Quando il poeta è un cecchino

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La poesia di Marco Vetrugno è una di quelle rare esperienze estreme capaci di far deflagrare la parola e tutto il resto.

Le sue parole sono un azzardo, di quelli che non si curano delle conseguenze. Marco frequenta gli scrittori incendiari, irregolari e soprattutto quelli che hanno il coraggio di scrivere in maniera di diretta quello che pensano (Cioran, Artaud, Bene,«« Ceronetti, per fare alcuni nomi).

La sua poesia si nutre della libertà di pensiero di questi maestri.

Mùtilo è il suo ultimo libro (pubblicato per i tipi di Musicaos editore)

È un monologo per il teatro in cui la poesia occupa un posto in prima fila.

Il trentaquattrenne poeta salentino scrive un testo potente in cui si rivolge direttamente ai propri demoni e ogni parola è uno squartamento del reale.

La sua scrittura procede per sottrazioni e mutilazioni.

Un scrittura che ferisce e uccide, sempre diretta e quindi autentica.

I suoi versi come proiettili colpiscono il bersaglio, affondano tutte le convenzioni, decostruiscono la realtà.

«Esasperazione del pensiero /di quello dominante spinto al parossissmo /reso predominante e dispotico / vertigine della caduta / interminabile prova generale /esperimento nevrotico  del disastro assoluto / infreno midollare e sanguigno…» Mùtilo entra in scena e inizia a parlare così, stringendo tra le mani un foglio e una penna.

Marco Vetrugno subito ci mette davanti una scrittura che scortica, che io considero una di quelle esperienze necessarie che salvano la letteratura.

Le trafitture e le pugnalate di Marco Vetrugno dilaniano la carne, sono una carica esplosiva, la detonazione è imminente.

Giorgio Baàrberi Squarotti ha scritto che« la poesia di Marco Vetrugno è rapidamente e aspramente ritmata, in ottima armonia con il suo discorso robusto e violento, drammatico e eversivo. L’accusa costante rivolta al male del mondo e alla fatica di vivere è sostenuta da una visionarietà originale e possente».

La scrittura di Marco è una collezione di negazioni. Le sue parole negano ogni cosa e distruggono soprattutto il possibile. Ma il poeta ci regala la sua negazione più bella quando afferma che scrive per non arrendersi.

Lo stesso Mùtilo ci dice che la scrittura è sintomo di lotta, è il miglior trucco per ingannare il tempo.

Al culmine della disperazione, come ci insegna Cioran, quello che conta è scrivere e pensare senza mai mentire a se stessi. Perché tutto ciò che non è diretto è nullo. E tutto ciò che è diretto è scomodo e fa molto male.

Mùtilo è soprattutto  una poesia che come una scheggia deflagra nelle mutilazioni di un corpo reciso dall’ansia dell’essere.
Sono pochi i poeti di oggi disposti senza paracadute a tuffarsi nel baratro e scrivere versi coraggiosi che si spingono oltre le parole che sulla pagina sono percepite come uno schianto.
Marco Vetrugno è uno di questi. Non ci sono vie di scampo, né uscite di sicurezza. Nei versi di Marco troviamo quella parola affilata che non vuole dimostrare nulla ma che viene detta, scritta e pronunciata come una necessità che non ha la presunzione di salvare qualcosa.
Il poeta è un cecchino, il suo bersaglio è sempre in movimento.
Parole come proiettili, perché tutto deve sanguinare per significare e per non significare.
Di implosione in implosione, sono gli squartamenti a fare la differenza.

Nicola Vacca

 

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