L’insostenibile leggerezza del disagio

cop fatica

L’amico. Il filosofo. Il convito. Ovvero le tre fasi esistenziali di Andrea Ceriani, rampollo della borghesia rampante della Milano da bere armato di insostenibile leggerezza e affetto da un male incurabile: la fatica di vivere. Che tra l’altro è pure un mestiere e tra i più difficili, come aveva già sperimentato Cesare Pavese nel suo zibaldone di aforismi e annotazioni inquiete.

Dei segreti più introversi di questo personaggio amabilmente furbacchione e un po’ fuori moda non è lecito sapere. Può darsi che per sopravvivere al suo copione di dandy decadente e refrattario al grigiore della normalità piccolo borghese del suo ambiente sociale abbia ripercorso le pagine di Milan Kundera o si sia affidato alle parole mai scritte da Socrate (effettivamente per lunghi tratti del romanzo lo si potrebbe paragonare a un adepto della filosofia maieutica), chissà.

Ma certo è che per conoscere davvero Andrea Ceriani e il suo tempo – l’ultimo quarto di un Novecento milanese gaudente e lontanissimo – bisogna prima riavvolgere la pellicola del suo vissuto strizzando di tanto in tanto l’occhio all’autore e all’io narrante – alias il miglior amico di Andrea – che poi sono la stessa persona. Perché La Fatica di vivere dello scrittore milanese Massi Dicle – edito da Streetlib – è un dialogo tra personaggi illusoriamente antitetici condannati a un piacevole matrimonio letterario di convenienza. La ritrosia dell’io narrante, che costeggia l’umore dell’autore, si sposa infatti alla perfezione con l’esuberanza del protagonista, la cui «virtù italica della faccia tosta raggiungeva il sommo grado dell’arte», attraverso infinite peregrinazioni metropolitane alla ricerca di una platea di spettatori da stupire nei mille salotti al neon di una città simile a una seducente prigione dorata.

La trama del romanzo tutto sommato è assai semplice, ma poco male: qui ciò che conta davvero è il metro artigianale di una scrittura lavorata col cesello che non perde mai colpi.

Per farla breve, i due si ritrovano durante il funerale del padre di Andrea, reso faceto dal tono garbatamente ironico della narrazione. Ed è in quel momento che l’io narrante/autore ripercorre l’intera vicenda, suddivisa in tre filoni che affettano l’esistenza del protagonista in parti uguali ma mai ripetitive. La prima – intitolata l’amico – racconta gli anni universitari della Milano dai soldi facili e delle stanze psichedeliche ricolme di ghirigori architettonici (allora) avveniristici: è lì che Andrea dà il meglio di sé sfoderando le sue arti di seduttore – scroccone per costrizione ma amabile per vocazione – e trascinando con sé il suo malcapitato compagno di avventure. Troppo forte per Andrea il disagio di vivere assieme al fardello insopportabile delle responsabilità dell’uomo comune. L’unico rimedio per uscirne è affidarsi agli espedienti più raffinati, elemosinando doni e favori ma offrendo in cambio porzioni insperate di cabarettistica allegria, così da apparire agli occhi degli altri non un parassita ma un raffinato adulatore.

La giostra dura fino alla morte dei genitori di Andrea: «quando poi divenne orfano e pienamente padrone di sé, si trasformò in un vero e proprio filosofo itinerante, alla maniera dei sofisti, economicamente mantenuto dalla propria inventiva nel trovarsi discepoli e metafisicamente impegnato a costruire e difendere il proprio sistema dinanzi al mondo e, alla maniera dei cinici, a incarnarlo nella sua persona». Insomma non tutto è perduto: la vecchiaia è ancora lontana, anche se gli amici di una volta cominciano a volar via.

Ma non passa molto tempo prima che la vita torni ad affacciarsi prepotentemente per esibire il conto fino ad allora pagato da altri. Andrea cerca di stare al gioco, non risparmiandosi di dispensare al suo amico di sempre, ormai avviato alla tranquilla carriera di avvocato e a un’esistenza rassicurante, qualche perla della sua antica dottrina («guarda che l’umanitarismo non è mettersi a migliorare il mondo, piuttosto è astenersi dal fare qualcosa che assecondi la nostra megalomania, la presunzione di beneficiare di un’umanità astratta, che non esiste, molestando per questo gli individui»).

Finché, anche per uno come lui, arriva il momento della resa. Non resta allora che un coup de théâtre per uscire di scena con maestria, alla maniera di Socrate, srotolando un lungo discorso ai vecchi amici in un locale costoso di Milano (è questa la parte finale intitolata Il convito). Il gioco di prestigio, l’ultimo prima dell’uscita di scena, riesce ancora una volta e rimedia applausi di devozione sincera: «Non poteva essere diversamente, visto che ciascuno applaudiva se stesso, o meglio l’immagine trionfante di se stesso dipinta da Andrea».

Giuseppe Di Matteo

 

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