Per la comunità e contro l’individualismo, un saggio di Gianfrancesco Caputo

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In un’ideale classifica della tristezza sociale, un centro commerciale affollato la domenica pomeriggio occupa un posto di rilievo. È l’immagine più eclatante della frenesia del consumo elevata a religione. Ogni giorno possiamo trovare, con facilità, comportamenti analoghi: code interminabili per acquistare l’ultimo modello di I-Phone, giovanissimi fans all’assalto di grandi librerie per il “firmacopie” di un rapper, di uno youtuber o di altre figure social create ad hoc per vendere, il fenomeno del Black Friday, che spinge milioni di consumatori a riversare grandi aspettative sulle offerte online di un venerdì di novembre per risparmiare cifre considerevoli nell’acquisto di prodotti tecnologici. Il consumo ha i suoi templi, i suoi riti, i suoi officianti: in pratica, ormai, l’umanità intera. Nulla sfugge alle sue regole omologanti.

L’aspetto più sconvolgente è la portata onnicomprensiva dei processi. Possiamo essere anche contrari, culturalmente, al regime commerciale mondiale, ma sarà impossibile sfuggirvi nelle pratiche quotidiane. Non è solo un discorso di natura storica, legato al fallimento dell’unico modello radicalmente alternativo al capitalismo, il socialismo reale. È una questione che investe, nel profondo, la nostra psicologia, o addirittura la nostra costituzione di esseri umani. Secondo il pensiero unico dominante, la trasformazione del cittadino in consumatore è il punto di non ritorno dell’evoluzione. Gli Stati nazionali si prestano ormai ad essere funzionali ad altri Poteri, digitali e pervasivi, recepiti con semplicità dalle masse atomizzate.

Estremo paradosso: il Sistema ha previsto, al suo interno, la presenza di sacche di resistenza.  Privilegiare altri modelli come, per fare due esempi, la lettura di autori non appartenenti al mainstream, o l’acquisto di prodotti dal commercio equosolidale, può garantirci forse di essere al di fuori del circuito della globalizzazione? Evidentemente no. Certo, abbiamo la confortevole illusione di essere meno ostili al pianeta, o di tenere in piedi la Cultura con la C maiuscola, ma il Potere delle multinazionali e dei colossi dell’informazione non risulta scalfito da scelte difformi dagli standard del consumo, dove i limiti dell’ortodossia sono circoscritti dal gusto delle classi medie, ma i reali confini del Sistema sono labili e ingannevoli come sabbie mobili. L’eccezione rappresentate dalle scelte consapevoli di minoranze illuminate corrisponde a un dato fisiologico, ad uno scarto che viene ricompreso, senza soluzione di continuità, nel contratto tra il singolo e il mondo. Altri ci somiglieranno, e avremo il piacere di condividere con loro gli stessi gusti, non dozzinali. Ed è questa l’insidia più pericolosa: credere che il tessuto comunitario, fagocitato dalla società del consumo, possa rinascere, magari sul tavolo di social network forieri di scambi intellettualmente stimolanti. Il quadro è però costituito da puntini che non diventano una moltitudine integrata. La resistenza individuale è così preda di un rischio, uguale e contrario al processo generale di massificazione: l’habitus del radical-chic, di chi crede di essere diverso per qualità dagli altri, ma, in verità, incarna i fenomeni globali secondo la prospettiva mistificante del privilegio.

Gianfrancesco Caputo, autore di Comunità e società del consumo (L’ArgoLibro Editore), svolge un’indagine filosofica, un controcanto alla modernità in nove capitoli, sul tema della disgregazione delle comunità sociali e politiche. Alcune domande, coraggiose perché inattuali, affiorano nelle argomentazioni. È possibile recedere dal paradigma filosofico e giuridico del contrattualismo? Siamo ancora in tempo per salvare l’ambiente o il capitalismo predatorio si è spinto troppo oltre nel saccheggio delle risorse naturali? Esistono alternative praticabili al cosmopolitismo egualitario? Competere per essere migliori è sempre necessario? La tradizione ha un futuro? Il multiculturalismo è l’unica risposta politicamente valida di fronte alle pressioni migratorie? Come si può intrecciare il bisogno individuale con l’afflato comunitario, senza che uno prevalga a priori sull’altro? L’autore si schiera a favore di un rinnovato comunitarismo di stampo aristotelico e neotomista, corrente rappresentata, in particolare, dal filosofo scozzese Alasdair MacIntyre.

