La linea d’ombra tra ordine e caos

Cosmo_Copertina

Un passero impiccato, uno stecco appeso a una cordicella, una rana, una teiera, un muro sbreccato, tappi, frecce, mani, spilli, chiodi, labbra che si sovrappongono ad altre labbra, ossessioni. Di cosa parla Cosmo (Kosmos), romanzo del 1965 dello scrittore polacco Witold Gombrowicz? Difficile dirlo. Perché Cosmo, riproposto dalla casa editrice il Saggiatore a cura di Francesco M. Cataluccio e tradotto da Vera Verdiani, parla di tutto e di niente. Il lettore si accorge di camminare nel perimetro di un incubo filosofico. Ciò che è in gioco nel romanzo è la realtà. Una realtà presto squadernata nei suoi labirintici dettagli, sgocciolante nello stillicidio dei piccoli gesti quotidiani, reiterati, rinnovati, associati in isole di senso. Le associazioni e le analogie disegnano un mondo attraversato da una logica. O forse no. Nemmeno i protagonisti ne sono sicuri, mai… Il mondo è tutto ciò che accade, ma tutto ciò che accade, per essere mondo, ha bisogno di uno sguardo. Ma se lo sguardo fosse quello di un assassino? Di un perverso? Una soggettività malata può fondare la realtà? L’oggettività esiste o è un’illusione? In Cosmo accadono fatti terribili. Terribili perché reali. Ne risulta un “giallo metafisico”, per riprendere la definizione che ne ha dato, di recente, il critico Goffredo Fofi.

In una giornata caldissima, nel folto di una radura, Witold e Fuks, due giovani uomini in fuga da Varsavia, il primo dalla famiglia, il secondo dal suo capoufficio, si imbattono in un passero impiccato ad un albero. Chi può aver commesso una barbarie simile?  «Il passero penzolava. La terra era spoglia, a parte qualche tratto invaso da un’erba corta e rada, costellata da un vasto assortimento di cose varie, un pezzo di lamiera contorta, uno stecco, un altro stecco, un cartone strappato, uno stecchino e poi uno scarabeo, una formica e poi un’altra formica, un verme ignoto, un ciocco di legno e così via fino agli sterpi ai piedi dei cespugli…» Dettagli, atomi di realtà messi a fuoco, decontestualizzati, slegati da ogni riferimento. In Cosmo è tutto un pullulare di elementi ab-soluti, sciolti, svincolati e poi, nella nudità che li evidenzia, portati su un altro livello, cosmico appunto, dall’irrefrenabile istinto della mente, nel vano sogno di conquistare al tutto una coerenza.

_W_Gombrowicz

Witold e Fuks cercano una pensione. Ne trovano una. Sulla veranda li accoglie Katasia, giovane donna dal labbro sfregiato. Un particolare che diventa un tassello del vasto mosaico chiamato mondo, da riempire con altri tasselli fino a trovare incastri, coincidenze, regole... Nella casa vivono Leon, ex direttore di banca, la rubiconda moglie, Pallina o Palluccia o Piccipalli  o Máncia (Leon è un virtuoso dei giochi di parole, meglio ancora, delle storpiature di parole), la bella figlia Lena, sposata con Ludwig. Witold si invaghisce di Lena, della sua femminilità candida e sporca allo stesso tempo, delle «labbra katesche dietro la boccuccia di Lena». Witold incrocia Lena con Katasia, la bocca bella della prima con quella devastata (da un incidente) della seconda. Da chi è attratto Witold? Dall’una o dall’altra? E cosa sono i segni sui muri nelle stanze, righe e macchie che solo un occhio esperto può cogliere? Nella camera di Witold e Fuks c’è una freccia che punta al giardino. Chi l’ha tracciata? Ma è davvero una freccia? A cosa punta? I due cominciano a indagare. E quando, in fondo al giardino, trovano una nicchia con uno stecco appeso (come il passero!), ecco che il segno diventa indizio. Perché lo stecco punta alla casupola dove vive Katasia. E nella casupola ecco spuntare una lima, un pennino, un ago, un chiodo ficcato troppo in basso nel muro.

In Cosmo Witold è l’io narrante in prima persona. Con Witold ci addentriamo nella dimensione del performativo, nella dinamica dei gesti spinti fino ai limiti della comprensione, nella costruzione stessa della realtà. Dopo aver perlustrato l’abitazione di Katasia, all’improvviso i due sentono dei colpi fortissimi… è Pallina che batte con il martello contro gli alberi. Per quale motivo? Poi altri colpi, al piano di sopra, dalla camera di Lena. Witold si precipita lungo le scale, ma Lena non apre. Silenzio. Torna in giardino. Scala un albero. La finestra di Lena è accesa. Lena e il marito, Ludwig, sono alle prese con una teiera. In piena notte? Perché? C’è forse un messaggio nascosto dietro la teiera? È un simbolo erotico? Una perversione? Witold scende dall’albero e incrocia il gatto della figlia di Leon, appisolato sulla veranda. Senza alcun motivo, lo strangola e lo appende ad un gancio sul muro. Appeso come il passero, come lo stecco! Il mosaico cosmico si arricchisce di nuovi incastri. Emerge, appunto, una logica, forse assurda, forse no. Witold, ora, vi partecipa.

