Due riflessioni sul paesaggio

copertine[243]

 «Stavamo parlando di varie cose più o meno interessanti, quando all’improvviso ci siamo trovati davanti Ayr: il panorama è splendido. Non credevo che il paese natio di Burns fosse così bello, avevo l’Idea che fosse desolato, con i mucchi di Orzo che avevo sempre immaginato come delle strisce di Verde su una collina fredda. Che pregiudizio! È lussureggiante come il Devon. Ho cercato di bere quella veduta per potertela poi filare come il Baco fa la seta con le foglie del Gelso. Non riesco a ricostruirla» (Da una lettera di John Keats a John Hamilton Reynolds, 11 luglio 1818).

Il pensiero occidentale si è cimentato con l’enigma del paesaggio a partire dalla prima età moderna. Cos’è un paesaggio? Perché lo definiamo così? Quali elementi lo connotano? In rapporto a chi o a cosa si costituisce? È soggettivo? È universale? Quali sono i suoi confini? Perfino un grande critico e interprete della filosofia romantica come Keats non si sottrae alla tentazione di filtrare il paesaggio attraverso la sensibilità di poeta che gli è propria, per verificare la possibilità di rappresentare, nella forma del linguaggio umano, ciò che ha appena visto. Ma il risultato è sconfortante. La Natura pone una sfida all’osservatore, la Natura, almeno in questo caso, vince. Tra Io e Non-Io, per utilizzare le categorie idealistiche, si apre un contenzioso che l’Io si aggiudica solo quando riesce a riportare a sé gli elementi del paesaggio, a ricomporli in un quadro coerente e, potenzialmente, comunicabile ad altri. La presa dello sguardo è lo strumento di cui si avvale il soggetto al fine di addomesticare una porzione di mondo. Romanticismo e idealismo segnano il punto di arrivo di un processo doloroso, avviato dalla scissione cartesiana tra soggetto e oggetto: la fiducia riposta nel sentimento, o nella dialettica, tradisce la persistenza dello scacco originario.

Due libri recenti, Paesaggi contaminati di Martin Pollack (Keller, 2016) e Vivere di paesaggio o l’impensato della ragione di Francois Jullien (Mimesis, 2017), sebbene molto diversi tra loro per ispirazione e impostazione, si interrogano sulle dinamiche filosofiche, estetiche e culturali che sottendono il concetto di “paesaggio”. Martin Pollack, scrittore, traduttore e giornalista, grande esperto di Europa orientale, introduce così il tema: «Questo termine suscita in noi per lo più sentimenti positivi ed emozioni piacevoli, soprattutto quando pensiamo, in modo del tutto acritico, alle vaste distese di terra, prive di edifici e costruzioni, che scopriamo durante i nostri viaggi. […] Il paesaggio, a differenza dello spazio urbano, è ritenuto consolatore e guaritore miracoloso. Un luogo in cui ritirarci e da cui attingere nuove forze. Ma non è così semplice». I paesaggi raccontati da Pollack sono “contaminati”, appunto. Da cosa? Quale minimo comune denominatore lega le Ardenne, la Somme, la valle dell’Isonzo, le paludi del Prypiat in Bielorussia, la miniera Huda Jama, le sponde del Danubio e molte altre località citate nel libro? La risposta è in una parola: massacri.

Eccidi compiuti dai nazisti contro gli ebrei, dai comunisti contro i collaborazionisti (veri o presunti), dai titini contro gli italiani, dai fascisti contro gli slavi… massacri che hanno contribuito a disseminare di cadaveri il territorio europeo, in maniera pressoché uniforme soprattutto nelle grandi pianure dell’Europa orientale. Pollack evita di fissare l’attenzione sui simboli della catastrofe del Novecento, come Auschwitz, Treblinka o i gulag sovietici. Preferisce sondare luoghi che, in superficie, sembrano pacificati, se non addirittura idilliaci, bucolici, sprofondati in una falsa innocenza. Già la lingua nasconde insidie da decodificare. Quando la Werhmacht sfondò in Unione Sovietica nel 1941, i burocrati di Berlino individuarono nelle regioni acquitrinose della Bielorussia i territori  da “rimodellare” secondo “i bisogni vitali profondi” del proprio popolo. “Modellare il paesaggio” era l’espressione utilizzata per rendere esteticamente, e in definitiva nascondere, il senso dell’operazione: espellere o sopprimere polacchi, bielorussi, ebrei, spesso fatti affogare nelle stesse paludi che poi sarebbero state bonificate a uso e consumo dell’invasore.

