L’Equatore misterioso di Alfonso Scardicchio e di Giordano Bruno

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Un mio professore di liceo, introducendo la figura di Giordano Bruno, si sentì in dovere di fare una precisazione. “Tanto per capirci, stiamo parlando di un filosofo italiano morto sul rogo nel 1600 e non del giocatore della Lazio”. Eravamo a metà anni Novanta ed il ricordo delle prodezze in maglia biancoceleste, e poi del Napoli, del guizzante attaccante Bruno Giordano era ancora parzialmente vivido. Possibile che i meno accorti tra i miei compagni di classe si confondessero? Comprensibile e scontata, invece, la reazione di Alfonso Scardicchio, detective privato barese trasferitosi da molti anni in Brasile, scampato da una brutta avventura a Recife e ora operante a Belém, di fronte alla proposta dell’amica Flávia, lesbica, obesa, sboccata compagna di colossali bevute e, ogni tanto, più per caso che per intenzione, procacciatrice di clienti. Si profila un’indagine sul nipote di Flávia, scomparso dopo aver commissionato una statua di dimensioni reali del grande nolano, il pensatore degli infiniti mondi. Parole plausibili perché Scardicchio, benché uomo volenteroso e professionista capace di fulminanti intuizioni, non è certo un uomo di lettere.

Cosa voleva fare il ragazzo? Tredici al Totocalcio?”… La risposta: “E giustamente una avvocata fallita non doveva trovarsi un detective ignorante come migliore amico?”

Felipe Albuquerque è scomparso. I genitori, al ritorno delle vacanze, trovano nella stanza del figlio la strana statua. C’è di più: le pareti sono ricoperte di misteriosi crittogrammi e simboli alchemici. Un messaggio in codice, all’apparenza indecifrabile, un caso ideale per il detective Scardicchio. La famiglia, benestante, necessita infatti di un segugio che riporti il pargolo a casa e Flávia coglie la palla al balzo. L’ingarbugliata faccenda si presta a diventare un’occasione irripetibile per i due squattrinati e alcolizzati soggetti, un modo semplice per fare soldi da spendere, velocemente, nelle lunghe serate passate insieme, consumando pinte su pinte di birra Cerpa. Una missione dettata dal laido bisogno di reais, per perpetuare bagordi senza senso, e non certo dalla compassione. Flávia presenta il buon Scardicchio al fratello e alla cognata, millantandone inesistenti passioni intellettuali e una conoscenza specifica della filosofia rinascimentale (wikipedia serve a mascherare le lacune più clamorose, si sa). Gli occhi di Scardicchio cadono, manco a dirlo, sulle forme di Pati, la moglie.

Luca Sinesi e João Lobato, dopo Vício Louco, pubblicato un anno fa (https://zonadidisagio.wordpress.com/2017/05/26/i-pazzi-vizi-di-recife/), sono tornati con Equatore. Un’avventura amazzonica del detective Scardicchio, secondo capitolo di una saga che promette di non finire qui. Gli autori si ispirano ad un fatto di cronaca, la sparizione nel marzo del 2017 di Bruno Borges, venticinque anni, studente di psicologia di Rio Branco, ossessionato dagli alieni e dalle teorie rivoluzionarie di Giordano Bruno, al quale il giovane Bruno Borges assomiglia incredibilmente. Nella sua stanza, oltre alla statua e agli strani segni sui muri, venne ritrovato un quadro raffigurante lo studente con addosso la celebre tonaca del filosofo ed un extraterrestre vestito allo stesso modo. Qualche mese dopo Borges sarebbe riaffiorato dalle profondità della foresta amazzonica, dichiarando di essere reduce da un viaggio mistico. Sinesi e Lobato hanno lavorato di immaginazione e infine hanno partorito una storia che si sviluppa su due piani narrativi destinati a incrociarsi: il primo contempla vicende vere, verosimili e impossibili, avvenute nel 1592 a Venezia, l’arresto del filosofo eretico da parte dell’Inquisizione, preceduto dalla consegna di un manufatto di origine sconosciuta al fido Girolamo Besler, perché lo porti in Brasile; il secondo racconta le fatiche investigative di Scardicchio, costretto a seguire le tracce di Felipe lungo itinerari pericolosi, selvaggi, inesplorati, tra garimpeiros (cercatori d’oro illegali) dal grilletto facile e vendicativi indigeni Amanayé.

Girolamo Besler, mago, alchimista, custode delle carte del Maestro, si imbarca su una nave commerciale, una possente caracca, per fuggire da una Venezia infestata da spie vaticane e doppiogiochisti di varia risma. Aiutato dall’ambiguo cuoco Fritz, sbarca a Lisbona e trova un passaggio, stavolta per il Nuovo Mondo, su una piccola imbarcazione che dovrà respingere anche l’assalto dei pirati. Girolamo, camuffato nella ciurma come aiutocuoco e miseramente agghindato per non far trapelare il proprio status di uomo altolocato, porta con sé l’oggetto meraviglioso, che una volta a terra dovrà essere spostato verso nordovest, nel cuore dell’immenso continente americano, e collocato nei pressi dell’Equatore, dove un fiume, secondo la mappa contenuta nel Theatrum Orbis Terrarium di Ortelius del 1570, si biforca ad Y. Sinesi e Lobato disegnano un quadro esotico, violento e sensuale di Olinda, porto di Recife e punto di approdo della nave.

