Nessun indice per consultare la realtà

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Non poter dare un nome a qualcosa: difficile pensare ad un’esperienza più traumatica. L’atto del nominare è una forma di appropriazione, uno svelamento dell’oggetto, seppur parziale o imperfetto, un avvicinamento all’ente passibile di denominazione, una valvola di sicurezza etica. Ma se tutto-ciò-che-è sfugge alla determinazione, all’approccio terminologico, alla consacrazione nel verbo o nel gesto, allora il vuoto risucchia ogni possibilità di senso e l’angoscia si impadronisce dell’attore in scena: l’uomo. Nessun indice per consultare la realtà, nessuna speranza di condividere una visione.

Roberto Calasso nel suo ultimo saggio L’innominabile attuale sottopone a critica l’età dell’inconsistenza. Un’inconsistenza assassina. Il libro si compone di due parti principali, Turisti e terroristi e La Società Viennese del Gas, più una conclusione di poche pagine, Avvistamento delle Torri. Calasso, con la finezza intellettuale che lo contraddistingue, nelle battute iniziali individua gli anni Trenta quale decennio di svolta. L’avvento del Nazismo è l’evento storico dirimente, il momento in cui le forze culturali fino ad allora latenti, o non pienamente dispiegate, si sono sostanziate in una volontà politica protesa verso l’obiettivo di assolutizzare la società, facendone la sfera onnicomprensiva entro cui definire il significato di tutto. Il fondatore di Adelphi, nel primo capitolo, rinuncia ad un andamento lineare e si cimenta con una molteplicità di temi, collegati l’uno all’altro come se fossero stanze intercomunicanti, o, meglio ancora, pagine di un unico ipertesto. Nel secondo, invece, la genesi del male totalitario è sviscerata attraverso un originale e coltissimo esame di specifiche fonti, selezionate con accuratezza e disposte in modo cronologicamente lineare.

Vi è una tesi di fondo. La società, ormai, cerca l’assoluzione in se stessa e, perdendo la presa su appigli ulteriori, si sfalda. I fedeli e gli scettici si affrontano in dispute colleriche e vane. L’assenza di significati apre la strada a nuovi culti e, esito estremo, innesca la pratica del terrore. Adesione e scetticismo non sono abiti contrapposti, opzioni politiche in grado di modificare i destini del mondo, ma epifenomeni della verità digitale, voci destinate a sciogliersi, simultaneamente, nel maelström dell’informazione globale.

La potenza che muove il terrorismo e lo rende assillante non è religiosa, né politica, né economica, né rivendicativa. È il caso. Il terrorismo è ciò che rende visibile il potere ancora inscalfito che regge il funzionamento del tutto e ne svela il fondamento. Al tempo stesso è una modalità eloquente con cui si manifesta nella società l’immensa distesa di ciò che la circonda e l’ignora. Occorreva che la società giungesse a sentirsi autosufficiente e sovrana perché il caso si presentasse come suo principale antagonista e persecutore.”

Lo scrittore denuncia l’avvento dell’homo saecularis, evento preconizzato dai totalitarismi. Finalmente svincolato da punti di riferimento ideali o valoriali esterni, senza un’alterità ideologico-religiosa con cui confrontarsi dopo aver distrutto qualsivoglia elemento sacro, l’uomo si è disfatto di ogni logica di mediazione. L’umanità, idolatra di se stessa, ha disimparato a rappresentare il mondo. Una dimenticanza fatale. Ecco quindi delinearsi il disfacimento estetico ed etico che caratterizza il tempo attuale.

