E gli alieni caddero sulla Terra

ciardi

Format televisivi indirizzati al grande pubblico, siti web e pagine facebook “specializzate” contribuiscono alla divulgazione della teoria degli antichi astronauti. Secondo questa teoria, vi sarebbero segni del passaggio di astronavi e alieni sulla Terra, a partire dalla preistoria. Segni troppo evidenti per non essere prove. Qualche esempio? Il signore maya di Palenque raffigurato nella “cabina di guida di un missile”, le rovine “avveneristiche” di Puma Punku, la “pila” di Bagdad risalente al terzo secolo d.C., le linee di Nazca tracciate per facilitare “atterraggi di UFO”… Gli dei sarebbero scesi dal cielo con navicelle spaziali, per imporre il loro marchio sulla nostra specie.

Ma è davvero possibile dimostrare l’influenza di un’intelligenza aliena nello sviluppo di popoli e di civiltà umane? È sostenibile l’idea che, fin da tempi antidiluviani, gli extraterrestri abbiano modificato il corso dell’evoluzione? La scienza reagisce e sgretola le illusioni. Non vi è nulla di eccentrico nel sito archeologico di Palenque, nessuno ha mai fatto atterrare astronavi a Nazca, la pila non è una pila… Non tutti, però, cedono. Sostenuti da una tenace volontà di credere, schiere di appassionati e di ricercatori formano un network solido e ramificato. Per loro, la storia del mondo sarebbe diversa da quella ufficialmente raccontata. E alimentano, così, la pseudoscienza.

Il mistero degli antichi astronauti, edito da Carocci, si propone di fare luce sul tema. In questo libro, godibilissimo e scritto senza preconcetti, Marco Ciardi, docente di Storia della Scienza e della Tecnica all’Università di Bologna, confronta opere, testimonianze, documenti di varia natura, attraverso un lavoro di ricerca filologicamente accurato. Facendo leva sulla curiosità e sul naturale sentimento di meraviglia di fronte all’ignoto, il mistero si è sedimentato nella coscienza collettiva, seguendo tappe precise. L’autore, nel corso della sua indagine, chiama in causa una moltitudine di arti e saperi: filosofia, psicologia, esoterismo, letteratura, cinema, radio, fumetti, movimenti spirituali. Marco Ciardi esamina la genesi di concetti e idee, a partire dalla pietra angolare di tutti i miti: il continente perduto di Atlantide nominato da Platone in due dialoghi, Timeo e Crizia.

Ciardi si muove con rigore nell’analisi delle fonti, correttamente sottoposte al vaglio della verifica, e affronta con cautela il brodo di coltura che ha reso popolari tali dottrine, mai liquidate a priori come paccottiglia. Da dove nasce l’idea che visitatori extraterrestri abbiano solcato i cieli del nostro pianeta milioni di anni fa? Perché l’ipotesi della “terra cava” ha guadagnato consensi, nonostante la mancanza di vere prove a supporto? Come si è diffusa la credenza attorno ai  reperti archeologici “inspiegabili” (OOPART)? In che modo Atlantide, da mito platonico, si è trasfigurato in continente reale, patria di una civiltà superiore cancellata da un immane cataclisma? La questione centrale riguarda la presunta scientificità del tema degli antichi astronauti. In definitiva, si può parlare di “teoria” o siamo al di fuori del dominio della scienza? L’autore risale ai punti di origine, afferrando con precisione gli snodi concettuali di una vasta controcultura borderline e antipositivistica.

Marco_Ciardi

Paradigmatico è il capitolo dedicato alla Società teosofica di Madame Blavatsky, «uno dei movimenti più influenti sulla cultura mondiale tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento», poi fonte di ispirazione per il nazismo esoterico. La teosofia, imbevuta di motivi rosacrociani, insisteva su un’essenziale concordanza dei miti religiosi appartenenti a differenti civiltà, su una cronologia alternativa a quella tradizionale, su un tempo ciclico segnato da catastrofi e rigenerazioni, sull’esistenza di antiche nazioni tecnologicamente e culturalmente avanzate e, dulcis in fundo, su una dimensione invisibile popolata da esseri di natura eterea.

