Storia di un’adolescenza

Annie_John

Annie John è il primo romanzo di Jamaica Kincaid, uscito nel 1985 e ora tradotto da Adelphi, casa editrice cui si deve la proposta al pubblico italiano delle opere della scrittrice antiguana. Derek Walcott, poeta tra i più grandi del Novecento e premio Nobel per la letteratura, fu il vero nume tutelare di Kincaid. La incoraggiò a scrivere e, una volta pubblicato At the Bottom of the River (In fondo al fiume), raccolta di racconti brevi originariamente apparsi sul New Yorker, si espresse così: «Questo libro canterà sul vostro scaffale… è così impressionante da non poter eludere lo stupore».

Ciò che affascina della prosa di Jamaica Kincaid è la forza magnetica dell’io narrante, un io che tutto assorbe e tutto descrive. L’origine delle parole è un sé esotico, baricentro di ogni prospettiva. L’incedere narrativo incanta il lettore, trascinandolo nell’universo luminoso e sgargiante delle isole caraibiche. Annie John non sfugge a questa regola. È un romanzo di formazione ambientato ad Antigua, luogo natale della scrittrice. Protagonista è Annie, colta nel suo giovane percorso di vita, da bambina curiosa ad adolescente irrequieta, tragitto che corrisponde ad un esercizio di emancipazione sempre più doloroso nei confronti della figura materna. Pagina dopo pagina si evidenzia la linea di fuga, il desiderio di nuovi orizzonti.

Annie è Jamaica Kincaid? La scrittrice, oggi sessantottenne, ha alle spalle una storia di conflitti e incomprensioni con la propria cerchia di origine, basti ricordare la decisione di cambiare il nome, una volta emigrata in America, per esorcizzare il passato e per superare, in particolare, la disapprovazione familiare nei confronti della sua passione presto manifestata, la scrittura. Tuttavia, la vera letteratura non può mai essere mera autobiografia. Sulle ceneri di vicende realmente vissute Jamaica Kincaid ha costruito l’epica dei suoi romanzi, sposando i fatti all’immaginazione, trasfigurando la realtà in mito (come Derek Walcott nei suoi versi dal lungo e antico respiro), partendo dal contesto abbacinante della natura caraibica.

Annie, a dieci anni, “frequenta” di nascosto i funerali di persone sconosciute, finché «un giorno morì una bambina della mia età. […] Il giorno del funerale scappai via da scuola subito dopo l’ultimo amen delle preghiere pomeridiane, e mi diressi verso la camera ardente. Al mio arrivo trovai la via piena di bambine della sua scuola, tutte con l’uniforme bianca delle grandi occasioni. Erano tante, e gironzolavano lì intorno chiacchierando a bassa voce con aria di importanza. Non avevo tempo di fermarmi a invidiarle; raggiunsi la porta ed entrai nella camera ardente. Eccola lì». Significativo che Annie John si apra con una riflessione sulla morte: l’esperienza dell’ignoto, il sentimento di quanto sia provvisorio il nostro cammino.

La madre di Annie è una donna dominicana, giovane e bellissima. «Il suo profilo poteva figurare su una moneta da sei penny, con quel bel collo lungo e i lunghi capelli intrecciati, che raccoglieva in cima alla testa perché sciolti le facevano venire il caldo. Il naso aveva la forma di un fiore sul punto di sbocciare. La bocca… era così bella che avrei potuto guardarla per sempre senza mai stancarmi». Una divinità, agli occhi della piccola Annie. Il padre è un falegname, un uomo forte, anziano. Le donne sedotte e abbandonate dal padre nei suoi trascorsi giovanili gettano maledizioni dagli angoli delle strade, minacciano la salute della famiglia. In Annie John i culti, i riti, i misteri della religione caraibica non sono “folklore”, ma punti fermi nel tessuto sociale della comunità.

