La poesia di un uomo in rivolta

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La poesia di Giovanni Peli è in disarmonia con la propria epoca. Babilonia non dà frutti, la nuova raccolta uscita per Eretica (pagine 56, euro 13, http://www.ereticaedizioni.it/) è un cortocircuito di pungente antiretorica in cui il poeta naviga in direzione ostinata e contraria contro tutte le convenzioni sociali e soprattutto culturali del suo tempo.

Versi pungenti che si scagliano contro la morale perbenista di imbonitori e affabulatori che sono soliti ciarlare il loro niente da social e che nella vita e nella letteratura sanno vendere bene il loro apparire dietro il quale mai non c’è nessun modo di essere qualcosa e soprattutto qualcuno.

«Non c’entro niente con voi», scrive con un’essenzialità feroce e pungente il poeta consapevole che quello che sta vivendo è un tempo in cui nessuno deve aspettarsi nessuna consolazione.

Amarezza, lucido disincanto contro l’ovvio e il banale che hanno ucciso ogni cosa e che oggi possono contare su un sistema di illusioni per divulgare il loro credo nelle menti vuote di anime morte che non hanno nessuna intenzione di riscattare i loro neuroni addormentati : «Non abbiamo bisogno di risorgere / ma di ricordare ciò che non siamo:  / animali tesi nella caccia  attivi e senza memoria o pietà».

Giovani Peli non si nasconde e nei suoi versi distrugge gli idoli del nichilismo contemporaneo, sputa in faccia alle maschere che indossiamo e soprattutto con coraggio azzarda un poesia schietta per cercare barlumi di io in un mondo popolato dalla danza macabra e presuntuosa dell’ego.

Babilonia non dà frutti è il libro di un uomo in rivolta che vede nella poesia una forma di lotta e di resistenza.

Giovanni scrive contro il proprio tempo con la consapevolezza di essere eretico e impopolare, ma è l’unico modo di fare poesia . Perché la poesia, come scrive Alfonso Gatto, è la realtà che deve mettere ognuno di fronte alla lotta.

«Questi sono i tempi nefasti in cui la nebbia arriva come fosse firmamento che abbaglia, arriva anche in forma di fuoco, in forma di ingiustizia, tu nella nebbia mi dimostri di essere diverso soltanto da me, lasciando me inadeguato, tu sei conforme alla legge di ognuno, conosci l’odio e l’amore, puoi darmi la parte del negletto ma tu sai anche che mi sfinirò pur di lottare, saprò benissimo lottare convincendomi della nostra incompatibilità e consacrandomi ad essa»; «La maggior parte della gente lì si mette in posa e sorride e non mi interessa il motivo, vanno alle feste: quella è la loro vita in-franta e nella scheggia che si produce si immortalano, condivi-dono in rete perché loro sono gli dei e non esistono e io li amo, vorrei essere divino come loro nell’illusione, nel nulla e nella nebbia».

Babilonia non dà frutti è necessaria poesia della crudeltà in grado di procurare fastidio e con la sua schiettezza sferzante cerca di scuotere i dormienti proponendo loro lo schianto.

«Questi sono i tempi peggiori perché alcuni scrittori che si dovevano uccidere sono qui ancora a parlarci della loro Babilonia, metaforicamente o sul serio suicidi e poi salvati in extremis da blogger faciloni annegati in una battuta di Jerry Calà».

Qui un applauso ci sta tutto, mentre ciarlatani e imbonitori continuano a recitare la commedia.

Babilonia non dà frutti e quello che voi credete di raccogliere sono marci.

Nicola Vacca

 

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