Lo scrittore, nato a Bad Hall (Alta Austria), ricorda le splendide impressioni suscitate nella sua fantasia di bambino dai racconti del nonno, «fervido nazionalista tedesco e nazista». Gottschee. isola linguistica tedesca in Slovenia, dove il nonno aveva un casino di caccia, diventa per il piccolo Martin un luogo di sogno, un paradiso «di foresti vergini buie… una zona mozzafiato, selvaggia e apparentemente inviolata». Da adulto, lo scrittore si avventura nella realtà di quei luoghi ameni, e scopre che Kočevski rog, il nome sloveno del bosco di Gottschee, era stato per anni una “zona militare interdetta”. «In un avallamento profondo, una dolina, c’erano molte croci, davanti a qualcuna tremolavano delle candele, accanto c’era una cappella murata e un po’ più lontano una pietra imponente, levigata, a forma di sfera con un’iscrizione secondo la quale vi giacerebbero migliaia di domobranci, soldati dei gruppi nazionalisti sloveni per un certo periodo alleati con la Germania di Hitler, che nei primi giorni del giugno 1945 furono uccisi dai partigiani comunisti su istruzioni di Tito». Il recupero dei corpi, infoibati a grande profondità, è impossibile. Nonostante l’opposizione dei colpevoli (e di eredi di quei colpevoli) alla proposta di erigere un monumento commemorativo a ricordo delle stragi, il posto è segnalato e vi si celebrano messe e pellegrinaggi.

Martin Pollack mostra lo stesso sdegno verso le ideologie di destra e di sinistra, ugualmente sanguinarie (quantomeno negli esiti), eppure il suo libro non mira a frettolose equiparazioni. Gli ebrei fucilati dai nazisti a Rawa-Ruska, sul confine tra Ucraina e Polonia, equivalgono ai morti di Ústi nad Labem, nella Boemia settentrionale, dove la popolazione tedesca locale fu massacrata dai nazionalisti cechi e gettata nel fiume Elba? La domanda ovviamente non ha senso. Non c’è equazione possibile tra vittime e vittime. Ciò che sconvolge, in questi come in molti altri casi, è il clima di normalità successiva che si spande sulle ossa dei defunti. Terreni coltivati, piantagioni, case, pascoli, boschi piantati dopo le stragi. Il livello di oblio raggiunge il massimo con i fiumi, le paludi e i laghi, perché «l’acqua è neutrale, senza partito, non fa differenze, accoglie tutti indipendentemente dalla provenienza, dalla religione o dall’appartenenza etnica». I morti, quindi, non sono tutti uguali, ma tutti diversi, perché diversi sono i luoghi, le storie e le dinamiche, quasi mai convalidate da regolari processi e spesso abiette, che conducono un gruppo umano ad eliminare fisicamente altri gruppi umani durante un conflitto. Ogni luogo intriso di sangue, sostiene Pollack, dovrebbe essere punteggiato da un memoriale, un cippo, un elemento di rottura rispetto all’uniformità del paesaggio, per far risaltare, simbolicamente, il passaggio tragico della storia.

Ci si potrebbe chiedere perché sia necessario, nelle convinzioni dell’autore, riportare a galla l’accaduto. È fuor di dubbio che si tratti di questioni scottanti, e lo dimostra il recente caso scoppiato attorno alla memoria di Giuseppina Ghersi, la ragazzina ligure struprata e uccisa dai partigiani garibaldini perché accusata di collaborazionismo. Un monumento a lei dedicato può “bonificare” il paesaggio? Secondo Pollack, far riemergere il passato nascosto è un’operazione terapeutica necessaria anche ai carnefici, per stimolare una presa di coscienza dei crimini commessi. «Abbiamo constatato che le azioni violente come le fucilazioni di massa cambiano in modo duraturo anche i luoghi in cui sono avvenute… Il più delle volte c’è un tetro presentimento, vaghi riferimenti, voci, bisbigli, sussurri che da qualche parte è successo qualcosa che non deve arrivare al pubblico».