Il nido familiare e la scuola sono le due polarità attorno alle quali ruota tutta la trama del romanzo. Da una parte la sicurezza, la continuità, l’abbraccio inclusivo, dall’altra l’incertezza, la scoperta, la seduzione della diversità. Il risveglio della sessualità è la cesura tra due dimensioni e periodi dell’esistenza, spaccatura lenta e costante. Gwen, l’amica del cuore, è anche la fonte dei primi turbamenti, abbraccio di carne che porta con sé un rifiuto, una trasgressione verso l’ordine costituito. Le gerarchie vacillano pericolosamente. «Le dicevo che quando ero più piccola avevo paura che mia madre morisse, ma da quando avevo conosciuto lei non mi importava più tanto. Ogni volta che le parlavo di mia madre, mi assicuravo di abbassare gli angoli della bocca per mostrare il mio disprezzo». L’amore si tramuta in odio. Jamaica Kincaid ci rende partecipi di una metamorfosi umana in uno strano lembo di mondo, Antigua, paradiso tropicale dove l’inglese è la lingua ufficiale ma persistono i dialetti patois, propaggine di un impero coloniale con le sue chiese anglicane nascoste nel fitto della foresta pluviale. L’austera immagine della Queen Victoria, stampata sulle copertine dei quaderni di scuola, sembra un monito contro l’azzurro eccessivo del cielo ed il blu inenarrabile dell’oceano. Intanto, la vitalità delle giovani studentesse è una febbre divorante, un tormento tenuto in circolo dal calore del sangue e degli umori.

Annie si avventura nel proibito. Molla la compagnia di Gwen, si invaghisce della ragazzina più sporca dell’isola, “la Rossa”, inventa scuse per incontrarla, diventa una campionessa di biglie, pratica ritenuta scandalosa, ruba i libri della biblioteca, costruisce nascondigli per la refurtiva. Bravissima a scuola, è eletta capoclasse, ma più eccelle più avvampa in lei uno spirito di ribellione contro le convenzioni, contro gli insegnanti, fino ad insultare “l’eroe” dell’isola, Cristoforo Colombo. Declassata dalla preside ad alunna semplice, non ritrova più, nella madre, alcun sollievo, dolcezza o conforto. La madre scorge nella figlia un profilo nuovo, i segni di un’inimicizia sottilmente ricambiata. A quindici anni Annie si definisce «più infelice di quanto avrei mai creduto possibile». Sente di avere in grembo «una pallina nera tutta coperta di ragnatele… pesante quanto il mondo». I sensi sono otturati da una nebbia fuligginosa. Sono queste, forse, le pagine migliori del romanzo. In quanti modi si può descrivere l’adolescenza? Quanta profondità è necessaria? Jamaica Kincaid riesce a farci percepire il tocco urticante di un’età difficile.

La schermaglia cede il passo alla guerra aperta, il bisbiglio all’insulto, la madre, da figura attorniata di luce, regredisce ad ombra minacciosa. Arriva il tempo di affrontare la prova decisiva. Annie si ammala e per tre mesi è sospesa in un limbo. Guarirà? Donne esperte di obeah, una pratica contro il malocchio, contendono al dottore “occidentale” il corpo della malata. Per esercitare maggiore protezione, dalla Dominica arriva per magia Ma Chess, la nonna di Annie, in una giornata senza piroscafi. Comincia a cadere una pioggia prima sottile, poi torrenziale, tanto insistente e rabbiosa da modificare la geografia dell’isola. Nel tema simbolico del “diluvio”, associato al malessere reale di Annie, Jamaica Kincaid ci lascia intravedere il riferimento ad una soglia, ad un varco da attraversare. Oltre, è salvezza, è palingenesi. Il delirio di Annie, il suo vaniloquio, i gesti di profanazione compiuti in stato catatonico contro le foto di famiglia, possono essere letti come momenti di un rito di passaggio. Madre e padre trattano la figlia, in questo interregno, al pari di una bambina, la chiamano «la Piccolina», vegliano su di lei, tornano ad esercitare un’attenzione  impensabile nei momenti di salute. È il “regressus ad uterum seguito da una nuova nascita” (Mircea Eliade), la strozzatura prima della trasformazione. La pioggia termina, Annie guarisce e scopre di essere cresciuta in altezza, di aver superato sua madre. Il distacco è compiuto.

«Tutto quello che avrei fatto quel mattino, fino al momento di salire sulla nave che mi avrebbe portata in Inghilterra, lo avrei fatto per l’ultima volta, perché avrei deciso che, qualunque cosa accadesse, ormai la mia strada andava in un’unica direzione: lontano da casa mia, lontano da mia madre, lontano da mio padre, lontano dal cielo eternamente azzurro, lontano dal sole eternamente caldo». Sul pontile si consuma un breve addio. É un commiato di forza epica, duro e inevitabile.

Jamaica Kincaid si dimostra, fin dal suo esordio, un’autrice talentuosa, in grado di scrivere storie universali a partire da vicende personali, legate ad angoli di mondo apparentemente destinati all’oblio. Una dote rara che nei romanzi successivi diventerà ancor più evidente. Si rimanda il lettore allo splendido Vedi adesso allora (Adelphi 2014), per il piacere di un’ulteriore conferma.

Alessandro Vergari

(Jamaica Kincaid, Annie John, Adelphi 2017)

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