L’homo saecularis ha svuotato di senso il mondo, riducendo a materiale di ricerche o a mero contenuto libresco intere categorie ontologiche e valoriali: animali, dèi, demoni, angeli, santi, anime, spiriti e alla fine anche princìpi e volontà. Libero arbitrio e scienza sono gli assi cartesiani della nuova umanità disancorata dal sacro e dal divino. Tuttavia, “la scienza non dà alcun segno di credere all’esistenza del libero arbitrio. Anzi, sulla base di argomenti ed esperimenti diversi, lo nega. La vita pubblica, al tempo stesso, va avanti come se ciò non fosse. Altrimenti i sistemi giudiziario, amministrativo, politico, economico si bloccherebbero all’istante. Il dilemma è così grave da non essere riconosciuto”. L’homo saecularis, tentando di cancellare dal proprio orizzonte ogni orpello di ritualità, si è ritrovato imprigionato in schemi ancor più vincolanti, e subdoli. “La vita secolare è sempre più punteggiata di situazioni in cui occorre comportarsi in un certo modo, come passando dall’uno all’altro format televisivo.”

La standardizzazione dei comportamenti risalta nel modus vivendi del turista, impegnato a neutralizzare, in via preventiva, l’incontro inatteso, la sorpresa perturbante o qualsiasi sortita nel mistero, ovvero “a premunirsi dagli assalti del luogo estraneo che si trova a visitare”. Da questa regola di condotta contraria all’esperienza dell’alterità, scrive Calasso, nasce “una vasta entità turistica sovranazionale”, segregata in resort e compound. Camminare per strade sconosciute assaporando il gusto dello smarrimento è ormai un’usanza obsoleta. Il cosiddetto turismo consapevole e umanitario è la massima espressione dell’ipocrisia. I progressisti alla Bill Gates vorrebbero farci credere che sfamare ed educare i bambini poveri, formare le nuove generazioni laggiù, in Africa o in Asia, corrisponda al lato buono della medaglia turistica. In realtà, il volunteer travel secolarizza il concetto, di derivazione calvinista, della grazia attraverso le opere. La colpa occidentale del turismo sessuale produce un sentimento di vergogna, cui si risponde facendo del bene, non al primo che capita, bensì a soggetti istituzionalizzati. “Così si eviterà l’imbarazzo dell’elemosina, data a ignoti. Mentre ora la ‘donazione’ è destinata a nativi che si conoscono”. La dinamica si autoalimenta e tende all’autosufficienza: “i bambini nativi a cui viene insegnato qualcosa dai turisti volontari tendono poi – così si assicura – a diventare essi stessi parte dell’organizzazione e a istruire i futuri turisti volontari. Così si chiude il cerchio, senza contatto con il mondo esterno, che rimarrà sempre ignorabile”. Ultima tappa del turismo, già contenuta in nuce nel suo sviluppo, è l’approdo nel virtuale. Ormai, il viaggio fisico è solo una possibilità tra molte e il mondo intero, percorso da torrenti informatici che aumentano la realtà, “è diventato un settore attardato del turismo”. Settore gemello, è quello della pornografia, dove “Tutto obbedisce a sequenze prefissate, dove non si ride. Si esegue”.

Calasso inquadra il penoso equivoco che eccita il credo transumanista e lo porta ad evocare la prossima sconfitta della morte ed il prolungamento della vita in sembianze digitali. La manipolazione dell’invisibile è l’obiettivo dei tecnoesaltati, impazienti, lugubri e festanti. Ma l’invisibile è per definizione sfuggente, incerto e aleatorio. I Dataisti, parodia e ribaltamento mortifero dei Dadaisti, sognano il trionfo della “connessione coatta, che sopprime tutto ciò che le sfugge e dove ogni soggetto diventa un fiero e irrilevante soldatino di silicio in un esercito di cui tutti ignorano dove si trovi – e se vi sia – lo Stato Maggiore”. Il territorio della coscienza è stato invaso dalle truppe dell’informazione “discreta”, imperniata sul sistema binario (0/1). Continuità contro discrezione: un’antica disputa dialettica, ora piegata dai teorici dell’intelligenza artificiale a favore del bit, affinché ogni recesso della mente venga esplorato, risolto ed emulato, nonostante la coscienza, sostiene Calasso, per la sua stessa informità sia disposta dalla parte del continuo. Straordinariamente pericoloso in quanto incurante delle conseguenze, il delirio transumanista è la fase finale, e la banalizzazione, di una tradizione di pensiero emersa nel Settecento con i primi utilitaristi (Bentham, Mill). Il brutale processo di secolarizzazione è coronato. “La società sperimentale si avvicina alla sua forma ultima e perfetta: non sperimentare soltanto su se stessa, in quanto entità onniavvolgente, ma su ciascuna delle sue componenti, per quanto minuscole”.

