L’ultimo volo delle api

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Nel 2098 la Terra è sconvolta. Qualche decennio prima, il Collasso ne ha modificato gli equilibri ecologici. L’Europa è devastata dalla guerra per il cibo. In Cina, unica nazione a resistere con fatica al cambiamento, vive Tao, giovane donna impiegata, come tutti, in un lavoro alienante eppure necessario: l’impollinazione manuale degli alberi da frutto. L’obiettivo è sfamare la popolazione. «Come uccelli troppo cresciuti ci tenevamo in equilibrio ognuno sul proprio ramo, con un contenitore di plastica in una mano e un pennello di piume nell’altra». Gli animali sono quasi completamente estinti. La scomparsa delle api è l’evento traumatico che ha provocato il Collasso.

Tao è sposata con Kuan. Sua madre, come tutti gli anziani improduttivi, è stata eliminata. La coppia ha un figlio di tre anni, Wei-Wen. In uno dei rari giorni di pausa concessi dal Comitato, la famiglia organizza una scampagnata in cima a un poggio. Wei-Wen approfitta di una distrazione dei genitori e si allontana. Viene ritrovato in coma, in mezzo agli alberi. Qualcosa di eccezionale gli è accaduto.

La storia delle api è il primo romanzo “per adulti” di Maja Lunde, quarantaduenne scrittrice norvegese, già affermata autrice di libri per ragazzi. La storia delle api ha vinto in patria il premio dei librai ed è in corso di pubblicazione in venticinque paesi. In Italia è stato tradotto da Giovanna Paterniti per i tipi di Marsilio. È un libro che rivela uno stile di scrittura elegiaco e inquieto. Maja Lunde esplora la condizione umana nei tempi di catastrofe. Più avanziamo nella lettura, più ci accorgiamo che la distopia si insinua, contagiosa, sotto la pelle. Stiamo leggendo di un mondo futuro, ma le avvisaglie del disastro sono attorno a noi. I segni sono evidenti, a meno di essere ciechi. L’umanità si è autoinflitta una pena micidiale e, forse, irreversibile.

Il romanzo abbraccia tre vicende, tre epoche, tre drammi. La prima storia è ambientata nella campagna inglese nell’anno 1852, la seconda in Ohio, Stati Uniti, nel 2007, l’ultima è quella di Tao, nella Cina di fine XXI secolo. Tre narrazioni, intrecciate da un filo comune.

William è un commerciante di sementi frustrato e depresso o, come si diceva nell’Ottocento, afflitto da malinconia. Non riesce ad alzarsi dal letto. Le sette figlie cantano nenie natalizie sotto la finestra della sua camera. Sperano di guarirlo. Le sue ambizioni di biologo sono naufragate sotto il peso degli impegni di famiglia. Il dottor Rahm, suo mentore di un tempo, lo schernisce di continuo. Nessuno lo ha deluso quanto lui, dice. Doveva essere la sua spalla, il suo erede. Tutto quel talento sprecato a causa di tutte quelle bocche da sfamare. Una conferenza sul sistema riproduttivo delle api è un ricordo onnipresente e imbarazzante. A quella conferenza, tenuta davanti ad una platea di pia gente di campagna, William conobbe la moglie Thilda. William e Thilda hanno un unico figlio maschio, Edmund, indolente e scansafatiche. Il padre teme di avergli trasmesso la malattia dell’umore nero. Charlotte, la più amorevole delle figlie, pratica e positiva, apre uno spiraglio nella buia vita di William: l’idea di un brevetto per un nuovo modello di arnia.