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Paul Strand, Wall Street, 1915

“L’immagine del mondo e la sua realizzazione politica indicano come ultimo tipo ideale di regime legittimo il sistema democratico; ciò è stata la speranza di ogni popolo su questa terra, ma la democrazia è ora una maschera che nasconde una oligarchia tecnocratica retta metodologicamente sullo sfruttamento, nell’interesse del capitale finanziario globale, per l’appagamento dei desideri di una massa priva di coscienza e di qualsivoglia capacità critica. Così l’umanità viene condannata a vivere in una società che esalta l’individualità, atomizza le coscienze e distrugge il senso di solidarietà sociale: il compito di un’avanguardia è quello di affermare culturalmente l’alternativa di una comunità valoriale”. Tra i solchi di questa affermazione, posta in premessa, Caputo identifica nel moloch capitalistico, altresì definito megamacchina mercantile, il Nemico (nell’accezione schmittiana) da analizzare e sconfiggere con le armi dell’elaborazione culturale. Caputo esplicita la propria dissidenza intellettuale rispetto al canone ideologico egemonico, il liberalismo universalistico. L’autore, in antitesi alle deboli narrazioni del postmoderno, aspira alla ricostituzione di un pensiero forte, non prono al dogma liberale e custode di valori non sottoposti a continua, incessante negoziazione.

Oltre a MacIntyre, l’inevitabile nume tutelare di Gianfrancesco Caputo è Pier Paolo Pasolini. A proposito di quel grande movimento di contestazione dell’esistente che fu il Sessantotto, il poeta di Casarsa si esprimeva in profezie di questo tenore: “un buon tecnico deve ignorare il passato; deve amare soltanto il ‘fare’. Distruggendo la propria cultura, la massa informe dei contestatori distrugge la cultura della società borghese: ed è quello che la società borghese oggi vuole” (da Il sogno del centauro). La borghesia aspira ad un eterno presente, ma Pasolini intravede i fantasmi della postumanità: non più classi sociali contrapposte, ma monadi infelici subordinate all’imperativo del consumo. Ed è proprio la cultura, se così si può chiamare, del ‘fare’ a ispirare oggi i comportamenti individuali e, di conseguenza, l’insieme dell’offerta politica (offerta!), nonché gli slogan, i costumi, i pensieri. I millennials affinano le loro abilità di makers, ovvero di innovatori tecnologici rispondenti al principio dell’Utile. I teorici della Silicon Valley, non a caso, insistono molto sul termine disruption, rottura o frattura radicale. Se è possibile, e lo è, ricorrere a forme alternative di mobilità (vedi Uber), ricevere a casa un pasto pronto (vedi JustEat o simili) o acquistare un libro da Amazon a prezzi concorrenziali attraverso una semplice app installata sul telefonino, perché non dovremmo utilizzare uno strumento tanto basilare, che taglia fuori vari livelli di mediazione e stravolge abitudini consolidate con un semplice clic? La società a una dimensione del ‘tutto e subito’ massimizza il nostro essere (diventati) consumatori. Nelle nostre mani, letteralmente, vi è la possibilità di comprare ciò che desideriamo in ogni momento.

La denuncia dell’autore investe il paradigma contrattualistico di matrice anglosassone: nella filosofia hobbesiana si cela il presupposto giuridico-filosofico dell’esautorazione della comunità dalla sua funzione di spina dorsale della società, come custode di saperi trasmissibili. “Il metodo di indagine sociale messo in campo dal sapere matematico-analitico, è un metodo di indagine che procede per isolamento: infatti Hobbes prende in considerazione le singole volontà individuali e arriva alla conclusione che l’unico elemento coesivo sul piano sociale è la volontà di dominio di ogni uomo temperata dal patto di sottomissione ad un’autorità superiore per godere dei vantaggi di una interdipendenza sociale praticamente imposta”. Si profila, così, il regno dei diritti negativi, svuotato di sostanza etica. Al centro, in regime di protezione, stanno corpo, vita e proprietà privata, anzi, il corpo stesso come proprietà privata inalienabile rispetto alla quale nessun Dio, nessuno Stato può imporre regole: è il preludio dello sdoganamento della sessualità da forme di costrizione “arcaiche”. Ancora Pasolini: “Il terrore di essere senza ragazza crea dunque l’obbligo dell’accoppiamento, e quindi la nascita di un numero enorme di coppie artificiali, non unite da altro sentimento che quello conformistico di usare una libertà che tutti usano… una società tollerante e permissiva è quella dove più frequenti sono le nevrosi, perché essa richiede che vengano per forza sfruttate le possibilità che essa permette, richiede cioè sforzi disperati per non essere da meno in una competitività senza limiti” (da Saggi sulla politica e sulla società). Se un tempo erano i suonatori di violino e di tamburello, per esempio nel tarantismo, a convogliare la patologia nevrotica verso una soluzione catartico-terapeutica, all’interno di una complessa ritualità vissuta in seno alla comunità di appartenenza, ora è invece lo psicanalista a confessare il paziente, tra le quattro mura di uno studio, faccia a faccia, per riportarlo all’altezza del suo ruolo.

