Le tre giornate di un presidente di seggio

 

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Questo articolo è basato su alcuni appunti, forse un improvvisato diario, ritrovati per caso il giorno successivo le elezioni politiche del 4 marzo 2018. Appartengono a un presidente di seggio. Rileggendoli, mi accorgo che contengono molte verità. Nel corso degli anni sono stato ripetutamente chiamato a svolgere tale incarico. Ho sperimentato un vasto spettro di modalità di voto e di leggi elettorali: proporzionale e maggioritario, con e senza le preferenze, turni unici e ballottaggi. La politica italiana sottopone gli elettori ad esercizi di flessibilità continui. Ad ogni modo, il presidente è, con tutto il rispetto per gli altri componenti, scrutatori e segretario, la figura apicale del seggio. Ha maggiori responsabilità e, in proporzione, le peggiori rogne. Da lui (o lei) dipende l’andamento sano delle operazioni di voto, ed è sempre lui (lei) a prendere le decisioni, in primis quelle difficili. Al presidente spetta l’ultima parola. In un’elezione amministrativa è delicato convalidare o annullare anche una semplice preferenza. Alcuni ballottaggi, poi, si risolvono sul filo di lana. Ci sono le contestazioni, i casi ambigui, i voti incrociati, disgiunti, folli, impazziti, le schede bianche, gli scarabocchi. E poi c’è l’elettore che entra in cabina e non esce più, quello che sviene, quello che ruba la matita copiativa o che la spezza. O la ficca nell’urna al posto della scheda. Quello che accompagna il parente cieco per accaparrarsi un voto.

Le tre giornate del nostro presidente cominciano il sabato prima delle elezioni. Il fortunato, nominato dalla Corte d’Appello, ha avuto circa un mese per decidere se declinare o meno la convocazione. I fattori che portano a una rinuncia possono essere molti. Stanchezza, noia, voglia di evadere, desiderio di andare al mare o in deltaplano. Prosaicamente, il rifiuto può essere dovuto alla scarsa remunerazione percepita a fronte delle ore di lavoro. Il nostro presidente, invece, accetta. Nel primo pomeriggio si reca al seggio. E in Italia, salvo poche eccezioni, seggio significa scuola.

Prima giornata, sabato.

Arrivo alla scuola elementare, diventata seggio. Saluto i vigili e i poliziotti che presidiano la struttura, quasi sempre gli stessi. Ad ogni elezione, si rinnovano relazioni effimere: il caffè bevuto insieme, le quattro chiacchiere sulle condizioni atmosferiche, la richiesta di telefonare all’ufficio elettorale del Comune in caso di difficoltà. Finalmente, alla spicciolata, arrivano i quattro scrutatori e il segretario. Ora possiamo entrare nell’aula, spoglia. Tutte le aule si somigliano. Un armadio, una lavagna, gessetti, alcuni disegni appesi con le puntine alle pareti, sedie e qualche banco per noi. Le tre cabine correttamente allestite. Dietro la cattedra il presidente sostituisce il maestro.

Le elezioni odorano di carta. Buste di varie dimensioni, verbali in doppia copia, inchiostro, timbri, dati numerici riportati con la matita blu o con la matita rossa, cancellature, conteggi e controlli. Mani e unghie annerite.

Ma il primo giorno, per me, presidente di seggio, è ancora il momento della scoperta. Chi sono i miei compagni di viaggio? La casistica, per esperienza, è ampia. C’è lo scrutatore novello che va nel panico, oppure il finto sicuro. C’è lo scrutatore che non sa di essere un pubblico ufficiale e il giorno dopo non si presenta. A volte, lo scrutatore è politicizzato. La sua nomina è decisa dal consiglio comunale ed è spesso frutto di lottizzazioni. Lo scrutatore, o la scrutatrice, potrebbe essere parente di qualcuno. Perfino di un candidato. Occhi aperti! Tutto deve filare liscio. Mi metto al lavoro. Dirigo le operazioni. Ci sono mille, duemila schede da timbrare e firmare. Elenchi di elettori ed elettrici da appendere, manifesti con le liste e i candidati da affiggere ai muri, avvisi da mettere in evidenza. Sono veloci, i miei scrutatori? Sono affiatati? Hanno conteggiato le schede non vidimate? Accidenti. Sul più bello, quando tutto fila liscio, arriva un rappresentante di lista. Non mi sbaglio, è proprio lui. Quante volte ci ho litigato? Non ho vie di scampo. Non posso mandarlo via, è autorizzato a restare. Fortunatamente, gli altri rappresentanti sembrano più mansueti. Ma lui, quell’avanzo di segreteria, con la faccia da cane bastonato e l’odore di scantinato attaccato ai vestiti… non ci voleva. Il lavoro per oggi è finito. Scatole chiuse, le schede sono dentro. Si sigillano le finestre, si serrano le porte. Si firma sul nastro adesivo e ci si saluta. A domani mattina, presto. “Siate puntuali”.