Come evidenzia Francesco Cataluccio nella postfazione, due sono le tematiche principali di Cosmo, strettamente congiunte: la messa in forma del mondo e le deviazioni erotiche. Per Gombrowicz non vi è uomo che non cerchi di lottare contro il caos stabilendo un ordine, per quanto provvisorio. La vita, nel suo insieme, appare un enigma poliziesco disseminato di trabocchetti e false piste. Nonostante i fraintendimenti, il soggetto si pone sempre in posizione agonistica rispetto all’oggetto, sfidandolo per coglierne il senso riposto. La visione dell’uomo è creativa e disperata, continuamente esposta a successi istantanei e successivi vacillamenti. Paradossalmente, più leviamo gli elementi empirici dal loro isolamento, più rischiamo di chiuderci nella bolla del delirio solipsistico. Esiste una Forma perfetta? Quali garanzie abbiamo di non essere pazzi, di non essere dominati dall’ordinarietà del reale o, viceversa, dall’insensatezza delle associazioni mentali? Dove passa la linea d’ombra? Secondo Gombrowicz solo l’Arte può sancire il compromesso tra la luce e le tenebre, tra il precipizio e la vetta. L’Artista gioca con la realtà senza avanzare alcuna presunzione ontologica, destrutturando la realtà e attribuendole una forma nel segno dell’inesauribile libertà umana. Essere liberi significa quindi saper bilanciare le pretese soggettive con quelle oggettive, allentando l’imperativo dell’Ordine assoluto.

Gli oggetti e i dettagli, in Cosmo, sono sovraccaricati di un’energia morbosa che deborda e li sommerge. «La mano di Lena. Come sempre sulla tovaglia, accanto al piatto e vicinissima alla forchetta, alla luce illuminante della lampada – la vedevo come poco prima avevo visto il passero, giaceva lì, sul tavolo, come lui laggiù pendeva dal ramo… lei qui, lui lì […] Ehi, ehi! La mano prende la forchetta – no, non la prende – accosta le dita, copre la forchetta con le dita… La mia mano, accanto alla mia forchetta, si avvicina, la prende – no, non la prende – ma piuttosto la copre con le dita. Assaporavo in silenzio l’estasi di quell’intesa, per quanto falsa, per quanto unilaterale, da me concertata». Le singole parti del corpo sembrano vivere di vita propria, stabilire intese, incroci, legami, accoppiamenti, con altre parti di altri corpi, per uscire dall’isolamento.

Cosmo è un pullulare di atomi vaganti, il simile col simile, «piglia chi ti somiglia» è un intercalare diffuso nel romanzo, un’epifania delle deviazioni sessuali, come la parolina magica berg. Cos’è il berg? Non vi è chiarezza a riguardo. Uno scherzo linguistico di Leon, fine a se stesso? O, piuttosto, una freccia puntata verso la perversione segreta del capofamiglia (tendenze masturbatorie o addirittura pratiche incestuose)? Scrive Francesco Cataluccio che, per Leon, “il berg è una fuga dalla realtà”, un segnale di smarrimento e di rimozione. Così risponde Leon a Witold, che lo ha appena smascherato: «Ah, ah, ah, già, ha ragione, doppio e triplo bergamento col berg con lo specificale sistema zittemburg  e discretumberg a ogni ora del giorno e della notte, di preferenza al desco prandal-familiare, sbembergasela di soppiatto sotto gli occhi di mogliucciam e figliucciam! Berg! Berg! Ha un occhio, lei, caro signore…» L’invenzione di termini linguistici assurdi e la deformazione semantica sono, freudianamente parlando, messaggi cifrati riguardo ai segreti più intimi, ai desideri e ai traumi inconsci. Noi, come lettori di Cosmo, siamo i destinatari.

L’ultima parte del romanzo è una fuga reale a simbolica dalla casa dei misfatti (il passero, lo stecco, il gatto, le bocche ecc.). Una gita in montagna organizzata da Leon, per celebrare l’anniversario del suo unico tradimento coniugale. Nuovi personaggi si uniscono alla comitiva, due coppie appena sposate, un prete, alcuni montanari che spariscono senza ragione. Ognuno con le sue stranezze. Qui, Witold prova a distaccarsi dalle proprie ossessioni, ma queste ritornano, annullano le distanze, si creano nuove nicchie di sopravvivenza. Avviene un fatto terribile, l’ennesimo, un ultimo omicidio senza colpevole. O forse un suicidio? E, ancora una volta, è l’occhio di Witold ad osservare un corpo che penzola sotto i rami di un albero. Lo sguardo assapora il cadavere. Tutto torna, tutto ri-torna, uguale e dissimile, necessario e incomprensibile. L’ordine reclama il suo carnefice.

Cosmo è un capolavoro, brutalmente interrotto da Gombowicz con una cesura netta e spiazzante. A fine lettura ci accorgiamo che molti interrogativi, paure e fibrillazioni etiche sono penetrate in noi. Non è forse questo l’obiettivo della grande letteratura? Un’ascia ci ha squarciato il petto. La ferita sanguina. Un dettaglio feroce da cui non possiamo più distogliere lo sguardo.

Alessandro Vergari

(Witold Gombrowicz, Cosmo, Il Saggiatore 2017)

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