Il paradosso ideologico del liberalismo, sostiene Caputo, è che non può essere messo in discussione. “Nello Stato liberale ogni serio tentativo di mettere in pratica nel foro pubblico la propria immagine della vita buona è proscritto ed è lecita solo l’espressione di preferenze”. Relativismo ed emotivismo sono, secondo l’autore, i vizi capitali della morale contemporanea. Il sistema liberale tematizza la ragionevolezza, e non la bontà, delle argomentazioni; ipotizza “veli di ignoranza”, cui tutti dovremmo sottostare al fine di non sbilanciare le nostre possibilità di successo nella vita (John Rawls); indebolisce l’educazione umanistica, contrasta il pensiero critico e sposa, viceversa, un determinismo sociale omologante, imposto dalle centrali del potere. Vi è però un problema. Si può immaginare di essere tutti, indistintamente, allineati sugli stessi blocchi di partenza, se la forza del Capitale influenza il percorso esistenziale di ciascuno fin dalla nascita? Falsa libertà, denuncia Caputo, come quella propagandata dagli strateghi delle tecnoscienze, spacciatori di speranze di vita eterna o false promesse di libertà, come l’ostacolo in cui incocciano i migranti dopo le traversate del Mediterraneo. I flussi migratori ricadono sotto la volontà di potenza di Wall Street e delle altre centrali finanziarie. L’uomo è spogliato del suo essere africano, asiatico, europeo, e ridotto a merce, a braccia equiparate ad un salario, a lavoro commutato in denaro. Ciò che gli resta di umano, direbbe Karl Marx, sono i suoi istinti di sopravvivenza animali, mentre le sue prerogative più autentiche si frantumano nel processo dialettico di alienazione.

Così, leggendo il mondo con gli occhiali della critica antimoderna, ci si può spingere a definire l’uomo contemporaneo un banale imprenditore di se stesso. Non ci si meraviglia che possa scambiare sul mercato anche il proprio orientamento sessuale. Essere gay ha un prezzo, e se, in negativo, il termine “prezzo” ha la valenza simbolica e reale di discriminazione, scherno, esilio, in positivo è il successo personale, oggi, non più il peso esercitato da movimenti collettivi, a decretare la redenzione dell’oppresso. La devianza è messa sul piatto, usata, valutata, sfruttata, infine neutralizzata. Sono lontani i tempi del maledettismo alla Jean Genet, dello stigma dell’AIDS, della controcultura geniale di Keith Haring e di Derek Jarman. Anche l’omosessualità si è piegata ad essere moda, anzi, a rivendicare con orgoglio conquiste politiche piccolo-borghesi (il matrimonio tra persone dello stesso sesso). Per uscire dall’isolamento ha imboccato il canale della normalizzazione. L’ideologia liberal è onnivora e onnicomprensiva. Per essa, la liberazione equivale ad assimilazione delle minoranze negli schemi egualitari del consumo e all’accettazione della diversità altrui nelle forme di un’anodina indifferenza reciproca, come aveva capito un anarchico (gay) d’eccezione, Rainer W. Fassbinder, in quello straordinario film-manifesto antiborghese dal titolo La paura mangia l’anima.

