In viaggio con Lettere a Cioran

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Lettere a Cioran di Nicola Vacca è stato presentato, finora, a Lecce, Gioia del Colle e Bari. Tre occasioni per approfondire le intenzioni dell’autore e per guardare con maggiore chiarezza tra i gangli dell’opera. Negli incontri, l’indissolubilità del legame tra il poeta pugliese e lo scrittore rumeno è stata confermata. Una vicinanza giocata sul filo di un’intelligenza asperrima e urticante. Perché scrivere è sempre, per Emil Cioran come per Nicola Vacca, uno sbudellamento di umori, un collasso di nervi, un assassinio delle certezze. La parola diretta equivale a un massacro metaforico, a uno sterminio della mediocrità. Lettere a Cioran è un libro che brucia, infiammabile come tutti i libri scritti guardando in faccia i propri demoni interiori. L’ombra di Cioran si è addensata pagina dopo pagina. Il fantasma, ospite inquietante, è colato dentro la trama delle nostre conversazioni e in quelle con il pubblico.

Lettere a Cioran è un catalogo di vertigini, che qui, un po’ impressionisticamente, enuncio. Il nulla e l’orrore del nulla. Il vitalismo disperato e l’inaridimento dell’esistenza. La parola e il suo scandalo. Il dubbio e lo schianto della verità. La coscienza, porta dell’inferno, e la vita, apprendistato di crudeltà. La consapevolezza dolorosa della decadenza. Le insonnie della mente e i dolori della carne. Il taglio del pensiero nella tela dell’immanenza. Lo sradicamento metafisico. L’inattualità e la noia radicale. L’intraducibilità di un sentimento unico: cafard. Il sollievo di non avere sollievi nello stare-al-mondo. L’impossibilità di un approdo nei vagabondaggi notturni. L’ambivalenza della Francia, madre adottiva e fucina di mal tollerate modernità. L’ironia spiazzante e il frammento fulminante: un pensiero, uno solo, per mandare in frantumi l’universo. E lo scivolamento nel tempo, fino a caderci dentro, gorgo onnivoro e invincibile.

C’è tutto questo e c’è molto altro, in Lettere a Cioran, un testo che sfugge alle classificazioni. Romanzo epistolare sui genesis, saggio letterario, prosa filosofica? Sì e anche no. Siamo in presenza, piuttosto, di una meditazione critica, prima che biografica. Lettere a Cioran è un diario di bordo, il resoconto esteso di un viaggio esistenziale, la mappatura dei sentieri impervi di una mente geniale, un manuale di istruzioni per avvicinarsi al cuore incandescente di un pensiero. “Tutto ha inizio a Parigi, il 28 novembre 2014. Ricordo chiaramente l’aria mite, il cielo nuvoloso di quel giorno senza meta nella bellezza della capitale francese. La prima tappa del mio errare è il cimitero di Montparnasse”. Chi ha familiarità con i cimiteri parigini e con le tombe illustri che essi ospitano, probabilmente sa quanto sia complicato accedere al luogo in cui riposa Cioran, a differenza di altri, più celebrati maître à penser. Una tomba senza dio, appartata e semplice, meta di pellegrinaggi laici. Qui, sul duro marmo, una cassetta delle lettere attende i messaggi degli estimatori, puntuali e numerosi. Testimonianze di naufraghi nell’orrendo deserto del reale: scrivere a Cioran significa ringraziarlo per il dono di veggenza contenuto nelle sue opere. Queste Lettere rappresentano, per Nicola Vacca, una sorta di dichiarazione d’amore o una resa dei conti (a volte le due cose coincidono), con un padre, un maestro, un nume tutelare, una pietra miliare, un motore immobile di tutti i suoi lavori. Il poeta gioiese non solo legge, ma respira Cioran, ogni giorno.

Diciotto lettere, dunque, più un prologo. Ogni capitolo si apre con una citazione dello scrittore rumeno tratta dalle sue pubblicazioni: Quaderni, Squartamento, L’inconveniente di essere nati, Vivere contro l’evidenza, I sillogismi dell’amarezza, Un apolide metafisico, Sommario di decomposizione, Il funesto demiurgo. Nicola Vacca è nel solco del pensiero di Cioran fin dal 1981. Negli anni, la sua produzione critica e poetica non si è mai discostata di un centrimetro dall’architrave cioraniana: il dire ciò che è, senza giri tortuosi, senza maschere, a rischio costante di schiantarsi sulla parete della realtà. E di bucarla, passando oltre, non avendo mai paura delle macerie, anzi esigendole, come necessaria attestazione dell’avvenuta deflagrazione. Una scrittura che ci lasci tranquilli è solo evasione o intrattenimento. Al contrario, Nicola Vacca va alla ricerca del narrare estremo, della poetica squartante, di una scrittura del disincanto, che ci levi la pelle e ci guarisca dal virus della speranza. Restare a terra, su un orizzonte di immanenza, è la minima condizione di sicurezza per evitare la malattia mortale dell’illusione.