Seconda giornata, domenica.

Sono già le undici del mattino e non ci sono stati intoppi. Il primo votante è arrivato alle sette e tre minuti. Mattiniero, troppo. Un anziano malato d’insonnia. Ho due scrutatrici donne, entrambe studentesse, giovani. Lo fanno per guadagnarsi qualcosa, le capisco. Nei tempi morti il poliziotto belloccio attacca discorso, prima con una e poi con l’altra. Lo scrutatore quarantenne è di poche parole e un po’ scorbutico. Abita all’ultimo piano del mio palazzo. So che è schierato con un partito. Lo si può capire osservando chi saluta e chi non saluta dentro al seggio. Conosco molti elettori, so già come voteranno o quantomeno lo suppongo. E’ tutto così volatile e incerto che niente mi meraviglia. Il quarto scrutatore è un insegnante, ironico, non si prende sul serio. Non prende sul serio niente di quanto accade qua attorno. Sembra un reduce, da qualcosa, da qualcuno. Forse ne ha viste troppe per crederci ancora. Credere a cosa, ormai?

Il segretario l’ho scelto io. Un collega, un uomo di fiducia. Il segretario compie un lavoro pesante e ingrato. Redige tutti i verbali e scrive come un forsennato.

I cambi di residenza, un classico. Persone che votano qui per la prima volta. Ho chiamato il Comune per risolvere un paio di casi. L’affluenza è come un’onda. Dopo la messa, si gonfia. In genere è una corrente piatta. Entrano coppie di mezza età. Consultano i cartelloni appesi alle pareti. Si parlano per qualche secondo. Lui spiega a lei come e cosa votare. Lei non sembra convinta. Prende il documento d’identità dalla borsa. Continua a guardare i cartelloni. Riflette, si convince. Lui l’aspetta sulla soglia del seggio, un uomo distinto. Cerco di indovinare la sua professione. Medico? No, avvocato. Entrano e salutano. Operazioni di rito: riconoscimento, consegna della scheda, timbro della tessera. Lui nella cabina numero uno, lei nella terza, in fondo. Faccio così, quando entra una coppia. Distanti, perché il voto è un rito che si consuma in solitudine.

Il rappresentante di lista si è palesato come un avvoltoio. La giornata è lunga, il suo è un avvertimento per le ore a venire.

Alle tre del pomeriggio un’elettrice, né giovane né anziana, dice di “avere sbagliato a mettere la croce”. Che fare? Sostituzione di scheda. Ne convalidiamo una vergine. Niente è sfuggente come le intenzioni umane. Forse l’elettrice ha solo cambiato idea dopo aver vergato un simbolo. Una redenzione improvvisa. Faccio il mio dovere, meccanicamente. Non manco di sottolineare il fatto che “bisognerebbe arrivare preparati al seggio”, e che sbagliare in maniera così grossolana è bizzarro. Si, dico proprio così: “bizzarro”. Mi faccio consegnare la scheda infetta. La manipoliamo con i guanti e la mettiamo da parte. Quella sana finisce nell’urna.

Sono le otto di sera e la stanchezza affiora, in tutti. Tre sezioni elettorali sullo stesso corridoio, tre presidenti di seggio, altre quindici persone tra scrutatori e segretari. Ci incrociamo come anime del purgatorio, in attesa di risalire la china dello spoglio. Se abbiamo dei dubbi, ci consultiamo a vicenda. In altre nazioni, più civili, le urne sarebbero già chiuse. Noi ritagliamo la prassi del voto attorno alle usanze e ai ritmi dell’italiano medio, sperando di prendere più pesci allargando le reti. Nonostante questo, l’affluenza è bassa. Consulto l’elenco dei votanti. Conoscenti, un tempo accaniti officianti del rito elettorale, non si sono ancora visti.

