Cioran nell’inferno della coscienza

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Scrivere un libro su Emil Cioran è scrivere su “nessun luogo” e niente. Inversamente per l’utopia che, per lo stesso scrittore di aforismi rumeno naturalizzato francese, significava condurre l’uomo da nessuna parte, così Nicola Vacca in questo splendido e misurato libello ci conduce sulle tracce di uno dei più grandi pensatori del novecento.

Se l’utopia era condurre l’uomo all’inferno delle sue illusioni, Cioran ne additava tutti i guasti e le miserabili cadute, il contrario ne è la vertigine ritrovata. Il massimo punto di caduta. Il disinganno. La fine di ogni possibile visione capace di salvare l’uomo da se stesso. L’uomo è nella sua caduta. Oppure, l’uomo è nella sua pochezza, nella sua impertinenza di pidocchio. Tutta l’opera di Cioran sembra, appunto, questa lucida distruzione per una sorta di pienezza pericolosa.

Prendere atto dell’inconvenienza di essere nati è l’infinita partita che si gioca con se stessi e che impegna, in questo caso, autore e critico nello stesso gioco di sopravvivenza. Tra pugnalatore e pugnalato non passa nessuna differenza. L’inesorabilità della coscienza di un destino si agisce per affronto. È il pugnale nella carne. È chi non può separarsi da essa. La coscienza. Ultimo stadio di chi ha conosciuto l’umiliazione. È chi non s’inventa drammi.

È chi non sa separarsi dalla ferita per necessità di chiarezza e dignità. Nessun umanesimo. La verità dell’umanesimo, la fiducia nell’uomo e tutto il resto, ormai non hanno che un vigore di finzioni, una prosperità di ombre. Cioran, ci dice Nicola Vacca, pensa per paradossi e squartamenti.

Pochi scrittori hanno saputo pronunciare verità radicali in maniera altrettanto sferzante, senza mai nascondersi. Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo. Poi, però, è ancora il critico gioiese a dire che Cioran è solo in apparenza, un pessimista irriducibile, ma che a leggerlo ci si accorge che si tratta di espediente, pretesto, stile, per inalare la sua intelligenza critica direttamente nella coscienza del lettore, chiamato in causa in qualità di lingua e voce a esaudire una traiettoria di ribellione, di sfasamento, di resistenza alla tortura infinita della mediocrità e del nulla.

Nessun nichilismo, tuttavia. Soltanto la consapevolezza che la verità è al d là delle parole e dell’esistenza. Ho veramente la sensazione di essere caduto quaggiù, e di non trovarvi nulla da fare. L’inadeguatezza dell’esistere sembra la sola garanzia possibile di aggredire la libertà in tutta sua virulenza possibile. Il vizio della ricerca senza fine. Il pensiero, infatti, è tutt’altra cosa dalla scrittura. Le più sinistre pagine che ho scritto mi hanno fatto ridere. Alla rilettura tornano a essere deprimenti, ma quello che correggo è lo stile. Nello stesso tempo, scrivere non è pensare, è una smorfia, o tutt’al più una imitazione del pensiero.

Le citazioni che aprono i diciotto capitoli delle “lettere a Cioran” di Nicola Vacca sono puntuali e precise. Il libro è un gioiellino di semplicità e di sintesi o introduzione a un autore, scrittore e pensatore tra i più inquieti, dissacranti e seducenti del secolo scorso. Un sommario di decomposizione composta. Una fisionomia che oltre a rendere il coraggio di affrontare un autore, per così dire ostico, ne disegna un compagno di viaggio, o di più. Un padre spirituale, che tra miserie, angosce e slittamenti, ci rimanda pagine memorabili di un mondo in frantumi, un pianeta senza speranza alcuna, ma pur sempre un mondo, un universo. Un’allucinazione. Un delirio da percorrere fino in fondo. Perché “tutto ciò che non è diretto è nullo”.

Salvatore Marrazzo

(Nicola Vacca, lettere a Cioran, 2017 Galaad Edizioni)

 

 

 

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