Un atomo di verità per Aldo Moro

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Ognuno di noi, nel profondo della coscienza, soffre la presenza di un ricordo acuminato, che affiora come uno scoglio. Può essere uno spartiacque sentimentale tra un prima e un dopo, un istante calcificato nel tempo e resistente alle ondate degli avvenimenti successivi, agli strappi, alle rimozioni, oppure una piega invincibile, che ogni tanto si solleva a rammentarci l’accaduto. Quel grumo di memoria è lì, a nostra disposizione, fantasma palpabile eppure sfuggente. Il pensiero sfida l’ombra per cavarne luce. Nella trama dell’esistenza vi sono fatti squisitamente privati, altri invece pubblici, politici, condivisi perché parte della storia di un popolo, di una nazione. In questo caso, la presa soggettiva reclama, a volte, una restituzione, una chiarificazione liberatoria a vantaggio di tutti. Una comunità è forte solo se ciascuno è in grado di prendere posizione e di collocarsi rispetto agli eventi, con responsabilità e consapevolezza.

Marco Damilano, il più qualificato giornalista italiano, oggi direttore de L’Espresso, con Un atomo di verità (Feltrinelli Editore) ripercorre i luoghi di Aldo Moro, a quarant’anni dalla strage di Via Fani e del martirio dello statista di origini salentine per mano delle Brigate Rosse. Luoghi al plurale, poiché la fatica letteraria di Damilano mira a ricostituire un’immagine ricca, complessa, tridimensionale di Aldo Moro, contro la tentazione semplificatrice di racchiudere, o addirittura schiacciare, tutta la sua vicenda umana e politica in quei fatidici 55 giorni, i più lunghi e dolorosi della nostra storia repubblicana. Luogo di nascita, il Sud dei Sud cantato da Vittorio Bodini; luogo di formazione culturale e di esercizio della professione di docente universitario, Bari; luogo di militanza giovanile nella Democrazia Cristiana e poi di dirigenza apicale di quello stesso partito, Roma; luoghi istituzionali, il Parlamento, i Ministeri, quindi Palazzo Chigi; luoghi di prigionia, di esilio e di morte, i covi delle BR. L’autore non ha ancora compiuto dieci anni quel 16 marzo 1978, giorno del rapimento, quando il suo scuolabus, come ogni mattina, passa da Via Fani, pochi minuti prima che i brigatisti aprano il fuoco sulla Fiat 130 blu, guidata da Domenico Ricci, che trasporta il presidente della DC e il caposcorta, maresciallo Oreste Leonardi, e sull’Alfetta con il resto degli uomini deputati alla sua protezione, gli agenti Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Cinque vittime innocenti. La tenuta democratica dell’Italia repubblicana mai compromessa come allora. Una giornata di piombo, una ferita nella carne viva della nazione.

Chi all’epoca andava a scuola quasi certamente ricorda cosa accadde. “Mettere in salvo i piccoli, come si fa durante una calamità, un naufragio. Succede ovunque, ma noi invece siamo lì, a Roma, nella scuola elementare di Monte Mario; non lo sappiamo, ma a poche centinaia di metri da noi c’è la guerra, c’è via Mario Fani. Il telefono di bachelite nera nella segreteria della scuola continua a squillare. Fuori è uscito un bel sole. Si sentono sirene di ambulanze, macchine della polizia, le pale di un elicottero. Sarà la direttrice della scuola e autista dello scuolabus, Tilde, ad accompagnare il piccolo Marco a casa. Il padre, giornalista RAI, è trattenuto in redazione dalla furia del momento. Ecco l’increspatura di cui si diceva, l’istante irripetibile che ciascuno rielabora a modo suo, riconoscendovi un segno del proprio percorso esistenziale, forse l’equivalente contemporaneo di un mito fondativo, a sostegno e a orientamento dello stare al mondo personale e collettivo. Aldo Moro, le stragi di Stato, gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino. Poi, nell’epoca delle interconnessioni istantanee, secondo una profezia kantiana vecchia di due secoli ora ancor più vera, sono le violenze sul corpo sociale e gli squarci nel tessuto comunitario, in qualunque punto del pianeta avvengano, a riguardarci, a sollecitare attenzione e a interrogare il nostro statuto di cittadini globali. Dov’eri il giorno che crollarono le Torri? E la sera del Bataclan? Queste sono le domande che ci trasciniamo dietro, i segnaposti di un’appartenenza storica, i lividi lasciati dall’intollerabile immensità del Male causato dagli uomini.

