L’annientatore. Una necessità.

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L’empietà è la strada maestra per distaccarsi da Dio.

La superbia è la difesa della propria unicità. La morte infatti ci riconsegna all’Uno, in questo limbo in cui diventiamo spersonalizzati, privi di identità. La vittoria di Dio sull’uomo è dunque nella morte, arma che ci viene puntata contro quando siamo girati di spalle. Dio è dunque creatore di cadaveri, perché ogni essere vivente non può durare in eterno… l’entropia è lento annullamento del Mondo. L’annullamento è l’unica certezza che ci rimane.

Leggo e interpreto così Manlio Sgalambro, poeta del nichilismo, filosofo geniale che non si trastulla con l’accademismo. Ho trovato conforto nelle sue parole, conferme a ciò che sento… il suo non è pessimismo, è prova provata davanti alla quale nessuno può sfuggire. Né buono né cattivo questo Dio che è solo Ente supremo privo di ogni Essere.

Ogni civiltà ha il Dio che si merita. Noi abbiamo scelto secoli fa di affidarci al niente per non lasciarci divorare dall’ignoto.

Se la morte è un tramite per la spersonalizzazione, allora, credere nell’immortalità vuol dire amare il niente. Il Regno di Dio apparirebbe così come il compimento dell’utopia marxista… piatta uguaglianza che sa di nulla.

Amo le contraddizioni, amo la teologia del niente, sono felicemente lontano da ogni speranza di salvezza e di conversione.

Non c’è legame sincero tra Dio e l’uomo. L’uno teme l’altro, l’uno pensa l’altro, l’uno crede all’altro ma non nell’altro. Il peccato non è né buono né cattivo. È solo uno sfregio a Dio, un atto di irriconoscenza verso uno stolto creatore che si bea all’ombra delle disgrazie della Terra.

Dio, il grande annientatore, non ha voglia di salvare l’umanità.

Ogni giorno ha la sua pena, come ogni cadavere ha il suo nome.

La necessità di distruzione è il motore dell’Universo.

Martino Ciano

[In copertina L’angelo di Emilio Vedova, acquaforte, 1986]

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