Lo scomodo Tommaso Landolfi

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Parlare di Landolfi parlando di un suo libro specifico può apparire presuntuoso dove non addirittura arbitrario. Eppure proporre la lettura e rilettura di questo Un amore del nostro tempo significa, almeno in parte, tentare di rendere giustizia ad uno scrittore non abbastanza conosciuto e letto e ad un libro da alcuni definito addirittura “opera minore”. Minore rispetto a cosa non è poi così chiaro e, comunque, si tratta di un giudizio che dimostra quanto poco sia stato compreso questo immenso autore. Un amore del nostro tempo è, a mio avviso, un libro paradigmatico, per molti aspetti, della complessa poetica landolfiana, “autentica summa di motivi tipicamente landolfiani” come ben scrive Idolina Landolfi, curatrice delle opere del padre e autrice della postfazione alla bella edizione Adelphi. Un libro la cui importanza va ricercata, anche, in relazione al panorama letterario degli anni della sua uscita. Pubblicato nel 1965 questo Un amore del nostro tempo si staglia per la sua inattualità e, al contempo, per essere così profondamente “figlio del suo tempo”. In anni, quegli anni ’60, in cui altre tensioni, altre tematiche tenevano banco, queste pagine assumono quasi un’aura di trasgressione, tanto più dirompente quanto, presumibilmente, più fraintesa.

La trama non è l’aspetto più importante sebbene, forse proprio quella, disturbò molta della critica di allora che nascose un certo bigotto pudore dietro argomentazioni stilistiche che, davvero, sembrano ancor più (oggi) del tutto fuori luogo se si pensa all’intera opera letteraria di Landolfi. Perché? Perché si parla di incesto? In fondo non era argomento nuovo nella letteratura. Ma qui, a disturbare, a porsi come ostacolo, è qualcosa su cui, se ci si pensa, Landolfi ha sempre concentrato la sua poetica e cioè il linguaggio. Mai stato facile il linguaggio di Landolfi. E qui, forse, lo è meno che in altre pagine. E proprio per questo è ancora più centrale perché, tra queste pagine, proprio come nel teatro classico, la stessa trama è tutta in esso e nei dialoghi.

Una passione colpevole quella di Anna e Sigismondo, sorella e fratello che si ritrovano nella casa avita in occasione della morte del padre. Una passione che è tutta schermaglia linguistica e che acceca con la sua verità: la sessualità non è genitale ma è nella parola. Quindi, difficile trovare un colpevole che non sia tale solo per la sovrastruttura culturale di millenni. Un romanzo che, nel 1965, non poteva avere vita facile, in una società, in un contesto in cui istituzioni politiche e familiari stavano per essere messe in discussione, queste pagine non potevano certo trovare un destino pacificatorio. “No sorellina, ora sì, no non devi: ho già io sofferto e consumato tutto, per te come per me stesso, questa angoscia che non ci viene da noi ma da mille cose e pensieri bugiardi, simili a una rete su noi gettata dal più crudele dei gladiatori nel circo più cruento; questa angoscia che non è noi, seppure ci minacci e talvolta ci soverchi.” Come poteva essere davvero compreso un libro di questa portata. Non a caso questo libro non venne più ristampato fino al 1992 da Rizzoli. Subendo quindi una sorta di dimenticanza, di destino oscuro che lo portò ad essere forse il meno studiato dei libri di Landolfi. E, paradossalmente, il più criticato. Anche da studiosi del calibro di Giuliano Gramigna che, non a caso, lo accusò di dannunzianesimo. Termine spesso usato per “denigrare” genericamente tutto ciò che, in quanto letteratura, è per sua natura politicamente scorretto.

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Nulla fa più paura di ciò che si sottrae al controllo e, in questo libro, vi è una forte eco lacaniana proprio legata all’inconscio e al linguaggio. Come giustamente nota Marta Ferri, nel suo scritto Apocalisse da camera, incentrato su un altro racconto landolfiano La piccola Apocalisse, c’è Lacan in Landolfi: “Stando alla concezione di Lacan, il primo meccanismo della repressione viene esercitato proprio a livello linguistico […] Landolfi è perfettamente cosciente di questa repressione insita nel linguaggio stesso, nella parola, quindi instaura con essa un rapporto conflittuale.” Che qui è evidente, non tanto nella struttura indubbiamente complessa dello stesso ma proprio nella ammissione che lo scrittore fa, in molti punti, della “impossibilità” stessa della parola. “Vaneggio – fa dire a Sigismondo – naturalmente: invero non altro fa chiunque cerchi di darsi spiegazioni e le parole stesse sono vaneggiamento. Tutte le nostre umane ipotesi, quand’anche le parole valessero a rappresentarle e circoscriverle senza tradimento (che sarebbe già un bel concedere), tutte le nostre ipotesi sono inverificabili”. Ecco lo scandalo di questo libro. Non l’incesto, non l’amore tra fratelli ma la parola, il linguaggio come l’inconscio. Con buona pace di chi, come Giacinto Spagnoletti, parlava, per questo libro, di parodia.

Meglio, certo, pensare ad una parodia invece che leggere questo stupendo testo come un gravido insieme di ipotesi, provocazioni, riflessioni che dalla psicoanalisi (o meglio, psicanalisi alla Lacan) tracimano nella filosofia passando dalla critica sociale a quella religiosa con echi dell’evangelico “ma dì soltanto una parola e io sarò salvato” nelle straziate parole di Anna: “Parla, Sigismondo, ti prego; parla se anche le tue parole avranno il sapore acerbo del sofisma o quello dolce ed egualmente vano della poesia.”

Come può essere definita “opera minore” un’opera in cui Landolfi, ancora, riflette sul linguaggio come in molti suoi racconti, come quelli, sempre del ’64, della raccolta Tre racconti e in particolare nel racconto La muta in cui è quasi disperato il tentativo del protagonista (e di Landolfi stesso) di capire come raccontare l’indicibile e, addirittura, di fare silenzio. Tema dunque non nuovo, e nemmeno marginale.

Non dunque l’incesto come tabù in quanto tale ma, semmai, come inciampo della parola e della stessa comunicazione. Il linguaggio non è la comunicazione, non si fa mai centro con le parole però, proprio per questo, si continua ad usarle. E l’indicibile, qui l’amore tra fratelli, partorisce addirittura un figlio. Un’altra parola ancora. E la storia continua. E fa paura.

Geraldine Meyer

(Tommaso Landolfi, Un amore del nostro tempo, Adelphi)

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