I vecchi sovrastano i giovani. Mi ha fatto tenerezza, e rabbia, stamattina, una signora di quasi cento anni. “Ho votato sempre”, ha detto. E si è diretta a piccoli passi verso la cabina, trascinando i piedi. In un impeto non di odio, ma di pietà, ho desiderato che non fosse là, davanti a noi con la scheda in mano, ma già in pace, senza illusioni sul futuro delle nuove generazioni. Molti diciottenni votano solo perché “la prima volta” ha un fascino particolare. Poi, c’è la fascia dei venti/venticinquenni, inghiottiti dall’apatia.

Gli stranieri sembrano i più consapevoli. Il diritto di voto non si è ancora consumato tra le loro mani come una rosa appassita. “Solo un fiore che cade è un fiore completo, ha detto un giapponese. Si è tentati di dire lo stesso di una civiltà” (Emil Cioran).

Assistiamo alla liquefazione della democrazia. Dietro le liste c’è il vuoto. Opportunismo, incompetenza, inconsistenza: si fa carriera solo se fedeli servitori. I partiti sono morti, la personalizzazione della politica spinge molti a votare per ragioni di simpatia o per convenienza. L’Italia è una nazione mummificata. Guardo in faccia i vecchi e i nuovi leader, e penso che abbiano raggiunto i vertici del potere i peggiori dei nostri compagni di classe, i più disgustosi dei nostri colleghi. L’orrore non sta nell’eccesso, ma nella mediocrità. Dico questo, e un po’ mi vergogno. Sono il presidente del seggio, custodisco il luogo dove la democrazia si invera, ma vedo il fallimento, la finzione in ogni gesto.

Io, che consideravo la politica un nutrimento, perché sono qui? Per abitudine? Per paura che le cose potrebbero degenerare? Umiliato da un sentimento di nausea, presidio il bastione. Sento che sto cedendo, sento che cedono le torri.

Dieci minuti alla chiusura delle urne. Ecco, ho formulato un pensiero che riassume tutto il mio disincanto: gli italiani dovrebbero chiedere i danni alla classe politica per questa campagna elettorale. Gli italiani sono stati insultati.

L’ultima elettrice è una ragazza appena tornata dalla montagna, ce lo dice lei. Fossimo stati a giugno, sarebbe stata reduce dalla spiaggia.

Terza giornata, la notte tra domenica e lunedì.

Cos’è una “chiara intenzione di voto”? Per capirlo, servirebbe sfogliare un manuale di filosofia del linguaggio… Su alcune schede gli elettori hanno apposto croci equivoche. Si è verbalizzato molto. Sono state riportate le contestazioni, e ciò ha ritardato le operazioni. Mi sono scontrato, come previsto, con il rappresentante di lista. Ad un certo punto, le schede formavano sui tavoli una specie di ziggurat giallo e rosa. Ai margini, le nulle e le bianche. Più numerose del solito e con scritte, al contrario, meno eccentriche delle elezioni precedenti. Un apprezzamento poco signorile a una scrutatrice, un paio di “fate tutti schifo”, un isolato “viva il Duce” (se ne temevano di più), tre o quattro falli mastodontici. Null’altro. Segno che l’italica fantasia si sta esaurendo? Lo spauracchio di ogni seggio sono i numeri. Le schede devono coincidere con i votanti registrati sui verbali. Se non tornano, si procede a oltranza, a contare, a imprecare a bassa voce.

Qui terminano gli appunti. Il resto è congettura, una ricostruzione verosimile.

Al termine dello scrutinio, i sacchi contenenti verbali, schede e cancelleria sembravano grossi baccelli. Il presidente e il segretario li hanno presi e portati in macchina. A tarda notte, sono andati in Comune. Dobbiamo immaginarli in coda, in un girone dantesco di forzati della burocrazia, con decine e decine di altri componenti di seggi sparsi ai quattro angoli della città, lì convenuti, mentre gli impiegati esaminano il loro lavoro come in una catena di montaggio. Intanto, le radio e le televisioni nazionali sparano le prime proiezioni. Il quadro del voto si compone come un castello il cui profilo fatica ancora a farsi strada tra le nebbie. Il nostro presidente cerca di capirci di più, ma la spossatezza lo assale. “Più a lungo egli guardava e meno riusciva a distinguere, e tutto sprofondava nell’oscurità” (Franz Kafka).

Alessandro Vergari

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