Tornando a Moro e al ritratto che Damilano ci propone, emerge con nettezza l’inattualità antropologica, prima che politica, dello statista democristiano. “È stato il primo presidente a essere accompagnato in ogni passo dal vento del Sud. Il pessimismo meridionale, il pensiero della morte che, ha scritto Leonardo Sciascia, ‘penetra ogni cosa come lo scirocco’. Nello sguardo di Moro lo scrittore siciliano aveva riconosciuto ‘secoli di scirocco. Ma anche secoli di morte, di amicizia con la morte’. Il docile riconoscimento del tempo, l’indifferenza alle frenesie degli uomini, come lo ha chiamato Adriano Sofri. Anche se Moro, da salentino, sapeva bene che il vortice, lo scarcagnizzu, può arrivare all’improvviso, a sconvolgere ogni certezza”. Oppure, un articolo di Vittorio Gorresio, notista della Stampa, centra una sua dote specifica: Molto più che parlare, Moro ascolta, così che c’è chi immagina che non abbia nulla da dire. Alla fine, però, riesce a concentrare in una specie di sintesi chimica di eccezionale densità i fiumi di parole che sono scorsi dalle fonti alla foce, infilzando le argomentazioni degli altri con l’abilità del collezionista di farfalle”. E ancora, a proposito dell’inimicizia manifestatagli, in più occasioni, da Henri Kissinger, Damilano insiste nel tratteggiare lo stereotipo del sonno e dello sbadiglio, tipicamente agitato per delegittimare un personaggio, insieme al linguaggio astruso, ricorre in quegli anni nella stampa di destra nemica di Moro”.

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Marco Damilano alla libreria Feltrinelli di Bari in occasione della presentazione del libro – 26 marzo 2018

Qui si può già azzardare una valutazione sulle qualità umane e politiche di Moro, affiorante nelle argomentazioni del direttore de L’Espresso: a differenza dei protagonisti dell’arena politica odierna, ripiegati sull’urgenza sbrigativa di una risposta immediata che la pancia del popolo chiede, Moro esercita virtù differenti, antiche e, già in quegli anni, destabilizzanti rispetto al decisionismo del fare. Non è uomo che antepone l’azione al ragionamento, è antifascista nei modi, nei metodi tanto quanto nelle convinzioni ideali e per questo è odiato dalla destra, italiana e internazionale, che non gli perdona l’indulgenza verso il Partito Comunista e, peggio ancora, la successiva apertura governativa, se pur intesa come passaggio. Anche gli intellettuali di sinistra, Leonardo Sciascia in testa, ne stigmatizzano quella che, ai loro occhi. è staticità mortifera, ostilità al progresso, parola paludata. Per Pier Paolo Pasolini è il meno colpevole dei democristiani, eppure è comunque un democristiano, e non uno qualunque, un cardine del sistema che ha imbrigliato l’Italia negli schemi di un conformismo omologante incapace di dare una risposta culturale alla modernità economica e sociale.

Il salentino lento. Il cattolico fervente. Il ragionatore immobile. Il filosofo del diritto, convinto innanzitutto che la comprensione delle ragioni dell’interlocutore sia la precondizione di ogni mossa ulteriore. Un desiderio di mediazione, quindi, che si traduce nella necessità di leggere le richieste della controparte alla luce dell’orizzonte storico, sociale e culturale di riferimento, verificando le possibilità di realizzazione e soppesando i pro, i contro, le contingenze, seguendo, sempre, la stella polare dell’inclusione graduale delle masse nell’agorà politica nazionale, affinché il popolo non sbandi e non prenda direzioni estreme, contrarie al vivere civile e al confronto parlamentare. Non è tatticismo o strategia di piccolo cabotaggio, tantomeno cinismo di marca andreottiana, al contrario, è questa una cifra essenziale dell’essere morotei: restare nel solco degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, aprendosi alle nuove istanze di democrazia e di partecipazione dei giovani, ai bisogni dei ceti sociali emergenti, ai fermenti dei pirotecnici anni Sessanta, il periodo del boom, dell’industrializzazione, delle nuove mode, non dimenticando le necessità materiali degli umili e, come si direbbe oggi, i problemi delle periferie disagiate. Al centro, comunque, vi è sempre la persona, mai riducibile, almeno nelle intenzioni, a pedina di un gioco sporco tra poteri contrapposti.