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Nelle tre presentazioni del libro sono stati messi a fuoco molti concetti importanti, anche per superare equivoci e sciogliere malintesi. Può essere interessante ricapitolarne alcuni. Ad esempio, lo scetticismo di Cioran è produttivo o non porta a nulla? Leggiamo dal libro di Nicola Vacca: “Nutrire dubbi su se stessi per accumulare stupori. Soffrire collezionando perplessità per non smettere di cercare. Essere scettici per disinnescare tutti i canoni della stupidità”. Questo è l’atteggiamento tipico di un cioraniano. Indifferenza verso il contesto? Fuga dalle responsabilità? Tutt’altro. Lo scetticismo predispone a un più acuto sentire. “Per sopportare il mondo è necessario, piuttosto, essere scettici fino alla radicale espulsione di se stessi dalla vita che decade mentre accade. Ecco perché lo scetticismo è, per Cioran, l’unico atto politico che bisogna abbracciare. Perché esistere acquista un senso soltanto se riusciamo a capire che siamo fatti di tutto quello che ci sfugge”. Ognuno di noi può verificare la sfera vitale che gli è prossima. In quante nevrosi siamo inciampati? In quante convinzioni poi risultate tossiche e fallimentari? Solo i pensatori estremi ci suggeriscono il veleno e, allo stesso tempo, la cura. La soluzione sta, come insegnava Carmelo Bene, nel de-pensare il pensato, oppure nell’abbracciare l’assurdo di Albert Camus e Eugene Ionesco, o ancora, in un’accezione più filosofica, nel de-costruire le impalcature apparentemente inamovibili, che hanno ingabbiato le nostre possibilità di azione.

Cioran è un pensatore comprensibile, se letto nelle sue ceneri. Non c’è frammento che non si consumi nel fuoco, vanificando ogni facile presa. A fiamme spente, il suo pessimismo brilla come una stella nera. “Contro i miti del falso progressista, che nel nome dell’utopia crede di poter ricreare la felicità sulla terra per il tramite dell’atto, coniugare il sogno del paradiso con la maledizione del divenire, Cioran scorge nel pensiero di Machiavelli una verità politica profonda, la medesima che ha accompagnato le sue meditazioni: tutte le teorie politiche  che non esitano a considerare l’uomo un animale ragionevole rientrano nell’utopia”. Machiavelli contro l’aborrito liberalismo ottocentesco. Cioran è un antiutopista spietato, e la Storia mondiale ne ha convalidato le tesi. L’utopia novecentesca è stata l’anticamera dello scannatoio. L’illuminismo europeo ha tradito se stesso. La traduzione dei progetti di riscatto sociale in sistemi onnicomprensivi ha spinto i popoli sotto la camicia di forza di dittature assassine, mascherate di fideistico ottimismo. A parte il grande autore de Il Principe, Nicola Vacca sottolinea, nel suo libro, i principali interessi affioranti nello studio di Cioran: i mistici orientali, la teologia negativa, lo scetticismo ed il cinismo antico, Giacomo Leopardi. A questi, si aggiungono le affinità con i contemporanei: il genio di Samuel Beckett, il “socratismo cristiano” di Gabriel Marcel, il poeta dalla coscienza violentata Paul Celan.

Un altro tema toccato durante le serate pugliesi è stato il presunto nichilismo di Cioran. Su questo punto, il ‘no’ di Nicola Vacca è categorico. Il pensatore rumeno affronta a volto scoperto l’insidia nichilista, ne grida l’orrore e non si piega mai alle sue regole. Se un esistenzialista come J.P. Sartre fonda sul nulla tutta la sua piattaforma filosofica, Cioran, soprattutto nei Quaderni e ne La tentazione di esistere, “si rivela un maestro della negazione… Negare è il modo migliore per emancipare lo spirito; la negazione è l’humus per cui vale la pena di esistere… Deve però trattarsi di una negazione feconda, e perché  sia tale occorre conquistarla, lasciarsene sedurre e al contempo impugnarla consapevolmente”. Attraversare il nulla a viso aperto è l’unico modo per uscirne. Al contrario, rendere il nulla un essere, attribuirgli consistenza ontologica e sostare sotto la sua ombra è un errore intellettuale. L’esistenzialismo, non a caso, degenera presto a conformismo, con il corollario di doppie morali ben note. La demolizione delle sicurezze entro cui ci asserragliamo e l’uso, nicianamente inteso, del martello, sono per Cioran prassi necessarie. L’abbattimento è un presupposto indispensabile per ricostruire l’esperienza su più solide basi.

