Umanità, misera, altissima e sacra

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“Prossimità” e “fertilità” sono i primi termini che si prestano ad individuare una chiave di accesso ad Altissima miseria (Musicaos editore), premiata raccolta d’esordio di Claudia Di Palma, classe 1985. Prossimità, come ricerca della vicinanza altrui in un vigile abbandono, fin dalla poesia di apertura: “Ti offro la mia bandiera bianca / ti porto nel luogo stupendo della / mia resa”. E ancora: “Spesso le distanze sono case, / le vicinanze invece sono estranee”. A seguire, in una composizione i cui versi, forse non per caso, si dispongono graficamente a formare un ventre: “Se mi apri il petto vedi il margine / che ho conservato… / il margine è la mia casa”. Poesia affollata di richiami biblici e religiosi, però scarnificati, capovolti, quasi sottoposti ad una reductio ad absurdum, riportati ad una radice di vertiginoso mistero, che solo al viandante in carne ed ossa, corpo fragile, si schiude. Claudia Di Palma rielabora il concetto di altissima paupertas, di derivazione francescana, argomento ripreso, in tempi recenti, dal filosofo Giorgio Agamben in un suo saggio (Neri Pozza, 2011). Dalla negazione delle logiche di appropriazione, dalla consapevole dissacrazione di ogni rivelazione, stillano le residue tracce del sacro.

Claudia Di Palma scrive con versi liberi, segnati spesso dalla presenza di punti ad interrompere sintatticamente la frase a metà verso. Ne risulta una lettura agile, nervosa, sincopata e coinvolgente.  Altissima miseria  ci espone alla possibilità ed al rischio dello spaesamento, di fronte ad una ripetuta prassi di ribaltamento dei significati tradizionali della cultura religiosa e dei dogmi cattolici. Operazione coraggiosa, mai banale, portata a compimento da Claudia Di Palma con delicata misura. Una poesia salvifica: redime, con umana passione, dalla sedentarietà dei luoghi comuni e dai facili accomodamenti del chiacchiericcio quotidiano.“Abbiamo il coraggio dell’ignoranza”, recita il verso finale di un componimento, a rappresentare la fonte di buio da cui scaturisce l’inatteso, l’infinito, il non conosciuto, fino a“perdere la mappa geografica delle vene”, esito necessario per reinventare le coordinate dell’essere-nel-mondo.

Fertilità, non meno che prossimità. Affidandosi ad un’inventiva sensuale e ad immagini spesso evocative di lidi filosofici, Claudia Di Palma richiama nei suoi versi il potenziale generativo dell’uomo e della donna, sepolto nella palude del disamore. “Sono incinta dell’evento, / di ciò che è a venire”, “Io condivido la mia fertilità / e tu avvicini il seme”, “Che moltiplichiamo il principio”, “Che il pudore sia un brutto ricordo / Che anche l’intimità cresca altrove”. Il titolo della prima sezione della raccolta, Oh Maria, Oh Morìa, lega due concetti, dalla portata simbolica e immaginativa contrastante, in un unico, esplosivo ossimoro. Un’invocazione alla madre delle madri, “disangolata figura”, ed un contestuale grido di esecrazione per il perire inarrestabile del mondo, “intanto marciamo / di un bellissimo marcire”.

Claudia Di Palma accoglie nelle sue poesie lo sfiorarsi livido dei corpi, presi  in un languore sordo, subitanea manifestazione di desiderio, che si dilegua al suo accadere. “Siamo pregni di ciò che ci esclude”. Nell’assenza, una più acuta presenza. L’elegia scorre nelle vene minacciate dalla piaga del disseccamento, laddove il battito è oscura fecondità e tragica promessa di futuro. Maria, madre di un figlio che per destino superiore invera la propria vita nella morte, e morìa, attorno a noi, della bellezza, palpitante nel suo estremo perire. La poesia eredita il Verbo e si rivela misura dell’umano. Custode di immanenza, il poeta disvela la malattia mortale di ogni cuore. “La parolina amore / cela tenera il massacro, la scommessa / che la tiene in piedi”.