Secondo lo scrittore, le vecchie ferite, se non vengono aperte e ripulite, si infettano. E il paesaggio resta inquinato. Il pur pregevole libro di Pollack non affronta alcune questioni rilevanti: fin dove scavare, nel paesaggio? Perché ci si dovrebbe fermare alle vittime del Novecento, e non scendere ancora più in profondità, nella stratificazione dei morti? I civili e i soldati sono “prove” da mettere sullo stesso piano? Soprattutto: come evitare le strumentalizzazioni di parte?  Siamo sicuri che  sollecitare il rimosso (freudianamente) stimoli la pace anziché nuovi focolai di inimicizia? Da ultimo: cosa è una memoria condivisa? È lecito storicizzare tutto? Martin Pollack insiste nel segnalare l’importanza di «rendere l’invisibile visibile e tangibile», su nuove mappe. Molto più difficile capire chi debba disegnarle. Alfred Döblin si accorse, vagando per la Germania devastata dai bombardamenti degli Alleati, che le persone camminavano tra le rovine come se non fosse accaduto nulla e i morti sotto le macerie fossero una costante del paesaggio. Però, da questa strana apatia sorse l’impeto della ricostruzione. D’altro canto, dimenticare i fatti, specialmente se taciuti per vergogna e reticenza, non conduce a forme di straniamento, quasi di maleficio collettivo? Secondo numerose testimonianze riportate da Pollack, molti laghi usati come cimiteri di innocenti, negli inverni seguenti e nonostante temperature rigidissime, non gelarono più…

Vivere di paesaggio o l’impensato della ragione di Francois Jullien è invece una riflessione ricca e complessa sul rapporto tra pensiero occidentale e pensiero cinese. Il filosofo Jullien, probabilmente il più grande sinologo vivente, esamina le differenze nella genesi del concetto di paesaggio. «Per molti secoli, in Europa, non abbiamo pensato di pensare il paesaggio», e “tre partiti presi” si sono depositati nel nostro modo di giudicarlo e di parlarne: 1) Lo sguardo europeo ritaglia il paesaggio da una porzione di paese, e quindi «il paesaggio, in Europa, è stato concepito all’ombra del rapporto parte-tutto»; 2) La percezione visiva ha avuto, dal Rinascimento in poi, un ruolo di primo piano nella definizione del paesaggio. La Natura è stata costretta a cedere, anche nello sviluppo della pittura moderna, al potere della vista e all’angolazione soggettiva come presa particolare su un certo spazio; 3) La separazione tra osservatore ed osservato, resa evidente dalla piegatura del paesaggio sotto l’articolazione ontologica soggetto-oggetto, accoppiamento «fondatore della conoscenza da cui l’Europa moderna ha tratto la sua potenza», è un punto di riferimento ineliminabile per ogni ragionamento. A secoli di distanza, il Cogito cartesiano è un angolo teorico (e pratico) da cui facciamo fatica ad uscire e che cela al suo interno un impensato, una connivenza perduta tra uomo e Natura, fortunatamente ancora viva e operante nel pensiero cinese.

Jullien chiama a testimoniare le acque e le montagne, secondo l’impostazione filosofica cinese da intendersi come correlazione di opposti: «da un lato abbiamo ciò che tende verso l’alto (la montagna), e dall’altro ciò che tende verso il basso (l’acqua): il verticale e l’orizzontale, Alto e Basso, al tempo stesso si oppongono e si rispondono». La permanenza e la varianza, la forma e l’informe, l’opaco e il trasparente, lo stabile e il fluido sono tutte polarità attorno a cui si decompone la concezione per noi usuale di “paesaggio”; al suo posto prende vita «un gioco di interazioni senza fine tra fattori contrari che si associano… Non c’è più il Soggetto regnante, dominante… e, di fronte a lui, non c’è più alcun objectum “gettato” “davanti” al suo sguardo, disteso passivamente sotto la sua ispezione, che si ritaglia differentemente a ogni suo passo». Da questa brevi battute, risulta già palese il lavoro di paziente e meticolosa decostruzione operato, in questo volume come in tutta la sua ricerca a cavallo tra due culture, dal sinologo francese. L’autore richiede al lettore il coraggio di mettere tra parentesi una tradizione che per noi è come una seconda pelle, non per moda new age, ma nel nome di un serio lavoro filosofico. Il confronto tra Oriente e Occidente ne risulta elettrizzato. Cosa significa “ancorarsi” in un paesaggio, anziché contemplarlo? Da quali sorgenti scaturisce, nella pittura classica cinese, il “soffio-energia”, “qi”, che «si dispiega tra cielo e terra»?