La strada che saliva in collina era contornata da fiori meravigliosi dai colori sgargianti. E poi alberi con dei frutti enormi, palme da cocco, uccelli dalle grandi piume blu e rosse, iguane di un verde brillante. Poi Girolamo vide per la prima volta gli indios. Donne e uomini praticamente nudi, con la pelle temperata dal sole fieri anche quando erano soggetti ai lavori crudeli ai quali i colonizzatori li sottomettevano. L’alchimista non riuscì a togliere gli occhi dal corpo nudo di un indio, dal colore bronzeo, con muscoli fermi ma slanciati…”. Per il giovane europeo la scoperta del Nuovo Mondo corrisponde ad una graduale liberazione da schemi e preconcetti e ad uno svelamento di tendenze e inclinazioni fino ad allora sopite e represse. Brasile, da Pau Brasil, il prezioso legno saccheggiato dai conquistatori. Brasile, vinto con il ferro e con il fuoco. Brasile come luogo vergine, brulicante di vita feroce, terra levatrice di istinti non sanzionati da autorità alcuna. La prima scena che vide quando entrò nel salone fu quella di una giovane india tirata selvaggiamente per i capelli da un portoghese senza camicia, dalle mani enormi e con marche di varicella che gli butteravano la faccia. L’uomo scaraventò la giovane in un angolo del salone e la violentò lì, davanti a tutti. Alcuni scoppiarono a ridere, altri guardavano eccitati e la maggior parte dei presenti semplicemente ignorava quello spettacolo crudele”.

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Presentazione di Equatore presso la libreria Prinz Zaum di Bari il 30 marzo scorso

Tra il maggio e il giugno del 2017 Alfonso Scardicchio, a sua insaputa, è invischiato in una storia che, a secoli di distanza, vede ancora il bizzarro artefatto come protagonista assoluto. Felipe non è il bravo ragazzo che tutti conoscevano. Sarà il lettore a scoprire il perché. Scardicchio ha fiuto, ma, un po’ come l’ispettore Coliandro della fortunata serie TV firmata dai Manetti Bros, ha soprattutto l’istinto che gli deriva da una profonda e sana ignoranza e, in più, coltiva e frequenta svariate pratiche ai confini della legalità e oltre, un vizio di fondo incorreggibile, che lo conduce laddove altri non arriverebbero mai. Quanti sono pratici del jogo do bixo amazonico ed in grado di sfruttarne le regole per risolvere un caso? Quanti avrebbero il coraggio di addentrarsi nelle terre indigene, protette dal Governo Federale, in compagnia di una timida professoressa innamorata di Felipe, vestita come Indiana Jones, e di una guida in bermuda gialli e occhiali a specchio? Quanti sfiderebbero, impavidi, i crudeli riti di tribù tuttora antropofaghe, nonostante i loro membri utilizzino ogni giorno smartphone e wifi? Per non parlare del volo sul Cessna pilotato dallo scombinato Mateus Mateus (“Io mi misi a immaginare dove potevano essersi conosciuti M.M. e Flávia: in un tecnobrega di periferia, assaggiando acidi e potenti anfetamine”) e del rocambolesco arrivo nel garimpo (“Appena le ruote posarono sul terreno, fummo raggiunti da un terremoto di botte e vibrazioni. Ovviamente la pista non era affatto battuta. Pensai che l’aereo si sarebbe disintegrato”). All’altezza del Rio Demini riposa il segreto dei segreti e Scardicchio arriva molto vicino alla risposta delle risposte, quella che riguarda la domanda: siamo soli nell’Universo?

Nel complesso, Equatore, in virtù del tentativo, riuscito, di commistionare stili e canoni letterari differenti, dal romanzo storico alla letteratura di viaggio, dal comico al fantastico, con una resa sempre realistica delle situazioni descritte e dei dettagli, è insieme meno compatto e più trasgressivo rispetto a Vício Louco. La freschezza del personaggio, l’ilarità delle situazioni, la grossolanità surreale delle faccende in cui si caccia il nostro detective sono elementi comunque presenti, e intatti. Equatore non può contare sull’effetto sorpresa del primo Scardicchio, ma si apre ad altre suggestioni. Anche questo libro è frutto della sinergia tra Luca Sinesi e João Lobato, il primo, ricercatore italiano con un passato nelle ONG, esperienza che lo ha portato a contatto con realtà periferiche sperdute, in Amazzonia e nel mitico Sertão, il secondo, giornalista e scrittore brasiliano ora residente a Londra, già autore, nel 2009, di un successo editoriale nella madrepatria, A India que eu vi. Spunti per ulteriori sviluppi della scardicchieide ve ne sono, le peripezie di Girolamo Besler e Tamacavi, ad esempio, si interrompono sul più bello e il lettore si immagina un futuro spin-off su loro due (sulla scia, magari, del bellissimo L’arcano di Juan José Saer), ma soprattutto si vocifera, tra i bene informati un possibile capitolo ambientato a… OMISSIS. Che resti la suspense.

Alessandro Vergari

P.S.

Per assumere Alfonso Scardicchio scrivere a:

Ufficio Unico di Investigazioni Equatoriali

Rua Ó de Almeida, 69, Belém Centro, Parà, Amazzonia

Per avere informazioni sul libro, scrivere a:

Luca Sinesi lucasinesi@gmail.com (italiano, barese e portoghese)

João Lobato conexoesbr@gmail.com (inglese e portoghese)

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