George Savage è un apicoltore americano. Un self-made man che dal nulla ha creato un’attività consolidata e redditizia. Nella sua azienda impiega due uomini, Rick e Jimmy. George fabbrica da sé le sue arnie, nel garage, con la sega elettrica, perché non ama quelle prefabbricate. Il modello per le arnie è spuntato da un vecchio baule tenuto in soffitta, appartenuto a una trisavola, Charlotte, emigrata dal Vecchio Continente. George litiga con le banche locali per avere prestiti e, di recente, discute con la moglie Emma, che vorrebbe vendere tutto e trasferirsi in Florida. La vita di George, però, sono le api. George vorrebbe restare nel suo podere per poi lasciarlo al figlio Tom, studente al college. Il padre ha riposto in lui tutte le sue speranze. Per Tom, però, la scrittura e la letteratura sono più importanti dell’apicoltura. Tom è diverso, ha talento, vuole studiare ed essere altro. «Eredità. Avrei dovuto dirgli, è la tua eredità. È quello che sei, Tom. Le api, avrei dovuto dirgli, in una pausa parlata, è nelle api il tuo futuro, dagli una possibilità. Dai alle api una possibilità. Ma non una di quelle parole mi arrivò alle labbra». Padre e figlio non si capiscono, sono distanti. Che ne sarà dell’azienda di famiglia? Ma un pericolo insidioso è alle porte. Il 2007 è l’anno del Colony Collapse Disorder, l’anno della scomparsa di milioni e milioni di insetti impollinatori.

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La storia delle api è un romanzo sui sentimenti e sul desiderio di discendenza, una narrazione dolente sulla guerra quotidiana che combattiamo per strapparci al buco nero chiamato oblio. Cosa lasceremo alle generazioni che verranno? Cosa diranno dei nostri errori? Il romanzo di Maja Lunde ci interroga nel profondo. L’orizzonte è la questione ecologica, ma al centro stanno i temi del rispetto e della fiducia. Fatichiamo ad amarci e non riusciamo a comunicare agli altri i nostri bisogni. Il degrado dei rapporti umani e dell’ambiente è il riflesso di una violenza silenziosa perpetrata a noi stessi. Spesso i fatti ci sono ostili e il silenzio ci avvolge. Il destino è una mannaia sulle nostre teste. Tuttavia, William, George e Tao non demordono. Animati da passioni non sopite, cadono e si rialzano. E se sperimentano il tragico dell’esistenza, se alla fine perdono tutto, è il corso della Storia, o forse la semplice energia che scaturisce dalla tenacia umana, generazione dopo generazione, a portare avanti, astutamente, un discorso che non si interrompe.

Tao va alla ricerca di Wei-Wen, ricoverato a Pechino dopo il misterioso malore. Dov’è il figlio? Le autorità non rivelano nulla. Reduce da un disperato vagabondaggio tra ospedali fatiscenti, Tao si convince che solo lo studio può aprire un varco nel muro della menzogna. «In biblioteca avevo trovato delle interviste che erano state fatte ad apicoltori di ogni parte del mondo. La rassegnazione dominava». Sola, nell’immensa sala di lettura, consulta manuali e libri di storia. «Se avessi visto prima questi filmati non ci avrei prestato grande attenzione. Erano testimonianze di un’epoca lontana… Adesso invece prestavo attenzione a ognuno di loro singolarmente, a ogni catastrofe personale che avevano vissuto. Ognuno di loro lasciava una traccia dentro di me». Grazie a quelle pagine sbiadite, si fa strada in Tao un sospetto che diventa consapevolezza.

Maja Lunde ci avverte sui pericoli insiti nell’ingenuo ottimismo tecnologico dei nostri tempi. Le pagine su Pechino sono le più angoscianti. La capitale della Cina è ridotta a una successione di palazzi deserti e di infrastrutture decrepite. La popolazione è emigrata verso le campagne. Spietate bande giovanili si contendono le ultime briciole di cibo. L’illusione di un infinito avanzamento scientifico è collassata con la Natura. È un’umanità disumana, pre-moderna, simile a quella raccontata da Michael Haneke ne Il tempo dei lupi.

Quando Tao si imbatte nell’Apicoltore cieco, un testo scritto nel 2037 da Thomas Savage, il figlio ribelle di George, emerge la vena epica del romanzo. La scommessa sul futuro è un sapere tramandato, un fragile sogno appeso al chiodo della speranza. Le memorie della famiglia Savage sono l’ultimo lascito di una lunghissima tradizione. La fine dell’apicoltura è un disastro per l’umanità, ma tra le rovine si apre un varco sottile: la trasmissione di tutta la conoscenza accumulata, un seme gettato nell’arido deserto dei tempi a venire. «Dai alle api una possibilità». O forse saranno le api a non concedercene più una?

Alessandro Vergari

(Maja Lunde, La storia delle api, Marsilio 2017)

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