Commentando Isis unveiled, vera bibbia del movimento, Ciardi evidenzia le fallacie del pensiero teosofico e, di conseguenza, delle sue molteplici derivazioni: l’errore sta «nella continua revisione dei miti e dei racconti provenienti dall’antichità, letti non nel contesto storico dell’epoca in cui vennero generati, ma sulla base dell’avanzamento delle scoperte scientifiche e tecnologiche da parte dei contemporanei. Ecco dunque in che modo i carri di fuoco, cui fanno riferimento numerose leggende del passato, assumeranno progressivamente una consistenza reale, diventando, alla fine, i dischi volanti della seconda metà del Novecento». Blavatsky inglobava nelle sue teorie elementi della letteratura fantastica, come il vril, energia primigenia o quid della conoscenza, termine inventato dallo scrittore Bulwer-Lytton, in The Coming Race (1871), opera ispirata alle concezioni alchemiche. Secondo Blavatsky fin dall’Antico Egitto la generosità di esseri celesti avrebbe determinato lo sviluppo del sapere umano, attraverso la diffusione del vril. Esoterismo, religione, letteratura, scienza e tecnica erano così mescolate in un unico groviglio narrativo.

Il mistero degli antichi astronauti è un arcipelago autoreferenziale di nozioni impossibili da verificare. Le linee di demarcazione, denuncia Ciardi, sono saltate. Sul piano epistemico, l’intreccio di discipline è degenerato nella confusione del vero e del falso; sul piano logico, le categorie di possibilità e probabilità sono collassate l’una sull’altra. A proposito della popolarità raggiunta dagli UFO, Ciardi si affida alle parole del fisico Richard Feynman: «non si tratta di decidere cosa sia teoricamente possibile, ma di cercare di capire cosa è probabile, che cosa sta succedendo».

Marco Ciardi sottolinea il consolidarsi di una frattura ideale: da una parte, i portatori sani di mistificazione, autori ambiziosi, entusiasti o sprovvisti di adeguati strumenti di analisi; dall’altra, scrittori sensibili ai differenti livelli di discorso perché consapevoli della specificità dei codici della letteratura e dell’autorevolezza del linguaggio scientifico. Tra questi ultimi, spiccano H.P. Lovecraft, in grado di distinguere tra la dimensione letteraria del mito di Cthulhu e «la spazzatura messa in giro dai teosofi», Isaac Asimov, animato dal dubbio e fiducioso nei progressi dell’astronomia e dell’archeologia, Arthur C. Clarke, fedele alla sua identità di puro autore di fantascienza, e perfino l’italiano Peter Kolosimo, esponente di culto della pseudoscienza, eppure scettico di fronte alle affermazioni illogiche contenute nei testi di molti suoi colleghi.

Incapace di operare le necessarie distinzioni è invece Charles Fort, autore passato, senza colpo ferire, dalla narrativa fantascientifica a “saggi” di divulgazione tra i quali spicca The Book of the Damned del 1919, ampia rassegna di fenomeni di origine non terrestre, dovuti, a suo dire, all’influenza di un pianeta invisibile e ad astronavi in esplorazione. Altri scrittori appartenenti allo stessa “corrente” sono Immanuel Velikovsky, Desmond Leslie, il “contattista” di alieni George Adamski, i confidenti dei “maghi” Louis Pauwels e Jacques Bergier. Senza dimenticare lo scrittore più assertivo di tutti, lo svizzero Erich von Däniken, autore, nel bestseller Gli extraterrestri torneranno (1968), di affermazioni «talmente inverosimili che non è possibile che non siano vere».

Una teoria, se inconfutabile, esce dai confini della scienza e decade ad espressione fantastica. Secondo Ciardi l’immaginazione può stimolare il dibattito interdisciplinare ed influire sulle dinamiche di formazione del sapere ufficiale, ma non è ragionevole che un tema possa «automaticamente assurgere al ruolo di verità scientifica,in mancanza di prove certe e condivise dalla comunità scientifica». Una regola, questa, da tenere sempre in debita considerazione, se non vogliamo invalidare la ricerca della verità e, contemporaneamente, rovinare la reputazione della letteratura. Credere non equivale a intelligere. Meglio soli (nell’universo) che male accompagnati.

Alessandro Vergari

(Marco Ciardi, Il mistero degli antichi astronauti, Carocci 2017)

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