Nella seconda parte de L’innominabile attuale, Calasso colleziona e mette in fila una serie di lettere, spunti, confessioni, parole appartenenti a esponenti di prima grandezza della cultura europea tra le due guerre. Il periodo selezionato, gennaio 1933-maggio 1945, non è casuale. “Pur non volendolo, hanno tutte un’aria di famiglia. Tutte le immagini di quegli anni, di qualsiasi provenienza, emanano qualcosa di ipnotico”. Nell’aria c’è qualcosa di nuovo, di inusitato, di terribile. L’avvento del nazismo sembra l’effetto e non la causa di un sommovimento ancor più profondo e radicale. L’inquietudine è lo stato d’animo prevalente. Il castello di valori fino ad allora faticosamente costruito viene soffiato via, come una tovaglia sbattuta da cui si vogliono far cadere le briciole. Le arti si allontanano dal realismo e ben presto vengono bollate come “degenerate”. Comunismo e fascismo si contendono il mondo. Un sentimento neopagano e anticristiano aleggia per la Germania.

Pochi studiosi possono vantare l’intuito e la cultura di Calasso. Lungo e ricco l’elenco di scrittori, filosofi, pensatori, protagonisti della sfera artistica chiamati a testimoniare il proprio (nostro) tempo, i dodici anni di tempesta intercorsi tra l’elezione a cancelliere di Adolf Hitler e la fine della seconda guerra mondiale. Benjamin, Scholem, Beckett, Woolf, Jünger, Roth, Schmitt, Frost, Bazlen, Koestler, Pintor, Weil, Malaparte, Grossman, Klaus e Thomas Mann… Sono illuminazioni, squarci nel buio, epifanie che si succedono a epifanie, suggestioni abbozzate, granelli di verità. Il tramortimento del gusto e della morale caratterizza una breve epoca infernale. Nel settembre del 1944 Céline è a Berlino con la moglie e ne rimane impressionato: una città “stregata sino al suicidio”, un “luogo irresistibile”, al cui confronto “qualsiasi cimitero, dopo tutto, è un luogo ameno”. Qualche mese prima, Orwell coglie una sfumatura dell‘innominabilità: “in un certo senso, già ora la storia non esiste più, cioè non esiste una storia del nostro tempo che potrebbe essere universalmente accettata”. Sono i prodromi dei processi di profilazione oggi conosciuti, grazie ai quali ognuno è il sovrano incontrastato della propria bolla, falsamente libero, individuo declassato a monade cieca e afasica.

In un foglietto isolato, non databile, oggi alla Biblioteca Jacques Doucet, Baudelaire ha raccontato il crollo di una immensa torre, che un giorno si sarebbe chiamata grattacielo. Provava un senso di impotenza perché non riusciva a trasmettere la notizia alla ‘gente’, alle ‘nazioni’. Così doveva contentarsi di sussurrarla ai ‘più intelligenti’. Ma anche il sussurro dovette aspettare più di un secolo per essere stampato. E nessuno lo notò. Le nazioni non fecero in tempo ad accorgersi di che cosa le attendeva”. Solo il genio è in grado di prevedere l’imprevedibile. Nel sogno di Baudelaire si nasconde la profezia del crollo di due altissime torri, l’istante, visto in diretta tv, in cui il reale è definitivamente collassato sul virtuale e viceversa. La conclusione è nello schianto. Roberto Calasso ci ha fatto dono di un libro prezioso, ora che la paura assilla l’umanità e le vie di fuga sembrano sbarrate.

Alessandro Vergari

(Roberto Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi 2017)

 

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