“Bisogna prima di tutto abbandonare se stessi: così si abbandonano tutte le cose. In verità, se un uomo abbandonasse un regno o il mondo intero e mantenesse se stesso, non avrebbe abbandonato proprio niente. Se invece un uomo ha abbandonato se stesso, anche se mantiene ricchezze, onori e qualsiasi altra cosa, ha già abbandonato tutto”. In questa riflessione, tratta da una predica di Meister Eckhart, grande teologo medievale, si può ritrovare una radice genealogica delle speculazioni cioraniane, una freccia rivolta al misticismo. Affascinato dalle teologie occidentali e orientali avvitate sulla dimensione dello scacco, sostenitrici della distanza non percorribile tra il divino e l’umano, Cioran rifiuta di credere alla bontà della creazione. La Genesi è uno scandalo. Siamo governati, tutt’al più, da un colpevole demiurgo. Per Cioran la tensione verso un altrove, che sia un Dio, una magnifica Virtù o la Storia levatrice, comporta la constatazione “del nostro fallimento di uomini”, come scrive l’autore di queste Lettere in un capitolo dedicato alla verità della caduta. Solo abbandonando le pretese di infinita perfettibilità e accettando, appunto, la propria caduta nel tempo, è possibile entrare nella cattiva eternità con occhi vigili. Sono segnali di allarme  verso tutte le ideologie del progresso. Oggi, la minaccia è portata dalle fandonie postumaniste dello scientismo acritico. L’antidoto cioraniano è valido anche contro gli spacciatori di illusioni che promettono la vita eterna ad un’umanità terrorizzata dalla vecchiaia e dal deperimento fisico,

 Uomini e donne, giovani e meno giovani, neofiti e cultori hanno ascoltato Nicola Vacca durante le tre serate, attratti dal racconto appassionato su Cioran, figura scomodissima, uomo incapace di mediazioni, misantropo per meglio guardare il mondo. A lui, flâneur instancabile delle notti parigine, si attaglia un appunto di Walter Benjamin, uno dei maggiori teorici dell’esperienza del vagabondare sotto il pungolo della ricerca: “Chi cammina a lungo per le strade senza meta viene colto da un’ebbrezza. A ogni passo l’andatura acquista una forza crescente; la seduzione dei negozi, dei bistrot, delle donne sorridenti diminuisce sempre più e sempre più irresistibile si fa, invece, il magnetismo del prossimo angolo di strada, di un lontano mucchio di foglie, del nome di una strada. Poi sopravviene la fame. Egli non vuol saper nulla dei mille modi per placarla. Come un animale ascetico si aggira per quartieri sconosciuti, finché sfinito crolla nella sua camera, che lo accoglie estranea e fredda”. Un animale ascetico (ma di un’ascesi paradossale, ripiegata sullo schianto), un apolide metafisico, un lucido profeta antimoderno, una vigile coscienza sostenuta da quell’ineffabile senso di alienazione chiamato cafard. “La noia”, scrive ancora Benjamin, “è la soglia verso grandi imprese”.

Il libro di Nicola Vacca, edito da Galaad, è introdotto da una prefazione magistrale di Mattia Luigi Pozzi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e corredato da una copertina di Angela Varani, un ritratto che accarezza la fisionomia di Cioran, esaltando la dolce fermezza dei suoi occhi.

Un’ultima nota, personale. Esprimo la mia felicità per essere stato la spalla dell’autore nelle librerie di Lecce (Palmieri), Gioia del Colle (Librellula) e Bari (Prinz Zaum): ospitali luoghi di cultura. Non mi considero un cioraniano stricto sensu, ma, oltre ad apprezzarne la prosa feroce (stesa, è giusto ricordarlo, con esiti stilistici eleganti in una lingua appresa, il francese), ne condivido gli assunti di fondo e, soprattutto, i malumori così mirabilmente espressi di fronte agli orrori del mondo. E poi, se Cioran è un “dinamitardo delle idee”, Nicola Vacca ne è di certo uno degli eredi più convinti. L’auspicio è di aver suscitato la curiosità nei lettori finora a digiuno, di essere stati all’altezza dei più esigenti e, aggiungo, di aver scontentato i perbenisti. E’ su di loro, sempre, che va aggiustata la mira.

Alessandro Vergari

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