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Gianni Berengo Gardin, Porto di Genova, 1988

Virtù, telos, vita buona, eudaimonia, attuazione delle potenzialità naturali e ricerca del bene in una comunità che non sia mera sommatoria di preferenze individuali: queste le coordinate aristoteliche della proposta avanza da Gianfrancesco Caputo nel suo libro. “La filosofia morale ha trascurato il fatto che gli esseri umani siano vulnerabili e dipendano da altri per la propria sopravvivenza, soprattutto nella prima infanzia e in tarda età; così come viene sistematicamente tralasciato il fatto della propria corporeità: si deve, invece, tenere presente questa identità corporea se si vuole passare dalla condizione animale a quella di agenti razionali indipendenti; questo passaggio è opera delle virtù che si acquisisce dalla, e nella, società in cui si vive”.

Setacciando il testo, è necessario richiamare anche il rischio contrario, potenzialmente sotteso ad alcune postulazioni, ovvero che l’ansia di comunità venga mistificata dal Potere e trasformata in base politica di una piattaforma reazionaria, organicista e identitaria. Perché, se è vero che il binomio costituito da esportazione universale dei diritti umani e globalizzazione economica ha spinto economia e governi lungo un’unica direzione convergente, soprattutto tra gli anni Novanta e l’inizio del Ventunesimo secolo, è altresì importante tenere a mente le pericolose controtendenze. Stati Uniti, Russia, Turchia, India, Egitto sono grandi nazioni attraversate, quando non controllate, dal sentimento populista o nazionalista. In Europa, Paesi come Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e, recentemente Italia, sono investiti da ondate “sovraniste”. Caputo, a proposito delle possibili estremizzazioni, avverte che “individualità e collettività devono essere viste come i due corni dello stesso problema, la prima mette in dubbio la seconda quando si è cristallizzata in un’unica dimensione, ma la seconda è l’unico spazio ove l’individuo possa agire autonomamente, infatti non c’è autonomia, ossia ‘morale’, senza eteronomia ed etica senza comunità”. Rimettere in circolazione una tensione dialettica tra il frammento e l’insieme, tra il singolo e il Tutto: questa pare la scommessa lanciata dall’autore sul tavolo da gioco della filosofia politica contemporanea.

Per la stessa esigenza di bilanciamento addotta sopra, ai fini di una critica sincera, è opportuno puntualizzare le insidie nascoste nell’istinto corporativo, idealtipo economico-sociale rispolverato dall’autore, quando sostiene che un “un sistema economico che possa vantare un buon esito, non può essere basato su movimenti individualistici e relazioni impersonali così stimate dai libertari e dai fautori dell’individualismo. Sono sempre esistite entità che hanno trovato la giustificazione del loro essere in processi non economici di parentela, religione e varie altre forme di comunità”. Nella disamina di queste entità antagoniste rispetto alla norma liberale e liberista, Caputo inquadra il cooperativismo e il mutualismo, risposte valide all’anomia, anche architettonica, tipica degli ultimi trent’anni. Eppure, nelle maglie di alleanze di ceti o gruppi specifici, può incistarsi un habitus, purtroppo negativo, del nostro Paese e del Sud in particolare. Il corretto auspicio di una nuova stagione caratterizzata dalla fioritura di corpi intermedi (si spera differenti dagli attuali sindacati, partiti e associazioni di categoria), dovrebbe essere sempre accompagnato, nella prassi, dal rifiuto categorico di deviazioni in senso clientelare. È possibile, in taluni casi, cooptare il meglio? Probabilmente sì, a condizione, verrebbe da dire, di un rinnovo totale della mentalità comune e del modo di fare politica, conditio sine qua non attualmente poco realistica.

Comunità e società del consumo ispira una serie di riflessioni su tematiche e capitoli di ricerca affini, dalle tesi anti-Silicon Valley sviluppate dal sociologo Eugeny Morozov in nome del comunismo digitale, all’analisi del declino della lingua nella grammatica anglofona delle classi dirigenti planetarie (si prenda il recente Governance di Alain Denault, pubblicato da Neri Pozza), fino alle filosofie dell’interculturalità, terza via tra multiculturalismo anglosassone e assimilazionismo francese. Nell’inverno del nostro scontento c’è ancora uno spazio di lotta per riportare tra gli uomini luce e calore.

Alessandro Vergari

(Gianfrancesco Caputo, Comunità e società del consumo, L’ArgoLibro Editore, 2017)

 

 

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