Il poeta proviene da un utero-tomba e trova in un Esilio promesso (seconda sezione) la sua destinazione. È questo un inferno di gesti sospesi, un differimento di atti necessari. “Dobbiamo avere molta indecisione / per guardarci negli occhi”. La patria è una vuota verità, l’origine un mito blasfemo, perché “è l’esilio la nostra grande risorsa, / il non avere appigli”. Claudia Di Palma contesta il potere annichilente di ogni determinazione. Nel dissolvimento delle regole si celebra il miracolo della nascita, mentre, al contrario, “la tua legge / cessa di vedermi e io posso fare lo stesso / con te, ma indugio, e il vento scatena temporali”. Nella fessura dialogica IO-TU si insinuano tutte le meraviglie del possibile, i rovesci dei rapporti umani, le delusioni inevitabili e le ossessioni della memoria. L’io è scoperchiato dall’Altro. Che sia un Dio sconosciuto o un volto apparso all’improvviso, l’alterità disorienta le certezze. L’io scivola, perde aderenza e finalmente respira. Nuove ferite e inedite carezze testimoniano la penombra attraversata.

La poetessa esplora i suoi luoghi, in poesie assetate di ospitalità perduta, “a parte gli ulivi / e gli ammassi di terra abbandonati”, un Salento abbacinante e feroce, elevato a segno di amarezze universali, “dalla fessura controllo il vicino / e non lo vedo”. Perfetta l’immersione lirica nell’indolente durezza dei bar di provincia, tra sogni infranti e bestemmie schiacciate in gola, dove “il giudizio si sovverte per ostentare, si ostenta per sovvertire” e “l’unico vero ribelle / è la pietra che si getta in mare”. Risuona, nella poesia di Claudia Di Palma, il lamento bodiniano per un paese “così sgradito da doverti amare (La luna dei Borboni)”, in ore vacillanti “in cui è peggio solo morire (Finibusterrae)”, sulla dorsale di una terra piatta ghigliottinata dal mare, sud di tutti i sud, lembo di Puglia oltre la Puglia. Nei paesi, i giardini delle ville comunali sono recinti d’ombra, isole di verde nelle correnti della calura. “Vengo qui / a confessare le mie incertezze, / le perdite di foglie, le voglie affaticate / nel silenzio”.

Nella prefazione, Alessandro Canzian ben sottolinea l’attitudine di Claudia Di Palma a misurare la distanza “tra il proprio essere corpo che vive e tutto ciò che il mondo comporta, anche qualora questo sia paura. Una paura da affrontare predisponendosi e ordinandosi con cura quasi intendendo il se stessi come un oggetto che ha bordi, confini, periferie”. È un itinerario poetico dedicato alla scoperta del sé, alla scrittura di un’identità mai chiusa e definita. “Studio l’arabo. / Provo a scrivere il mo nome / con altri segni. Mi provo straniera. / Faccio mio ciò che si perde”. Il poeta chiede, a piena voce, di essere portato al cospetto della propria debolezza, per farsi limite, valico, variazione, atomo del mondo fluttuante, sfumatura di tutti i contorni. “Rendimi nascondiglio illuminato / dal sole.  Rendimi vicina al confine, / vicina al taglio […] Rendimi la polvere che resta / davanti a ciò che brucia. Attonita. / Quasi qualcosa […] Rendimi documento mancante / di questa vastità”. Una richiesta incalzante, un urlo contro la realtà. Claudia Di Palma prende posizione, tra i ranghi di chi vuole stare nell’alveo di una marginalità feconda. Se al centro delle cose si espande il deserto del reale, i confini promettono il cedimento degli argini, la grazia di una trasformazione.