Con il tema, per eccellenza cristiano, della centralità della persona, irrompe anche la questione della verità. Damilano introduce un livello filosofico caro a Moro, che sovrasta, in senso ontologico, il piano della negoziazione terrena, “perché la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto. Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente. Lo so che le elezioni pesano in relazione alla limpidità ed obiettività dei giudizi che il politico è chiamato a formulare. Ma la verità è la verità”. Sono, quest’ultime, parole dello stesso presidente della DC, scritte dal buio della prigionia. Marco Damilano, contro alcuni esegeti che nelle lettere dal carcere scorgevano manipolazioni o il presagio della devianza mentale, sottolinea la coerenza dell’ultimo, tragico, Moro con il giovane Moro appena entrato in politica. “L’opposizione tra il potere e la verità segna l’esordio di Moro sulla scena pubblica e ne costituirà anche il drammatico congedo… Perché in questa contrapposizione c’è l’unicità di un uomo politico che era arrivato al vertice senza perdere la certezza che la politica era troppo stretta per contenere tutto, che c’era qualcosa che andava ‘al di là della politica’. Per il giovane Moro, e per l’ultimo Moro in coerenza con la vocazione degli inizi, c’è qualcosa che va oltre la politica e lo Stato. Nessun apparato, nessuna istituzione può contenere totalmente la persona e la sua ansia di liberazione, ‘perché senza la politica manca all’uomo l’ambiente nel quale costruire il suo mondo, ma se la politica vuole essere tutta la vita, l’uomo è finito e la vita perde la sua chiarezza e ricchezza… Al di là della politica c’è un residuo immenso che rischiamo ancora di sprecare’. Anche qui, si può notare la distanza tra le figure politiche monocordi, anodine, germogliate nel nostro tempo, nella repubblica dei selfie, per citare un altro testo di Damilano, soggetti oscenamente funzionali alla platea dei social network, e un uomo che, nel celare se stesso, indicava l’esistenza di altre dimensioni dell’essere, un fondo di valori precluso, come un noumeno, al mestiere della politica.

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Aldo Moro e Pier Paolo Pasolini alla Mostra del Cinema di Venezia, 1964

Tra il 1978 e il 1993, sostiene l’autore, l’Italia sperimenta la sua agonia civile. Con la deindustrializzazione viene meno la solidarietà operaia, svanisce la coscienza di classe e si affievolisce il ruolo della Chiesa Cattolica. Si affaccia un popolo di consumatori individualisti e di elettori che fanno valere più l’opinione che l’appartenenza. I partiti si adeguano a fatica. Gli anni Ottanta sono caratterizzati dall’avanzata del “nuovo”, ovvero entità politiche lontane, anche per gusti ed estetica, dai silenzi morotei e dalle austerità berlingueriane. La svolta è incarnata principalmente dal Partito Socialista di Bettino Craxi. La politica entra in crisi con la morte di Moro e si sfalda definitivamente con Tangentopoli. Quando Aldo Moro viene rapito, proprio il giorno del sequestro, alla Camera si sarebbe dovuta votare la fiducia al governo Andreotti, e il Partito Comunista Italiano sarebbe entrato, per la prima volta, in una maggioranza. Con l’azione delle BR, la strada del compromesso storico si tramuta, pressoché all’istante, in un sentiero interrotto. L’intero arco parlamentare, con l’eccezione dei socialisti, si iscrive al fronte del NO alle trattative. Moro sequestrato è già un uomo morto, sacrificato sull’altare della difesa delle istituzioni. I brigatisti cercano una sponda che non troveranno mai. Il PCI isola i terroristi, compagni che sbagliano, spinto dal timore di un’eventuale legittimazione di Mario Moretti, Adriana Faranda e soci, autoproclamatisi voce e tribunale del popolo (un popolo che mai li seguì), un altro modo di essere comunisti, eversivo e rivoluzionario, anziché istituzionale e incardinato nei vincoli costituzionali.

Marco Damilano sottolinea il ruolo di Francesco Cossiga, all’epoca Ministro dell’Interno, esponente di punta della DC e poi, nonostante l’esito disastroso della vicenda, proiettato verso una luminosa carriera, fino a diventare Presidente della Repubblica nel 1985. Cossiga in quei giorni entra subito in sintonia con il segretario del PCI Enrico Berliguer, per alcuni una forma di sinergia ai limiti della sottomissione del primo nei confronti del secondo, o, versione più plausibile, una simbiosi interessata e dettata dai rispettivi bisogni. “Cossiga visse la tragedia di chi da una parte sentiva la funzione fondamentale di mantenere l’equilibrio di Yalta, sapeva che tutto questo passava attraverso il riconoscimento del ruolo essenziale e ineliminabile della Dc con il Pci perché insieme dovevano mantenere l’ordine, dall’altra parte doveva fingere di non sentire, non vedere e non parlare. Cossiga viveva la tragedia perché non poteva rispondere alle lettere di Moro e si dimise, dopo la sua morte”. Ma fu vera fermezza o piuttosto colpevole immobilismo? Lo stesso Moro, nelle sue lettere, indica agli amici della DC, un partito notoriamente spezzettato in correnti conflittuali, quale soluzione per uscire dalla impasse, la strada dell’umanitarismo cristiano e socialista, una sensibilità estranea al rigido moralismo comunista e all’opportunismo doroteo. Invece si apparecchia un finale di sangue, dalle tinte shakespeariane, per un uomo che, nel 1978, è sul punto di traghettare proprio il Partito di Berlinguer nel perimetro dell’azione di governo.