Il pensiero cinese, insiste Jullien, ha abolito la frontiera tra il “dentro” e il “fuori”, erigendo le opposizioni (o, per meglio dire, quelle che per noi occidentali sono tali) in poli di attrazione. «C’è paesaggio quando il percettivo si rivela al tempo stesso affettivo». Non è qui interpellato, secondo il filosofo francese, un “surplus d’anima”, come nelle nostre definizioni di “piacevolezza” o di “gradevolezza”, né si tratta dell’esperimento romantico di ri-unire uomo e mondo mediante un trait d’union sentimentale, ma è qualcosa di radicale, una «pura capacità di lasciarsi toccare [affecter]», perché la relazione che si stringe con il paesaggio «fa improvvisamente sentire un accordo di fondo, preliminare, non tanto un suono distinto quanto una risonanza: quella di una co-originarietà (l’io – il mondo) che comincia a ritrovarsi». Il ripristino di una condizione pre-esistente al taglio inferto al sinolo corpo-mente, o uomo-natura, porta con sé una rivalutazione della dimensione dell’aura spirituale, concepita, nell’accezione cinese, come emanazione, esalazione o intensificazione del lato sensibile delle cose: «il paesaggio, nell’immanenza da cui procede, reca la trascendenza dello Spirito… ma senza rompere con l’immediatezza del mondo… Ciò che fa paesaggio è il fatto che in questo caso la fisicalità non sia più arenata in se stessa, nella sua opacità, ma si irradi e si lasci attraversare». Qui, la trascendenza non ci dà appuntamento in un altrove, ove tutto sarà integro e perfetto, non è dimensione escatologica di riscatto, ma ci spinge a trovare nel paesaggio in cui sostiamo e ci immergiamo le linee di tensione connaturate alla nostra esistenza.

Tre fattori in particolare, secondo Francois Jullien, contribuiscono a promuovere il fenomeno di intensificazione nel paesaggio: la “singolarizzazione”, perché «c’è paesaggio solo quando questo luogo specifico è (vale) al contempo come mondo; quando nel cuore della sua particolarità si dispiega, o si schiude, o si rivela, ciò che fa mondo»; la “variazione”, in quanto «l’uno non si tende, non emerge, non risalta, non ha “rilievo”, vale a dire non “è”, se non grazie al suo altro»; la “lontananza”, che «produce espansione, prolunga, chiama a spingersi più lontano; deprecisa, disimpegna, decanta, apre su qualcosa di indeterminato e di infinito». Infine, Jullien affida al termine “connivenza” un’ultima definizione di paesaggio: si è conniventi quando «il rapporto di oggettivazione che intrattengo col mondo si trasforma in intesa e in comunicazione tacita… c’è paesaggio quando un paese si lascia incontrare… quando il luogo [lieu] diventa un “legame” [lien]». Solo questa condizione di connivenza può farmi sentire effettivamente innestato, più vicino alla radice della mia individuazione: «il proprio di un paesaggio è di farmi appartenere al mondo». In questa messa-in-relazione intuiamo la portata etico-politica del messaggio di Jullien, il passaggio dal locale al globale, giocato sulla scommessa della reciproca compenetrazione degli opposti.

«Poco importa che il paesaggio sia fatto di strade o di valli, di città o di foreste – non usciremo più dalle megalopoli, come un tempo andavamo ancora in campagna. Quel che conta, invece, è che nel paesaggio si tessano delle polarità multiple che mettono il mondo in tensione e lo salvano dall’uniformazione che lo minaccia, condannandolo alla noia per atonia». In questo appello troviamo un punto di convergenza tra Jullien e Pollack: il richiamo ad una lotta contro l’omologazione estetica, etica e culturale che minaccia il pianeta (detto per inciso, nessuna nazione come la Cina costruisce metropoli in fotocopia, emette carbonio e devasta l’ambiente, una stridente contraddizione sulla quale converrebbe interrogarsi). Che sotto i nostri piedi riposino le ossa dimenticate di vittime innocenti, che di fronte a noi si erga un’anonima soluzione urbanistica, i non-luoghi, o si estenda una desolante monocoltura, il rischio è la perdita della nostra autenticità in un deserto di insignificanza. Il bisogno di sentinelle inattuali che pungolino le nostre coscienze e ci risveglino dal torpore è, sempre più, una tragica necessità.

Alessandro Vergari

(Martin Pollack, Paesaggi contaminati, Keller 2016)

(Francois Jullien, Vivere di paesaggio o l’impensato della ragione, Mimesis 2017)

 

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