In Domande non corrisposte la poetessa si misura con il demone della parola: “Sei tu che rovesci le tasche / per far cadere tutti gli alfabeti, / perché ogni lettera sia un frutto, / ogni parola abbia il suo tempo di maturazione, e diventi marcia”. È la sezione più breve della raccolta, in cui si avverte una  transizione dalla dimensione della resa a quella dell’attesa, come una gestazione che si avvii a conclusione e quindi a generare vita. Non è ottimistica fiducia, ma, piuttosto, assunzione di responsabilità davanti all’inevitabilità dei cicli e dei cambiamenti: “la parola muore ed è ancora alba”. La rinascita è un parto doloroso. Chi porta in grembo un mondo in rivolta sa di sfuggire alla disumanità dei tempi presenti, alla riduzione della carne a “codice fiscale”. Una volta decostruito il senso, l’unica via d’uscita, l’unico flusso di eventi tollerabile, è l’espulsione dell’orrore, che coincide con la produzione di un futuro incerto.“Poi ritorna, ritorna come fosse nuovo, / l’alfabeto alla fine del canto”. Il poeta vive il dolore della piaga, indaga la separazione dei corpi, “lo strappo / tra una cosa e la sua assenza”, soffre il gelo dell’amore, i dubbi sull’essere qui-e-ora, interroga la solitudine, sua compagna nascosta, e tenta di strappare ai silenzi un vocabolario nuovo. Il TU si volta dalla parte opposta, respinge l’abbraccio della verità. La domanda scava solchi profondissimi, avanza, travolge, e passa oltre l’indelicato gesto. Il poeta sopravvive al rifiuto.

La sezione finale dà il titolo all’intera raccolta. La poesia di Claudia Di Palma raggiunge le vette di un canto gregoriano. Pneuma vitale, inno alla luce, deflagrazione di energia repressa: i versi  acquistano forza, si innalzano, assumono nitore lirico, forano la pagina. La provocazione intellettuale si fa acuta, paradossale, cruda: “La miseria creatrice dell’universo. / Misero e perso Dio, ti accolgo, / ti restituisco il dono della creazione / e soffiando ti do sostanza”. La miseria è altissima perché la condizione umana reagisce all’angustia del divino, al concatenamento infelice degli eventi, alla dissipazione dei sentimenti. In questa verifica di contingenze sorge una poesia del vero, battezzata in liturgie di versi troppo umani, emanazione del vivente. “Se sapessi che Dio è una bocca aperta / e se la carne fosse simile a Dio, / quel tendere a scomparire / a cessare a scivolare via dai volti, dai corpi, / quell’esitare tra l’esistere e il non esistere, / una carezza abiterebbe il confine”. Siamo al punto in cui la libertà umana si sposa con la paura dell’assenza, rinnovata scommessa pascaliana del dentro-o-fuori, dove il poeta-allibratore quota la nostra resistenza al male. Ecco, quindi, il sacro di cui l’uomo ha bisogno, la soluzione di luce, la bandiera bianca onnivora di colori, il desiderio di approdo che sia palingenesi, trasfigurazione e salvezza, nell’epoca assassina delle fughe di massa verso lidi lontani. “Forse frutto del seno del mare che / sempre materno / si gonfia e si svuota, / sogno perennemente varcato”.

In una poesia del 1982, Salvatore Toma, grande e poco ricordato poeta salentino (di Maglie, come Claudia Di Palma), implorava di lasciare stare Dio. “Non è quello che dite, / pieno di croci e di spine. / Dio è libero, / ha soffici ali e vola dappertutto, / come le fronde al vento in prateria, / come la morte sui tetti delle città”. Anche Altissima miseria cerca il divino in assonanze e corrispondenze, tra la luce e l’ombra, l’attivo e il passivo, lo sguardo dell’uomo e il ventre della donna, vibrando come corda tesa tra polarità contrapposte. Non una tesi filosofica su un Dio (dio) umanizzato, ma un’invocazione dell’Altro come fonte inesauribile di senso, un’elegia dell’Altissima materia spirituale connaturata ai nostri difetti, carne desiderosa di completezza e compiutezza. “Ave Immenso, / spiegato da un misero zero, da un / misero divino”. Per le bocche affamate di verità, la poesia svolge una funzione di ostia, cibo e nutrimento. Affidiamoci alla teologia ribaltata dei versi di Altissima miseria, tra i più elevati della produzione italiana recente, complessi, profondi e stratificati. Non esiste miglior antidoto ai deliri di onnipotenza, politici e tecnoscientifici, della nostra epoca, che assestarsi nell’intimo di un poetare autentico, per assaporare l’ineffabile soffio di ciò che (non) siamo. Nella mancanza di tutto, nell’esilio da ogni perfezione, sta lo scarto che ci rende umani.

Alessandro Vergari

 

(Claudia Di Palma, Altissima miseria, Musicaos editore, 2016)

 

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