Aldo Moro e Bettino Craxi sono le due polarità di una medesima linea di tensione. Marco Damilano dedica una lunga analisi al rapporto, alle affinità e alle divergenze tra i due leader. Benché, nei confronti del segretario socialista e presidente del Consiglio tra il 1983 e il 1987, il giornalista abbia provato, per sua stessa ammissione, una palese avversione nei suoi anni giovanili, quando il PSI aveva in mano il pallino della politica nazionale, la correttezza dello storico di formazione, quale Damilano è, gli consente di svolgere una disamina oggettiva e affascinante. L’autore va ad Hammamet, dove Craxi visse i suoi ultimi anni di vita e dove è ora sepolto. Da lì, è forse possibile guardare l’Italia secondo una prospettiva diversa, più libera e al contempo più disarmante, un po’ come il Sandro Pertini disegnato da Andrea Pazienza che osservava la nostra Penisola dall’alto di una montagna, l’arco delle Alpi, e diceva a se stesso Mah! Speriamo bene! Il quindicennio di riferimento, tomba della politica nostrana, è quindi identificato da due situazioni, due uomini, due simboli antitetici e complementari, due riformismi vicini e lontani, due protagonisti di un’ennesima, impossibile convergenza parallela. “La morte di Moro e la fine politica di Craxi sono stati il punto di partenza e il punto di arrivo, nel segno di due leader completamente diversi, opposti. Nell’immaginario hanno impersonificato il partito della lentezza e il partito della rapidità… Il partito dei pessimisti e quello degli ottimisti. Il partito dello scirocco che tutto paralizza e quello del vento impetuoso della storia. Moro era il potere fragile, Craxi il potere forte. Moro aveva capito che il potere si stava disgregando: ‘Il potere diventerà sempre più scostante e irritante, e varrà solo un’idea comunicata per un tramite discreto e umanamente rispettoso’, aveva previsto tantissimi anni prima, nel 1969. Sentiva questo dramma e provava a ricostruire le ragioni della convivenza su altre basi. Craxi, invece, pensava che solo il potere valesse, la conquista delle posizioni, lo sfondamento nelle linee avversarie, a qualunque costo, con qualsiasi mezzo”.

Marco Damilano ha scritto un libro rigoroso, dettagliato ed emotivamente coinvolgente. La cura è testimoniata dalla meticolosa selezione delle fonti, frutto di lunghe giornate trascorse dal direttore de L’Espresso al centro di documentazione fondato da Sergio Flamigni (ex senatore PCI), dove sono custodite le carte di Aldo Moro, a Oriolo Romano. L’autore ci racconta anche particolari di vita e di impegno politico all’apparenza meno importanti, se guardati nell’insieme del vasto affresco storico, in realtà fondamentali per comprendere l’uomo, il padre di famiglia, il capo di governo, autentico e vero anche nella gestione delle minuzie. Damilano non nasconde i difetti, le mancanze e le contraddizioni dell’essere-Moro, e riprende, dandone una lettura personale, il nodo ingarbugliato delle falsificazioni di Stato, dei misteri e dei depistaggi di quei 55 giorni che sconvolsero la Repubblica. Un atomo di verità è però, soprattutto, un atto d’amore verso un certo modo di fare politica, ormai perduto, insabbiato, fagocitato da un tempo ipercinetico e ostile alla riflessione critica. Marco Damilano non camuffa le sue convinzioni, le sue filiazioni culturali, l’aria di famiglia che lo ha cresciuto.

Ne risulta un libro situato, partigiano ma non parziale, argomentato punto per punto e corroborato da un desiderio di impegno civile, un lavoro che aggiunge valore al ritratto di Aldo Moro, il politico, sottratto alla staticità da icona pop, ripetitiva e dolente sotto la rossa bandiera rivoluzionaria, e ci restituisce il volto reale davanti a quello metaforico, il corpo vivo e non solo quello crivellato dal piombo degli Anni Settanta. Una stagione che, come i buchi neri, attira nel suo gorgo il presente e tutti i futuri possibili.

Alessandro Vergari

(Marco Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, Feltrinelli 2018)

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