e che tutto questo possa addirittura, di tanto in tanto, trasformarsi in una falsa, ipocrita etica. Lei a questo punto si chiederà, immagino, cosa ci faccio io da lei. Nulla, qui tutti corrono, sentivo semplicemente, adesso che ci penso meglio, la necessità di parlarne con qualcuno.

Nel frattempo la chiesa, non me ne ero accorto, si era riempita di fedeli. Meglio dileguarsi al più presto, mi dissi e mi avviai. Allontanandomi, pensai che avrei continuato a sbirciare dall’uscio, poiché, stranamente, irrazionalmente direi, l’idea, quei fedeli, continuavano ad affascinarmi.

Giuseppe Milite

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